da admin | 25 Mar 2017
Il 25 marzo i capi di stato e di governo d’Europa si riuniranno a Roma per celebrare il 60° anniversario del Trattato di Roma, costitutivo della Comunità economica europea.
Questo incontro, al di là della retorica celebrativa, assume un significato che non può e non deve essere occultato: quello di accelerare il processo di integrazione europea come risposta all’elezione di Trump, a Putin e alla Brexit.
L’Europa che verrà celebrata è, però, un continente ad (almeno) due velocità, segnato dalle politiche di austerity e che fonda la cooperazione interstatuale su accordi economici e quadrature di bilancio, mentre lascia morire sui propri confini chi fugge da condizioni drammatiche di esistenza e cerca rifugio e protezione in territorio europeo, nonché la possibilità di riprogettare il proprio futuro.
Anche il trattato di Schengen che sembrava essere il necessario strumento comunitario per abbattere le frontiere interne all’Europa, è stato vanificato dalle politiche migratorie dei singoli stati membri, che hanno ridisegnato i confini come luoghi di morte: per chi salta sui treni in corsa per raggiungere la propria destinazione, per chi muore folgorato dalle reti elettriche di protezione o investito dai tir nelle gallerie tra Ventimiglia e la Francia, oppure – ma è divenuta una notizia talmente rituale da non suscitare più scandalo né indignazione – per chi muore nel Mar Mediterraneo, dove si contano più di 5.000 morti accertati nel solo 2016.
Riteniamo fondamentale non perdere l’occasione del 25 marzo per ricollocare al centro del discorso la libertà di movimento, a maggior ragione se il palcoscenico è la città di Roma, uno spazio metropolitano, attraversato da un susseguirsi letale di confini, divieti, inadempienze e corruzione. Uno spazio nel quale lo stesso concetto di accoglienza sembra aver perso qualsiasi significato.
Siamo l’ Europa meticcia, solidale e migrante e lo spazio europeo è il nostro terreno di azione politica. E in questo senso accettiamo la sfida posta da un campo “disintegrato”, a molteplici velocità, dove l’opzione nazionale rischia (e già in parte è così) di offrire terreno ad un populismo che si nutre di razzismo, fascismi, assottigliamento degli spazi di libertà e uguaglianza.
Proprio i migranti e le migranti, infatti, sono i soggetti che più di altri sono in grado di dislocare costantemente le forme del disciplinamento e della repressione della mobilità, nonché di trasformare i limiti della cittadinanza. Il loro spostamento mette in tensione i confini nazionali ed intraeuropei, e la loro collocazione nel mercato del lavoro ridetermina le forme molteplici di sfruttamento del lavoro contemporaneo. Ed è proprio con loro che vogliamo contestare le politiche migratorie europee che negli ultimi anni hanno prodotto hotspot, relocation, accordi bilaterali criminali, svuotando di senso il diritto d’asilo e la libertà di movimento dentro lo spazio europeo, già compromessi dal regolamento Dublino.
Conferma di queste politiche è il Decreto legge Minniti del 17 febbraio, configurato come nuovo “pacchetto sicurezza”, in cui vengono lesi diritti garantiti costituzionalmente e dalle convezioni internazionali, e in cui viene introdotto il lavoro gratuito servile anche per i richiedenti asilo.
Politiche che, in una trappola di austerità selettiva e populismo xenofobo, producono soggettività impoverite, vulnerabili e precarie, funzionando quale dispositivo di ricatto e di confinamento materiale e simbolico delle vite.
Ripartiremo dunque da qui, da Roma, e proprio il 25 marzo, perché vogliamo rendere visibile una costellazione europea di esperienze sociali e politiche che, nelle pratiche mutualistiche, nell’autodeterminazione dei soggetti e nelle rotture conflittuali, siano in grado di contrastare politiche emergenziali, retoriche umanitarie, e sentimenti xenofobi.
Saremo in piazza per gridare, ancora una volta, che vogliamo e possiamo realizzare un’Europa diversa che parta dalla valorizzazione di territori inclusivi e solidali.
Le proteste anti Trump negli USA, l’invasione degli aeroporti contro il “muslim ban”, One day without us, e la piazza dei 200mila di Barcellona al grido di “vogliamo accogliere” ci hanno segnalato, che è necessario, fare coalizione, ‘essere marea’, per segnare l’ordine del discorso rimettendo al centro la libertà di movimento e il diritto per ogni essere umano di scegliere dove andare e dove stare.
Rome, 25th March: International Call for a day of struggle against borders, austerity, racism, and for the freedom of movement in Europe.
https://www.facebook.com/Europeforall25marzo/
#libertadimovimento
#EuropeForAll
da admin | 19 Mar 2017 | Blog, Città, Migranti
CONTRO IL BUSINESS DEI CONTROLLI DI FRONTIERA E L’EUROPA FORTEZZA
In cima alle priorità dei paesi europei c’è la volontà e la spinta politica al controllo: tutte le tecnologie sviluppate sono utili alla causa e il loro utilizzo genera guadagni milionari.
Come nel caso della società INDRA che assieme ad altre si rende complice di una strage permanente delle migrazioni.
Centinaia di persone continuano a morire fuggendo da guerre e carestie e l’Europa premia e finanzia queste aziende che senza scrupoli si prestano al gioco al massacro.
Nel 2012 il mercato globale della gestione delle frontiere (considerando i soli confini terrestri e marittimi) fatturava circa 29 miliardi di dollari, nel 2009 il fatturato del business delle frontiere europee era stimato tra i 6 e i 8 miliardi di euro. e si stima che questo florido business crescerà globalmente fino a 50 miliardi di euro nel 2022. sono soldi sporchi di sangue di tutte quelle vittime delle migrazioni.
Così questa notte INDRA è stata sanzionata per lanciare un segnale di protesta e denuncia contro l’Europa e per chi si rende complice della militarizzazione forzata in nome della sicurezza.
Mentre alle frontiere europee il numero dei morti e dei dispersi continua ad aumentare Frontex potrà ormai dispiegarsi più rapidamente alle frontiere esterne dell’UE per bloccare il passaggio, rendendo il viaggio ancora più pericoloso e cooperando, per i respingimenti, con un numero crescente di paesi, alcuni dei quali noti per le loro violazioni dei diritti umani.
#25M piazza vittorio ore 11
#europeforall
#libertàdimovimento
da admin | 14 Mar 2017
Il 14 Marzo La Rete Romaccoglie respinge il decreto Decreto-Legge( Minniti-Orlando) del 17 febbraio 2017, n. 13 “Disposizioni urgenti per l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonche’ per il contrasto dell’immigrazione illegale” perché reca un’impronta repressiva e securitaria; tende ad accelerare le espulsioni, nonché l’incremento dei rimpatri forzati, tramite nuovi accordi bilaterali con i paesi di provenienza, anche a costo di violare i diritti fondamentali.
In particolare, riteniamo utile sottolineare le seguenti criticità:
1) L’apertura dei Centri Permanenti per il Rimpatrio ( nuovo nome per i vecchi “Centri di Identificazione ed Espulsione”) è inaccettabile sia in quanto rivelatasi fallimentare per le gravi violazioni dei diritti umani, per le condizioni di degrado in cui vi si è detenuti, per gli alti costi, ma soprattutto in quanto il sistema stesso della detenzione amministrativa va rimosso a nostro avviso da ogni ordinamento giuridico.
Si aggiunga che su recenti raccomandazioni UE, si prevede il trattenimento anche di coloro a cui verranno negati asilo e forme di protezione.
2) L’abolizione del secondo grado di giudizio per il riconoscimento del diritto di asilo, è un intervento che provocherà un incremento del lavoro per la Cassazione, è in netto contrasto con i pronunciamenti della Corte Europea dei diritti dell’uomo”. e sancisce di fatto un “diritto speciale” per i richiedenti asilo.
3) La videoregistrazione e la trascrizione automatica dei colloqui dei richiedenti asilo con le Commissioni chiamate a esaminare la domanda di asilo, in assenza della presenza del difensore, rappresenta l’ennesima violazione dei diritti della difesa.
4) Il lavoro Volontario gratuito, non rispetta l’art 36 della nostra Costituzione, dove la retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro garantisce una esistenza libera e dignitosa.
5) La gestione del fenomeno migratorio non significa limitarsi ad un’azione di identificazione e rimpatrio di massa, occorrono norme che favoriscano i flussi d’ingresso, la permanenza regolare dei cittadini migranti, il contrasto al lavoro nero e allo sfruttamento.
RESPINGIAMO QUINDI INSIEME IL DECRETO ORLANDO-MINNITI E PRETENDIAMO DAL PARLAMENTO LA NON CONVERSIONE IN LEGGE DELLO STESSO
Per saperne di più :
1) Uso del Decreto Legge, ex art. 77 Cost. (previsto in casi straordinari di necessità ed urgenza), è strumento fuori luogo per una riforma processuale. Inoltre, il differimento di 180 giorni per l’applicazione, contrasta con lo strumento usato.
2) Giurisdizionalizzazione delle commissioni (parole di Orlando): riteniamo sia una aberrazione giuridica che contrasti in primo luogo con l’art. 111, comma 2, Cost. che prevede la presenza di un giudice terzo ed imparziale in presenza di un contraddittorio paritario tra interessato e Stato, del tutto mancante nelle commissioni per la l’asilo che conosciamo, anche alla luce della previsione dell’assunzione di 250 “specialisti” dai ruoli civili del ministero dell’interno.
3) Abolizione del secondo grado di giudizio: la giurisdizionalizzazione di Orlando non giustifica la soppressione del secondo grado di giudizio e contrasta con l’art. 113 Cost. che prevede la possibilità di impugnare gli atti della P.A. e afferma che la tutela giurisdizionale verso gli atti della P.A. non può essere esclusa o ~limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti, che sembrerebbe anche escludere il ricorso al procedimento ex art. 737 c.p.c.
4) Sezioni speciali e tribunali particolari: si ritorna sempre ad affermare il primato del foro della P.A.; in questo caso le Commissioni, sul foro delle persone fisiche, criterio che è alla base dell’intasamento dei tribunali. Non si sentiva proprio la mancanza di un giudice dell’immigrazione ed è preferibile un giudice dei diritti della persona.
Infine, a tutto voler concedere, non si capisce allora perché mantenere le competenze dei Giudici di Pace in materia di immigrazione e non devolverle a favore del nuovo giudice speciale dell’immigrazione, cancellando la stortura della Bossi/Fini.
5) Notifiche: meglio applicare il 140 e 143 c.p.c. che la nuova norma del tutto incoerente con violazione dei diritti di difesa nel caso di irreperibili e assenti.
6) La videoregistrazione e la trascrizione automatica, in assenza della presenza del difensore, rappresenta l’ennesima violazione dei diritti della difesa che, solo 20 giorni dopo il deposito del ricorso (su cosa si scriveranno i ricorsi?), può essere visionata dall’interessato con il suo avvocato, per poi non poterne discutere in aula con il giudice, non prevedendo il rito camerale la comparizione delle parti.
7) Il rito camerale ex art 737 c.p.c., usato nei procedimenti di volontaria giurisdizione, qui viene applicato nel contenzioso con lo Stato; non prevede udienza, non prevede contraddittorio, non prevede l’audizione dell’interessato affidata alla sola videoregistrazione.
Già il Governo Berlusconi provò a fare questo passaggio e, per opposizione anche del Tavolo Asilo, si giunse ad una mediazione sul rito sommario di cognizione ex art 702 bis c.p.c. abbandonando il rito ordinario. Il rito camerale ex art. 737 c.p.c. elimina qualsiasi interlocuzione tra parte, giudice ed avvocati in barba al 113 cost.
8) Termini brevi di impugnazione e sospensione feriale: bisogna aspettarsi grandi retate d’agosto in cui far decorrere i termini senza ricorsi. I termini brevi di 30 e 15 vengono riaffermati con ulteriore lesione del diritto di difesa.
9) Permanenza nei centri di espulsione dei richiedenti asilo fino ad espletamento delle fasi processuali senza alcun limite temporale: questo passaggio si commenta da solo.
10)~Lavoro Volontario gratuito, viola l’art 36 Cost, dove la retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro garantisce una esistenza libera e dignitosa.
11) L’abolizione dei CIE è, naturalmente, soltanto fumo negli occhi, in quanto il cambio di nome non cambia la vera funzione di queste strutture. In realtà i centri di identificazione ed espulsione diventano 20 sul territorio nazionale.
Rete Romaccoglie
da admin | 5 Mar 2017 | Blog, Glocal, Migranti
Appello per la costruzione di un 25 marzo a Roma di lotta ai confini, all’austerità, al razzismo, per la libertà di movimento.
Il 25 marzo i capi di stato e di governo d’Europa si riuniranno a Roma per celebrare il 60° anniversario del Trattato di Roma, costitutivo della Comunità economica europea.
Questo incontro, al di là della retorica celebrativa, assume un significato che non può e non deve essere occultato: quello di accelerare il processo di integrazione europea come risposta all’elezione di Trump, a Putin e alla Brexit.
L’Europa che verrà celebrata è, però, un continente ad (almeno) due velocità, segnato dalle politiche di austerity e che fonda la cooperazione interstatuale su accordi economici e quadrature di bilancio, mentre lascia morire sui propri confini chi fugge da condizioni drammatiche di esistenza e cerca rifugio e protezione in territorio europeo, nonché la possibilità di riprogettare il proprio futuro.
Anche il trattato di Schengen che sembrava essere il necessario strumento comunitario per abbattere le frontiere interne all’Europa, è stato vanificato dalle politiche migratorie dei singoli stati membri, che hanno ridisegnato i confini come luoghi di morte: per chi salta sui treni in corsa per raggiungere la propria destinazione, per chi muore folgorato dalle reti elettriche di protezione o investito dai tir nelle gallerie tra Ventimiglia e la Francia, oppure – ma è divenuta una notizia talmente rituale da non suscitare più scandalo né indignazione – per chi muore nel Mar Mediterraneo, dove si contano più di 5.000 morti accertati nel solo 2016.
Riteniamo fondamentale non perdere l’occasione del 25 marzo per ricollocare al centro del discorso la libertà di movimento, a maggior ragione se il palcoscenico è la città di Roma, uno spazio metropolitano, attraversato da un susseguirsi letale di confini, divieti, inadempienze e corruzione. Uno spazio nel quale lo stesso concetto di accoglienza sembra aver perso qualsiasi significato.
Siamo l’ Europa meticcia, solidale e migrante e lo spazio europeo è il nostro terreno di azione politica. E in questo senso accettiamo la sfida posta da un campo “disintegrato”, a molteplici velocità, dove l’opzione nazionale rischia (e già in parte è così) di offrire terreno ad un populismo che si nutre di razzismo, fascismi, assottigliamento degli spazi di libertà e uguaglianza.
Proprio i migranti e le migranti, infatti, sono i soggetti che più di altri sono in grado di dislocare costantemente le forme del disciplinamento e della repressione della mobilità, nonché di trasformare i limiti della cittadinanza. Il loro spostamento mette in tensione i confini nazionali ed intraeuropei, e la loro collocazione nel mercato del lavoro ridetermina le forme molteplici di sfruttamento del lavoro contemporaneo. Ed è proprio con loro che vogliamo contestare le politiche migratorie europee che negli ultimi anni hanno prodotto hotspot, relocation, accordi bilaterali criminali, svuotando di senso il diritto d’asilo e la libertà di movimento dentro lo spazio europeo, già compromessi dal regolamento Dublino.
Conferma di queste politiche è il Decreto legge Minniti del 17 febbraio, configurato come nuovo “pacchetto sicurezza”, in cui vengono lesi diritti garantiti costituzionalmente e dalle convezioni internazionali, e in cui viene introdotto il lavoro gratuito servile anche per i richiedenti asilo.
Politiche che, in una trappola di austerità selettiva e populismo xenofobo, producono soggettività impoverite, vulnerabili e precarie, funzionando quale dispositivo di ricatto e di confinamento materiale e simbolico delle vite.
Ripartiremo dunque da qui, da Roma, e proprio il 25 marzo, perché vogliamo rendere visibile una costellazione europea di esperienze sociali e politiche che, nelle pratiche mutualistiche, nell’autodeterminazione dei soggetti e nelle rotture conflittuali, siano in grado di contrastare politiche emergenziali, retoriche umanitarie, e sentimenti xenofobi.
Saremo in piazza per gridare, ancora una volta, che vogliamo e possiamo realizzare un’Europa diversa che parta dalla valorizzazione di territori inclusivi e solidali.
Le proteste anti Trump negli USA, l’invasione degli aeroporti contro il “muslim ban”, One day without us, e la piazza dei 200mila di Barcellona al grido di “vogliamo accogliere” ci hanno segnalato, che è necessario, fare coalizione, ‘essere marea’, per segnare l’ordine del discorso rimettendo al centro la libertà di movimento e il diritto per ogni essere umano di scegliere dove andare e dove stare.
ROMA 25 marzo h.11 PIAZZA VITTORIO
#libertadimovimento
#EuropeForAll
da admin | 25 Gen 2017 | Blog, Città, Migranti
Il 25 gennaio la Rete Roma che Accoglie lancia il presidio in occasione della Conferenza Stato Regioni, in cui tra i punti all’ordine del giorno verrà discussa l’implementazione del numero dei CIE e la firma di nuovi accordi di rimpatrio
A seguito dei fatti di Cona (Ve), in Italia si torna a parlare una volta ancora di accoglienza, e ancora una volta non in termini positivi. Il Cpa (Centro di Prima Accoglienza), teatro di rivolte dei migranti ospitati a seguito della morte di una ragazza ivoriana di 25 anni per trombosi polmonare e, secondo quanto riportato dai suoi compagni, non soccorsa prontamente, era nato nel luglio 2015 per ospitare 15 persone ma dopo pochi mesi vedeva all’interno già oltre 300 migranti.
Una tragedia, ennesimo esempio di “mala accoglienza”, utilizzato da chi strumentalizza la chiusura dei confini e il controllo dei migranti, indicandoli come tappe necessarie per un’azione risolutoria che ponga un argine ai crescenti episodi di terrorismo.
In questo senso va la volontà espressa dal Governo di implementare il sistema di centri di identificazione ed espulsione presenti sul territorio Italiano, prevedendone uno per Regione, e la firma di nuovi accordi bilaterali per i rimpatri (il primo siglato il 12 dicembre 2016 con il Mali), così come dichiarato dal ministro Marco Minniti ed espresso nella circolare diffusa dal Ministero dell’Interno il 30.12.2016.
Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano con la dicitura CPT (Centri di Permanenza Temporanea) i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) sono strutture detentivedove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti o in attesa di regolare titolo di soggiorno.
Rivisti dalla L.286/98 (T.U. dell’immigrazione) e modificati successivamente dal Pacchetto Sicurezza del 2009, i CIE dispongono il trattenimento del migrante per un tempo di 30 giorni, prorogabile per un totale di 18 mesi, laddove vi sia l’impossibilità di eseguire immediatamente l’espulsione nei confronti della persona fermata mediante accompagnamento alla frontiera o respingimento.
In questo modo, i CIE hanno introdotto la possibilità della privazione della libertà personale in caso di violazione di disposizione amministrativa, senza che vi sia un’adeguata valutazione delle situazioni individuali: il trattenimento avviene cioè sulla base dell’irregolarità, aldilà del profilo e della storia dell’interessato.
È ciò che è emerso dalla delegazione della Campagna LasciateCientrare, entrata lo scorso 23 dicembre in visita a Ponte Galeria, l’unico CIE con una sezione femminile operante in Italia (attualmente la parte maschile è inagibile a seguito di un incendio divampato nei locali a dicembre 2015).
Alla delegazione hanno preso parte membri di alcune associazioni impegnate sotto diversi aspetti nel lavoro di sostegno ai migranti, tra cui il centro sociale La Strada, A Buon Diritto e Laboratorio 53.
Nel CIE di Ponte Galeria, grande gabbia che si estende nella periferia Romana a ridosso della nuova Fiera di Roma, sono detenute 57 donne, la maggior parte delle quali provenienti da Nigeria (29) e Cina (11), ma tra loro anche diverse ragazze di etnia rom, Congolesi, Somale, Marocchine.
Unici elementi di comunanza tra loro, la non regolarità sul territorio nazionale ed essere titolari di un decreto di espulsione. Molteplici invece i profili e i vissuti.
Alcune donne sono nate in Italia ma in Italia non sono mai state regolari, non essendo in possesso di nessun requisito che dia diritto alle forme di documento esistente: né a quello per motivi di lavoro, che prevede la possibilità di regolarizzazione per chi accede alla sanatoria e secondo il sistema dei flussi, né a quello per la richiesta di asilo, che lega il riconoscimento del soggiorno nella sussistenza di una persecuzione. È il caso delle ragazze rom, figlie di Paesi che non esistono più, detenute nonostante una sentenza della Cassazione del 2015 si sia espressa per
l’illegittimità del trattenimento in CIE laddove manchino le prospettive di rimpatrio, come appunto in casi di apolidia.
Altre sono qua da diversi anni e magari sono già state titolari di un permesso di soggiorno; come O., Nigeriana, in Italia da ben 20 anni e così radicata da parlare in un dialetto napoletano degno dei quartieri spagnoli.
E poi ci sono loro, i nuovi ingressi; quasi tutte vittime di tratta sessuale e richiedenti asilo, ma, in quanto titolari di espulsione pregressa, costrette a procedere col loro iter in detenzione fino al parere del GIP. Sono loro ad emergere con un profilo di profonda vulnerabilità, legato non solo alla detenzione e quindi alle ansie relative al futuro, ma al vissuto traumatico che le ha caratterizzate e segnate.
Loro come le altre, vittime di “sistemi” che non si riescono a debellare, che vanno dalla tratta allo sfruttamento sessuale e lavorativo, alla mancata inclusione sociale anche in realtà nelle quali le comunità risiedono da moltissimo tempo (Aversa e tutta la Campania ne sono un esempio “classico”).
Ragionare sulla lotta allo sfruttamento e alla clandestinità meramente in termini di azioni di controllo, repressione ed allontanamento è una prassi limitata e rischiosa. Lo è in particolare per le donne vittime di tratta, il cui il rimpatrio le espone al rischio di nuove violenze e ritorsioni e la cui riammissione verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, proprio per questo motivo, è tassativamente proibita dall’art. 3 della stessa Convenzione Europea, a favore dell’accesso a percorsi di tutela.
Ma ragionare in un’ottica di reale sostegno impone una profonda revisione e implementazione degli strumenti esistenti nell’ordinamento Italiano, come ad esempio l’art. 18 del D.lgs 286/98 che prevede la possibilità di rilascio di permesso di soggiorno a chi si trovi in situazioni di grave violenza, ma il cui accesso viene legato alla collaborazione da parte delle vittima nel procedimento legale contro i narcotrafficanti; ossia o la donna è disposta a denunciare gli sfruttatori, o non può avere il permesso di soggiorno.
Per gestire la realtà migratoria, a poco serve l’aumento dei CIE attivi, strutture che comportano spese ingenti e che arrivano a un numero limitato di rimpatri concretamente effettuati, ma è necessario modificare la normativa in materia di soggiorno, rimuovendo i numerosi ostacoli(come nel caso della normativa in materia di migranti “economici”) ed iniziando a tenere in considerazione, ai fini della regolarizzazione, i percorsi di integrazione ed inclusione, le reti di conoscenza già sviluppati nel territorio e i legami familiari esistenti.
Questa l’idea alla base della rete “Roma che accoglie”; nata lo scorso anno a Roma, tiene dentro diverse realtà che da anni si attivano in favore dei diritti dei migranti, partendo dal tentativo dell’elaborazione di un’altra idea di accoglienza.
È proprio la Rete Roma che accoglie che convoca per il 25 gennaio 2017 alle ore 15 a Piazza della Rotonda il presidio in occasione della Conferenza Stato Regioni, in cui si discuterà, tra i vari punti all’ordine del giorno, anche dell’implementazione dei CIE e della firma di nuovi accordi di rimpatrio.
Fonte: Core Online