Ogni avanzamento culturale e politico parte dall’autorganizzazione e il nostro piano femminista non è solo un documento, ma una dichiarazione di guerra:

La saldatura tra diritti economici e lo smantellamento del welfare è parte del sistema che favorisce discriminazione e sovradeterminazione sulle libertà di scelta. Lavoro, sfruttamento e redistribuzione della ricchezza costituiscono il nesso tra sistema capitalistico e violenza sulle donne.

Le istituzioni non garantiscono indipendenza allo spazio politico che il consultorio rappresenta, soprattutto quando gestito da donne libere, laiche e autodeterminate. Tutti i centri antiviolenza hanno in comune i punti cardine dell’agire politico femminista: le donne che hanno subito violenza, non sono vittime passive, bensì soggette attive nel mutuo aiuto supportate e orientate e mai sovradeterminate nei percorsi di accoglienza dei loro desideri.

Non è pensabile in questo senso, una disgiunzione tra elaborazione del piano femminista dai percorsi di lotta: solo in questo modo è pensabile portare avanti con autorevolezza un dialogo con le istituzioni. Il rapporto con le Regioni dovrà partire dalla Salute come elemento di espressione della libertà di scelta contro precarizzazione e smantellamento del wellfare, e non pensabile solo in ottica riproduttiva. Prevenzione e cura si devono plasmare infatti sull’affermazione del principio di autodeterminazione.

Il contrasto alle norme securitarie e parcellizzate per una vera tutela dei diritti delle donne deve essere pensato a livello giuridico verso una reale applicazione e superamento della convenzione di Istanbul. Solo il superamento della cultura giuridica dei tribunali e dei mass media, che riduce la violenza sulle donne a mere problematiche nelle dinamiche di coppia porterà al riconoscimento della degenerazione culturale e sistemica di cui è manifestazione.

Solo la lotta al regime dei confini, può portare al superamento della militarizzazione e vittimizzazione delle migranti: la detenzione, impossibile da umanizzare, e il pacchetto delle politiche securitarie, perpetuano forme di violenza strutturale, esattamente come la tratta e ogni altra forma di sfruttamento e di dominio. La criminalizzazione dei movimenti migratori deve essere letta in contesto intersezionale cioè in relazione a etnia classe e genere: per questo è emergenziale abolire i dl Minniti-Orlando e il Migration Compact europeo in quanto dispositivi razzisti che annullano libertà di movimento e di autodeterminazione.

Non Una Di Meno continua ad assumere e oltrepassare il ruolo da protagonista nelle pratiche e nelle rivendicazioni di trasformazione del reale: per questo torneremo nelle strade delle nostre città, verso e oltre il prossimo 25 novembre.

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