da admin | 11 Apr 2017 | Blog, Comunicati, Scuola e Università
A poco più di due settimane dai festeggiamenti della Liberazione, un nuovo episodio di limitazione della libertà di espressione e manifestazione si registra in quel di Roma3, nella facoltà di lettere e filosofia.
La Rete Antifascista Roma Sud, insieme al collettivo link degli studenti universitari, aveva organizzato per la giornata di domani, 11 aprile, l’iniziativa culturale al titolo “Italiani brava gente? Dall’Etiopia ad affile, Memorie di un’occupazione italiana” che avrebbe incluso la proiezione del documentario “If only I were that warrior” , vincitore del premio “imperdibili” del festival dei popoli 2015 e del premio best documentary 2016 globo d’oro, e a seguire discussione con il regista valerio ciriaci, Mulu ayele interprete del documentario e cristiana Pipitone, archivista.
Ma al neo eletto preside di facoltà Giovanardi, tutto ciò non andava bene, e i tentativi di ostacolarci nella costruzione dell’iniziativa sono iniziati fin da subito.
La prima scusa addotta è stata l’assenza di un docente interno all’università, in quanto della preparazione e professionalità dei nostri invitati all’illustre preside non poteva importare nulla.
Individuato il professor P.Mattera come docente interno, a cui rinnoviamo il nostro ringraziamento per la disponibilità e appoggio con il proprio intervento introduttivo, il preside sembrava avesse deposto l’ascia di guerra.
Ma così non è stato, a un giorno dalla data concordata, i compagni di link ci informano di un ulteriore ostacolo: Sanzioni disciplinari individuali e invalidazione della lista elettorale, quindi impossibilità per link di partecipare alle elezioni universitarie, nel caso di realizzazione dell’evento.
Ovviamente davanti una repressione di questo calibro, sostenuta non dal solo preside ma dall’amministrazione tutta della facoltà, non ci resta che rinviare l’evento.
Il regolamento dell ateneo prevede, in effetti, l’inammissibilità, per gli studenti che stiano concorrendo o meno alle elezioni, di organizzare iniziative di qualsiasi genere nei 60 giorni precedenti le elezioni.
Ma come mai di questo cavillo burocratico ce ne si è ricordati così tardi? E quali le ragioni di tutta questa severità nel minacciare sanzioni e imporre disciplina?
Sembra un po’ di respirare un aria viziata nelle facoltà di Roma Tre; evidentemente l’amministrazione universitaria ritiene sufficiente alla vita culturale le quattro mura della propria istituzione, un po’ come fosse la solita torre d’avorio, scordando invece quanto sia legata a doppio filo al territorio. Una scelta ottusa con una prospettiva molto ristretta e un’occasione persa per un dibattito di alto livello.
Forse parlare in un’università pubblica di antifascismo spaventa, forse ricordare diventa scomodo, forse per qualcuno è così.
Noi domani in facoltà ci saremo per rivendicare le nostre idee, più convinti e forti che mai, e per raccogliere le firme con gli studenti per la realizzazione dell’iniziativa al più presto.
Rete antifascista romasud
da admin | 28 Mar 2017 | Blog, Città, Comunicati
Ci hai provato, Cassandra, in tutti i modi, ma stavolta la profezia non si è avverata. I “Black Block” potrai continuare solo a sognarli, mentre devastano e saccheggiano le tue notti come nuovi Lanzichenecchi.
Perché sabato 25 marzo, malgrado il vespaio sollevato da stampa e Questura, che hanno preventivamente descritto la giornata come quella in cui l’orologio dell’Armageddon avrebbe battuto gli ultimi rintocchi della Città Eterna, abbiamo assistito allo snodarsi per tutto il giorno di cortei che hanno contestato le politiche di austerity, le istituzioni finanziare e la chiusura brutale delle frontiere della fortezza Europa.
Due parole, però, pensiamo vadano spese, perché quello che è successo sabato nella gestione dell’ordine pubblico non rientra certo nella sfera della “normalità”.
Abbiamo infatti assistito, senza mezzi termini, alla violazione indiscriminata dei più basilari diritti costituzionali e a continue provocazioni da parte delle forze dell’ordine, sotto il ligio comando del ministro Minniti. Il filo conduttore sono state le misure di carattere preventivo e spropositato che hanno colpito centinaia di persone senza che nulla fosse accaduto per giustificarle. Emblematica e inquietante, enormemente grave e quasi eversiva risulta la dichiarazione del Questore Marino che afferma di aver “verificato non solo i precedenti, ma anche l’orientamento ideologico dei manifestanti fermati”.
Piccolo appunto, i fermati andrebbero forse definiti “preventivamente manifestanti” dato che in piazza non ci sono mai arrivati.
A conti fatti i dati sono i seguenti: i pullman arrivati da fuori Roma sono stati tenuti fermi diverso tempo al casello e perquisiti da cima a fondo. Più di 150 attivisti e attiviste, dal Piemonte, dal Veneto, e dalle Marche – tradotti in questura dalle forze dell’ordine senza neanche scendere dai pullman – sono stati portati nel centro di identificazione di Tor Cervara e trattenuti per ore, vedendo impedita di fatto la loro partecipazione al corteo. Sono stati comminati più di 20 fogli di via dalla città a chi, mentre raggiungeva il corteo, è stato fermato e perquisito. La motivazione più comune è stata il possesso di un k-way, di fumogeni o, addirittura, l’indossare delle felpe col cappuccio. I fogli di via hanno una durata da uno a tre anni, in particolare risulta di gravità inaudita la misura contro R., studente e attivista dei collettivi universitari, fermato con altri 4 attivisti la mattina mentre si dirigeva al concentramento dello spezzone “Europe for All”. Il ragazzo è dovuto andare via da Roma dopo 10 ore di fermo, nonostante ci viva e ci studi, in quanto non ha qui la residenza. Durante lo svolgimento dei cortei il dispiegamento di forze dell’ordine è stato a dir poco soffocante. Gli atteggiamenti provocatori si sono susseguiti durante la giornata, dalla piazza della mattina, alla quale abbiamo partecipato con uno spezzone largo e meticcio, fino al tardo pomeriggio, quando la celere ha addirittura spezzato il corteo “Eurostop” col chiaro intento di provocare disordini.
Su larga parte della stampa nazionale e dei telegiornali tutto è andato “liscio” per merito di Minniti e della Polizia. Con ragionevole sicurezza possiamo affermare che se ci fossero stati disordini la colpa sarebbe stata esclusivamente dei manifestanti e la repressione ancor più dura. Con altrettanta forza diciamo che non è andato “liscio” un bel niente, si è semplicemente sperimentato un dispositivo di controllo e repressione preventiva pericoloso e lesivo dei diritti di tutte e tutti.
Lo vogliamo dire chiaramente: sabato 25 marzo ha rappresentato un passo indietro epocale per la democrazia e i diritti in questo paese e un balzo in avanti nella definizione di un nuovo paradigma securitario e del controllo. Per lo stesso motivo saremo sempre in prima linea per evitare che si ripetano eventi come quelli sopra descritti, in ogni mobilitazione e in previsione degli appuntamenti internazionali previsti in Italia a partire dal G7 di Taormina. La nostra solidarietà va a tutt* quell* che sabato sono stati fermati, perquisiti, trattenuti, espulsi dalla città, il nostro sdegno più profondo va invece al ministro Minniti e alla follia da lui architettata in maniera totalmente irresponsabile. Per la libertà di movimento di tutte e tutti, per un’Europa senza confini, barriere, divieti.
Europe for all, Minniti for no one
da admin | 24 Feb 2017 | Blog, Città, Comunicati
Oggi abbiamo riaperto il Rialto, uno spazio di democrazia e cultura indipendente!
Questa mattina abbiamo deciso di riaprire il Rialto e di ridare alla città uno spazio che deve continuare ad essere un laboratorio di democrazia, incontro e produzione di cultura indipendente.
Non ci vogliamo rassegnare al fatto che il Rialto, dopo lo sgombero subito il 16 febbraio, sia di nuovo consegnato al degrado e all’abbandono come centinaia di altri edifici nella nostra città.
Non ci vogliamo rassegnare al fatto che Roma continui ad essere governata secondo logiche che puntano solo alla mercificazione dei beni comuni e alla messa a valore del patrimonio pubblico.
Per questo, numerose realtà sociali, culturali e politiche hanno deciso di dare un segnale forte restituendo questo luogo alle attività che lo hanno attraversato negli ultimi quindici anni.
Siamo consapevoli che questa non è una vicenda isolata, ma che analoghi provvedimenti stanno colpendo altri spazi sociali della capitale. Intendiamo, così, ribadire che la democrazia e la cultura indipendente non si sgomberano e che non possono essere vincolati al mero fattore economico.
Siamo consapevoli che il patrimonio pubblico può e deve svolgere un ruolo strategico per sviluppare e valorizzare veramente le tante e diffuse realtà socio-culturali che da sempre arricchiscono questa città svolgendo anche un ruolo di supplenza ai compiti dell’amministrazione comunale.
Per questo pensiamo sia tempo di rivedere la materia che disciplina le concessioni pubbliche coinvolgendo tutta la città e ribaltando la logica di mercato che è alla base della delibera 140/2015 in funzione di una visione fondata su principi di solidarietà, cultura e partecipazione fondamentali per la tenuta democratica di questa città.
Visto che la Giunta ha appena approvato una delibera con cui intende frenare la logica degli sgomberi che sta mettendo a rischio oltre 800 spazi in tutto il territorio cittadino, chiediamo all’Amministrazione capitolina, in quanto proprietaria formale dell’immobile, e in primis alla Sindaca Raggi e all’Ass.re Mazzillo, di mettere in campo tutte le azioni necessarie affinché il Rialto sia tutelato al fine di “evitare che venga compromessa l’esistenza di associazioni che svolgono funzioni di interesse pubblico”così come dichiarato dallo stesso Ass.re al Patrimonio.
Chiediamo alla maggioranza, alla Giunta e a tutti i consiglieri comunali e municipali, per una volta, di non restare a guardare e di prendere una posizione chiara e netta.
Chiediamo a tutte e tutti di sostenere questa lotta.
Alle ore 16.00 convochiamo un’assemblea pubblica cittadina in cui condividere insieme i prossimi passaggi.
Roma, 24 Febbraio 2017
da admin | 24 Feb 2017 | Blog, Comunicati, Genere
SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO!
(Translations below)
L’8 marzo incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: la violenza maschile contro le donne si combatte con una trasformazione radicale della società.
Scendiamo in strada ancora una volta in tutte le città con cortei, assemblee nello spazio pubblico, manifestazioni creative.
Scioperiamo per affermare la nostra forza.
Cerca l’evento della tua città (in aggiornamento):
BARI – https://www.facebook.com/events/1571699569514642/
BOLOGNA – https://www.facebook.com/events/217505101987423/
BRINDISI – https://www.facebook.com/events/1020710371364098/
CAGLIARI – https://www.facebook.com/events/1854611481418759/
FIRENZE – https://www.facebook.com/events/1425317244155435/
NAPOLI – https://www.facebook.com/events/176367956186864/
ROMA – https://www.facebook.com/events/374433296277232/
SIENA – https://www.facebook.com/events/343583039376599/
TRIESTE – https://www.facebook.com/events/1835882619962120/
VICENZA –https://www.facebook.com/events/385006308542108/
BENEVENTO – https://www.facebook.com/events/1851441491794347/
ALESSANDRIA – https://www.facebook.com/events/1886719794948292/
BOLZANO – https://www.facebook.com/events/144350316083421/
Jesi – https://www.facebook.com/events/1884392561775778/
Scioperiamo perché
➊ La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne
Scioperiamo contro la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali. I centri sono e devono rimanere spazi laici ed autonomi di donne, luoghi femministi che attivano processi di trasformazione culturale per modificare le dinamiche strutturali da cui nascono la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Rifiutiamo il cosiddetto Codice Rosa nella sua applicazione istituzionale e ogni intervento di tipo repressivo ed emergenziale. Pretendiamo che nell’elaborazione di ogni iniziativa di contrasto alla violenza vengano coinvolti attivamente i centri antiviolenza.
➋ Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne
Scioperiamo perché vogliamo la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza maschile contro le donne, da quella psicologica a quella perpetrata sul web e sui social media fino alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Pretendiamo che le donne abbiano rapidamente accesso alla giustizia, con misure di protezione immediata per tutte, con e senza figli, cittadine o straniere presenti in Italia. Vogliamo l’affidamento esclusivo alla madre quando il padre usa violenza. Vogliamo operatori ed operatrici del diritto formati perché le donne non siano rivittimizzate.
➌ Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi
Scioperiamo perché vogliamo l’aborto libero, sicuro e gratuito e l’abolizione dell’obiezione di coscienza. Scioperiamo contro la violenza ostetrica, per il pieno accesso alla Ru486, con ricorso a 63 giorni e in day hospital. Scioperiamo contro lo stigma dell’aborto e rifiutiamo le sanzioni per le donne che abortiscono fuori dalle procedure previste per legge a causa dell’alto tasso di obiezione: perché ognun* possa esercitare la sua capacità di autodeterminarsi. Vogliamo superare il binarismo di genere, più autoformazione su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili, consultori aperti a esigenze e desideri di donne e soggettività LGBTQI, indipendentemente da condizioni materiali-fisiche, età e passaporto.
➍ Se le nostre vite non valgono, scioperiamo!
Scioperiamo per rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà, perché non accettiamo che ogni momento della nostra vita sia messo al lavoro; un salario minimo europeo, perché non siamo più disposte ad accettare salari da fame, né che un’altra donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case e nella cura in cambio di sotto-salari e assenza di tutele; un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne, che ci liberi dall’obbligo di lavorare sempre di più e più intensamente per riprodurre le nostre vite.
➎ Vogliamo essere libere di muoverci e di restare. Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli
Scioperiamo contro la violenza delle frontiere, dei Centri di detenzione, delle deportazioni che ostacolano la libertà delle migranti, contro il razzismo istituzionale che sostiene la divisione sessuale del lavoro. Sosteniamo le lotte delle migranti e di tutte le soggettività lgbtqi contro la gestione e il sistema securitario dell’accoglienza! Vogliamo un permesso di soggiorno incondizionato, svincolato da lavoro, studio e famiglia, l’asilo per tutte le migranti che hanno subito violenza, la cittadinanza per chiunque nasce o cresce in questo paese e per tutte le migranti e i migranti che ci vivono e lavorano da anni.
➏ Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione
Scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere. Non ci interessa una generica promozione delle pari opportunità, ma coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità. Scioperiamo contro il sistema educativo della “Buona Scuola” (legge 107) che distrugge la possibilità che la scuola sia un laboratorio di cittadinanza capace di educare persone libere, felici e autodeterminate.
➐ Vogliamo fare spazio ai femminismi
Scioperiamo perché la violenza ed il sessismo sono elementi strutturali della società che non risparmiano neanche i nostri spazi e collettività. Scioperiamo per costruire spazi politici e fisici transfemministi e antisessisti nei territori, in cui praticare resistenza e autogestione, spazi liberi dalle gerarchie di potere, dalla divisione sessuata del lavoro, dalle molestie. Costruiamo una cultura del consenso, in cui la gestione degli episodi di sessismo non sia responsabilità solo di alcune ma di tutt*, sperimentiamo modalità transfemministe di socialità, cura e relazione. Scioperiamo perché il femminismo non sia più un tema specifico, ma diventi una lettura complessiva dell’esistente.
➑ Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini
Scioperiamo contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans. Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti. Agiamo con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri.
Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.
#NonUnaDiMeno #LottoMarzo
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8 puntos para el 8 de marzo: ¡Ni una hora menos de huelga!
El 8 de marzo nos cruzaremos de brazos interrumpiendo cualquier actividad productiva y reproductiva: la violencia machista contra las mujeres no se combate con el endurecimiento de las penas (como la cadena perpetua para los autores de feminicidios, tal y como se está discutiendo en la Cámara), sino con una transformación radical de la sociedad. Salimos a las calles una vez más en todas las ciudades con manifestaciones y asambleas en los espacios públicos.
Hacemos huelga para reafirmar nuestra fuerza. Reiteramos una vez más el llamamiento a todos los sindicatos a convocar una huelga general de 24 horas el 8 de marzo, Ni una hora menos, y pedimos a las confederaciones sindicales y, en particular al Cgil, que respondan públicamente sobre la convocatoria de huelga general.
Hacemos huelga porque:
➊ La respuesta a la violencia es la autonomía de las mujeres
Hacemos huelga contra la transformación de los Centros antiviolencia en servicios asistenciales. Los Centros son y deben seguir siendo espacios laicos y autónomos de mujeres, lugares feministas que activan procesos de transformación cultural para modificar las dinámicas estructurales de las que nace la violencia machista contra las mujeres y la violencia de género. Rechazamos la aplicación del llamado Codice Rosa (“Código Rosa”) y cualquier intervención de tipo represivo y de emergencia. Pretendemos que, en la elaboración de cada iniciativa contra la violencia, los Centros antiviolencia participen de forma activa.
➋ Sin efectividad de los derechos no hay justicia ni libertad para las mujeres
Hacemos huelga porque queremos la plena aplicación de la Convención de Estambul contra la violencia machista contra las mujeres, desde la psicológica a la realizada en las redes sociales y páginas web, pasando por el acoso sexual en los puestos de trabajo. Queremos que las mujeres tengan rápido acceso a la justicia, con medidas de protección inmediata para todas, con o sin hijos o hijas, ciudadanas italianas o extranjeras presentes en Italia. Queremos la custodia exclusiva para la madre en casos de violencia de género. Queremos profesionales del derecho formados y formadas para que las mujeres no sean revictimizadas.
➌ Sobre nuestros cuerpos, sobre nuestra salud y sobre nuestro placer decidimos nosotras.
Hacemos huelga porque queremos aborto libre, seguro y gratuito y la abolición de la objeción de conciencia. Hacemos huelga contra la violencia obstétrica, por el pleno acceso a la Ru486, con recurso a 63 días y en el hospital. Hacemos huelga contra el estigma del aborto y rechazamos las sanciones para las mujeres que abortan fuera de los procedimientos previstos en la ley a causa del gran porcentaje de objeción, para que cada unx pueda ejercitar su capacidad de autodeterminación. Queremos superar el binarismo de género, queremos más formación sobre contracepción y enfermedades de transmisión sexual, queremos consultas abiertas a exigencias y deseos de las mujeres y personas LGBTQI, independientemente de sus condiciones físicas, edad o pasaporte.
➍ Si nuestras vidas no valen, ¡hacemos huelga!
Hacemos huelga para reivindicar un salario de autodeterminación para salir de las relaciones violentas, para resistir al chantaje de la precariedad, porque no aceptamos que cada momento de nuestra vida esté a disposición del trabajo. Reivindicamos un salario mínimo europeo porque no estamos dispuestas a seguir aceptando salarios míseros, ni que otra mujer, casi siempre migrante, trabaje en las casas y en el cuidado a cambio de bajos salarios y sin tutela de derechos; un estado de bienestar para todas y todos organizado a partir de las necesidades de las mujeres, que nos libere de la obligación de trabajar siempre más y más intensamente para reproducir nuestras vidas.
➎ Queremos ser libres para movernos y para quedarnos. Contra cualquier frontera: permiso, asilo, derechos, ciudadanía y ius soli
Hacemos huelga contra la violencia de las fronteras, de los Centros de detención, de las deportaciones que obstaculizan la libertad de las migrantes, contra el racismo institucional que sostiene la división sexual del trabajo. Apoyamos las luchas de las migrantes y de todas las subjetividades LGTBTQI contra la gestión y el sistema de seguridad de acogida. Queremos un permiso de residencia incondicional, desvinculado del trabajo, estudio y familia y el asilo para todas las migrantes que han sufrido violencia, la ciudadanía para cualquiera que nace o crece en este país y para todas las y los migrantes que viven y trabajan aquí desde hace años.
➏ Queremos destruir la cultura de la violencia a través de la formación
Hacemos huelga para que la educación a la diversidad se lleve a cabo desde la educación infantil hasta la Universidad, para convertir la escuela pública en un punto crucial para prevenir y contrastar la violencia machista contra las mujeres y todas las formas de violencia de género. No queremos una promoción superficial de la igualdad de oportunidades, sino cultivar un saber crítico hacia las relaciones de poder entre los géneros y hacia los modelos estereotipados de feminidad y masculinidad. Hacemos huelga contra el sistema educativo de la “Buona Scuola” (“Buena Escuela”, ley 107) que destruye la posibilidad de que los colegios sean un laboratorio de ciudadanía capaz de educar a personas libres, felices y autodeterminadas.
➐ Queremos dejar espacio a los feminismos
Hacemos huelga porque la violencia y el sexismo son elementos estructurales de la sociedad que están presentes también en nuestros espacios colectivos. Hacemos huelga para construir espacios políticos y físicos transfeministas y antisexistas en los territorios, en los que practicar resistencia y autogestión; espacios libres de las jerarquías de poder, de la división sexual del trabajo y del acoso. Construyamos una cultura del consenso, en la que la gestión de los episodios de sexismo no sea responsabilidad solo de algunas personas, sino de todxs, experimentemos modalidades transfeministas de socialización, cuidado y relaciones. Hacemos huelga para que el feminismo deje de ser un tema específico y se convierta en una lectura global de la realidad.
➑ Rechazamos los lenguajes sexistas y misóginos
Hacemos huelga contra el imaginario mediático misógino, sexista, racista y que discrimina a lesbianas, gays y trans. Cambiemos la representación de las mujeres que sufren violencia como víctimas complacientes y pasivas y la representación de nuestro cuerpo como objeto. Actuemos con todos los medios y en todos los medios para comunicar nuestras palabras, nuestra forma de ser, nuestros cuerpos rebeldes, no estereotipados y llenos de deseos.
Si nuestras vidas no valen, produzcan sin nosotras. #NonUnaDiMeno #LottoMarzo
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8 point for 8 March: not one hour less of strike!
8 points for 8 March. This is the political platform developed by 2000 people who attended a national assembly in Bologna on the 4th and 5th of February: they carried on the work on the Feminist Plan against male violence and they are organizing a Women’s Strike on 8 March, a strike which involves many countries around the world. These points express the rejection of every form of gender-based violence: oppression, exploitation, sexism, racism, homo- and trans-phobia.
On 8 March we strike interrupting any kind of productive and reproductive activity: male violence against women won’t be tackled with a tightening of punishments – such as the life sentence for femicide perpetrators bill that is now under discussion before the Chamber of Deputies – but only with a radical transformation of society. We will take the streets one more time in every city, with marches, public assemblies, creative demonstrations.
We strike to affirm our strength. We restate one more time the request for all labor unions to invoke, for that day, a general strike of 24 hours – Not One Hour Less – and we ask all labor union confederations, and in particular Cgil, to publicly answer to the call for a general strike.
Why We Strike
➊ The only answer to violence is the autonomy of women
We strike against the transformation of anti-violence centers into neutral care services. These centers are and must remain laic and independent spaces for women, feminist spaces that activate cultural transformation processes able to modify those structural dynamics that generate male violence on women and gender-based violence. We refuse the so-called Code Rose and its institutional implementation, and every kind of repressive intervention and contingency plan. We demand that anti-violence centers are actively involved in the organization of any initiative to tackle gender-based violence.
➋ Without effectiveness of rights there is no justice nor liberty for women
We strike because we want the full implementation of the Istanbul Convention against every form of male violence against women: from psychological violence to violence online and via social media platforms, to sexual harassment in the workplace. We demand that women have fast access to justice, with immediate protection for all women, whether they are with or without child, native or foreigners on Italian soil. We want the sole custody for the mother in case of violence committed by the father. We want trained law professionals so that women won’t be re-victimized.
➌ Our Bodies, Our Health, Our Pleasure: Our Choice
We strike because we demand free and safe abortion, and the abrogation of conscientious objection. We strike against obstetric violence, we strike for free and full access to the Ru486, administered in day hospital and until the 63rd day. We strike against abortion stigma and we refuse sanctions against women who have abortions outside legal procedures due to high rates of conscientious objection: we strike so that everyone should exercise their right to self-determination. We want to overcome gender binarism, we want more self-training on contraception and sexually transmitted diseases, and family counseling opened to LGBTQI individuals’ needs and desires, independently from their physical and material conditions, age and passport.
➍ If our lives have no value, we strike!
We strike to lay claim to the right to economic self-determination, to break free from violent relationships, to rebel against lives regulated by precarity, because we do not accept that every moment of our lives is transformed into labor. We strike for a European minimum salary, because we are no longer willing to accept miserable wages, neither that another woman, often a migrant one, is forced to provide underpaid and unprotected domestic and care work; we strike for a true welfare system for all women, based on women actual needs, which can liberate us from the obligation to work more and more in order to reproduce our lives.
➎ We want to be free to move or stay. Against any border: residence permit, asylum, rights, citizenship and ius soli
We strike against the violence of borders, of Centers for detention, of deportations that prevent the freedom of migrants women, we strike against the institutional racism that promote sexual division of labor. We support migrants women’s and lgbtqi people’s struggles against securitarian immigration policies! We demand unconditional residence permits, not bound by work, education or family, and we demand to grant asylum to every migrant woman who is a victim of violence, and full citizenship for anyone who is born or raised in this country and for every migrant who has been living and working here for many years.
➏ We want to tackle the culture of violence through education
We strike so that diversity education is included in every school grade, from nursery school to university, in order to make public school crucial to preventing and tackling male violence against women, and every form of gender-based violence. We do not care for a generic promotion of equal opportunity policies, we want to foster true critical thinking concerning power relations between genders and stereotypical models of femininity and masculinity. We strike against the educational system of the “Buona Scuola” (law 107) which prevents the education system to become a true laboratory for engaged citizenship, one that could be able to raise happy, free and self-determined people.
➐ We want to make room for feminisms
We strike because violence and sexism are structural elements of our societies and they do not spare even our spaces and collectivities. We strike to build political and physical transfeminist and anti-sexist spaces, spaces where we can practice resistance and self-management, spaces that are free from hierarchies of power, free from sexual division of labor, and most of all free from harassment. We want to build a new culture of consent, where the many and not the ffeels responsible for dealing with sexism; we want to experiment trans-feminist modes of sociality, care and relationships. We strike so that feminism is no more a specific theme, but it becomes an all-encompassing lens through which one can read the world.
➑ We reject sexist and misogynist languages
We strike against the misogynist, sexist, racist and discriminatory against LGBTQI people media landscape. We want to overturn the representation of women victims of violence as compliant and passive, and the representation of our bodies as objects. We act with every media and within any media to communicate our words, our faces, our rebel un-stereotyped bodies, full of unprecedented desires.
If our lives have no value, we strike. #NonUnaDiMeno #LottoMarzo
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da admin | 19 Feb 2017 | Blog, Città, Comunicati
IL COMUNE DI ROMA VUOLE CHIUDERE IL CENTRO CURDO ARARAT
CONFERENZA STAMPA MARTEDI’ 21 FEBBRAIO ORE 12.00 PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO
Continua senza sosta l’attività di desertificazione sociale e culturale intrapresa dal Comune di Roma. Il 16 febbraio scorso è stata inviata un’intimazione a liberare gli spazi del Centro di cultura curda Ararat entro 30 giorni. L’ingiunzione di sgombero è corredata dalla richiesta di cifre esorbitanti per gli anni passati da parte dell’Amministrazione, mentre è ancora in attesa di definizione il provvedimento del TAR, per il quale l’udienza di merito è stata fissata per il 22 marzo 2017.
Il centro Ararat ha sempre pagato le quote concordate con il Comune di Roma. Si tratta quindi di una decisione unilaterale che avviene a fronte di reiterate richieste di incontri per l’individuazione di una soluzione condivisa.
Riteniamo sia particolarmente grave imporre la chiusura a un centro culturale attivo nella diffusione della cultura del popolo curdo, della sua lotta per la libertà con importanti importanti progetti di solidarietà itinere e mentre il tribunale competente non ha ancora preso una decisione
Il centro culturale Ararat ha rappresentato negli ultimi diciotto anni uno spazio aperto, punto di riferimento per la comunità curda nella diaspora, un luogo di pace e convivenza tra diverse culture. In questi anni è stato attraversato da curdi provenienti da tutte le parti del Kurdistan: Ararat ha dato loro accoglienza, integrazione e cultura.
Mentre i curdi in Siria e in Turchia resistono e difendono la loro terra, combattendo per l’umanità contro gli attacchi di Daesh e dell’esercito turco, a Roma si tenta ancora una volta di cancellare un’esperienza fra le più vive e attive della città che vede protagonisti gli esuli curdi.
Daesh nel Rojava (Siria del nord) ha distrutto in maniera mirata le associazioni culturali. Il governo di Erdogan ha chiuso centinaia di organizzazioni della società civile curda. Oggi il Comune di Roma si rende complice di questo genocidio culturale portandolo nel cuore della capitale. E come se non bastasse, la scadenza dei 30 giorni coincide proprio con la settimana in cui cadono le celebrazioni del Newroz, il capodanno curdo.
Molte altre associazioni stanno subendo gli stessi ricatti, ma Ararat resisterà, così come resiste il popolo curdo in tutta la regione del l Kurdistan.
Per queste ragioni lanciamo un appuntamento pubblico, dando appuntamento per una conferenza stampa martedì 21 febbraio ore 12.00 Piazza del Campidoglio.
DALLE MONTAGNE DEL KURDISTAN AL CUORE DI ROMA, ARARAT NON SI SGOMBERA.