LottoMarzo Sciopero Globale delle Donne

LottoMarzo Sciopero Globale delle Donne

SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, NOI SCIOPERIAMO!

(Translations below)

L’8 marzo incrociamo le braccia interrompendo ogni attività produttiva e riproduttiva: la violenza maschile contro le donne si combatte con una trasformazione radicale della società.
Scendiamo in strada ancora una volta in tutte le città con cortei, assemblee nello spazio pubblico, manifestazioni creative.
Scioperiamo per affermare la nostra forza.

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ALESSANDRIA – https://www.facebook.com/events/1886719794948292/
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Jesi – https://www.facebook.com/events/1884392561775778/

Scioperiamo perché

La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne

Scioperiamo contro la trasformazione dei centri antiviolenza in servizi assistenziali. I centri sono e devono rimanere spazi laici ed autonomi di donne, luoghi femministi che attivano processi di trasformazione culturale per modificare le dinamiche strutturali da cui nascono la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. Rifiutiamo il cosiddetto Codice Rosa nella sua applicazione istituzionale e ogni intervento di tipo repressivo ed emergenziale. Pretendiamo che nell’elaborazione di ogni iniziativa di contrasto alla violenza vengano coinvolti attivamente i centri antiviolenza.

➋ Senza effettività dei diritti non c’è giustizia né libertà per le donne

Scioperiamo perché vogliamo la piena applicazione della Convenzione di Istanbul contro ogni forma di violenza maschile contro le donne, da quella psicologica a quella perpetrata sul web e sui social media fino alle molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Pretendiamo che le donne abbiano rapidamente accesso alla giustizia, con misure di protezione immediata per tutte, con e senza figli, cittadine o straniere presenti in Italia. Vogliamo l’affidamento esclusivo alla madre quando il padre usa violenza. Vogliamo operatori ed operatrici del diritto formati perché le donne non siano rivittimizzate.

➌ Sui nostri corpi, sulla nostra salute e sul nostro piacere decidiamo noi

Scioperiamo perché vogliamo l’aborto libero, sicuro e gratuito e l’abolizione dell’obiezione di coscienza. Scioperiamo contro la violenza ostetrica, per il pieno accesso alla Ru486, con ricorso a 63 giorni e in day hospital. Scioperiamo contro lo stigma dell’aborto e rifiutiamo le sanzioni per le donne che abortiscono fuori dalle procedure previste per legge a causa dell’alto tasso di obiezione: perché ognun* possa esercitare la sua capacità di autodeterminarsi. Vogliamo superare il binarismo di genere, più autoformazione su contraccezione e malattie sessualmente trasmissibili, consultori aperti a esigenze e desideri di donne e soggettività LGBTQI, indipendentemente da condizioni materiali-fisiche, età e passaporto.

➍ Se le nostre vite non valgono, scioperiamo!

Scioperiamo per rivendicare un reddito di autodeterminazione, per uscire da relazioni violente, per resistere al ricatto della precarietà, perché non accettiamo che ogni momento della nostra vita sia messo al lavoro; un salario minimo europeo, perché non siamo più disposte ad accettare salari da fame, né che un’altra donna, spesso migrante, sia messa al lavoro nelle case e nella cura in cambio di sotto-salari e assenza di tutele; un welfare per tutte e tutti organizzato a partire dai bisogni delle donne, che ci liberi dall’obbligo di lavorare sempre di più e più intensamente per riprodurre le nostre vite.

➎ Vogliamo essere libere di muoverci e di restare. Contro ogni frontiera: permesso, asilo, diritti, cittadinanza e ius soli

Scioperiamo contro la violenza delle frontiere, dei Centri di detenzione, delle deportazioni che ostacolano la libertà delle migranti, contro il razzismo istituzionale che sostiene la divisione sessuale del lavoro. Sosteniamo le lotte delle migranti e di tutte le soggettività lgbtqi contro la gestione e il sistema securitario dell’accoglienza! Vogliamo un permesso di soggiorno incondizionato, svincolato da lavoro, studio e famiglia, l’asilo per tutte le migranti che hanno subito violenza, la cittadinanza per chiunque nasce o cresce in questo paese e per tutte le migranti e i migranti che ci vivono e lavorano da anni.

➏ Vogliamo distruggere la cultura della violenza attraverso la formazione

Scioperiamo affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, per rendere la scuola pubblica un nodo cruciale per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne e tutte le forme di violenza di genere. Non ci interessa una generica promozione delle pari opportunità, ma coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità. Scioperiamo contro il sistema educativo della “Buona Scuola” (legge 107) che distrugge la possibilità che la scuola sia un laboratorio di cittadinanza capace di educare persone libere, felici e autodeterminate.

➐ Vogliamo fare spazio ai femminismi

Scioperiamo perché la violenza ed il sessismo sono elementi strutturali della società che non risparmiano neanche i nostri spazi e collettività. Scioperiamo per costruire spazi politici e fisici transfemministi e antisessisti nei territori, in cui praticare resistenza e autogestione, spazi liberi dalle gerarchie di potere, dalla divisione sessuata del lavoro, dalle molestie. Costruiamo una cultura del consenso, in cui la gestione degli episodi di sessismo non sia responsabilità solo di alcune ma di tutt*, sperimentiamo modalità transfemministe di socialità, cura e relazione. Scioperiamo perché il femminismo non sia più un tema specifico, ma diventi una lettura complessiva dell’esistente.

➑ Rifiutiamo i linguaggi sessisti e misogini

Scioperiamo contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista, che discrimina lesbiche, gay e trans. Rovesciamo la rappresentazione delle donne che subiscono violenza come vittime compiacenti e passive e la rappresentazione dei nostri corpi come oggetti. Agiamo con ogni media e in ogni media per comunicare le nostre parole, i nostri volti, i nostri corpi ribelli, non stereotipati e ricchi di inauditi desideri.

Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo.
#NonUnaDiMeno #LottoMarzo

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8 puntos para el 8 de marzo: ¡Ni una hora menos de huelga!

El 8 de marzo nos cruzaremos de brazos interrumpiendo cualquier actividad productiva y reproductiva: la violencia machista contra las mujeres no se combate con el endurecimiento de las penas (como la cadena perpetua para los autores de feminicidios, tal y como se está discutiendo en la Cámara), sino con una transformación radical de la sociedad. Salimos a las calles una vez más en todas las ciudades con manifestaciones y asambleas en los espacios públicos.
Hacemos huelga para reafirmar nuestra fuerza. Reiteramos una vez más el llamamiento a todos los sindicatos a convocar una huelga general de 24 horas el 8 de marzo, Ni una hora menos, y pedimos a las confederaciones sindicales y, en particular al Cgil, que respondan públicamente sobre la convocatoria de huelga general.

Hacemos huelga porque:

➊ La respuesta a la violencia es la autonomía de las mujeres

Hacemos huelga contra la transformación de los Centros antiviolencia en servicios asistenciales. Los Centros son y deben seguir siendo espacios laicos y autónomos de mujeres, lugares feministas que activan procesos de transformación cultural para modificar las dinámicas estructurales de las que nace la violencia machista contra las mujeres y la violencia de género. Rechazamos la aplicación del llamado Codice Rosa (“Código Rosa”) y cualquier intervención de tipo represivo y de emergencia. Pretendemos que, en la elaboración de cada iniciativa contra la violencia, los Centros antiviolencia participen de forma activa.

➋ Sin efectividad de los derechos no hay justicia ni libertad para las mujeres

Hacemos huelga porque queremos la plena aplicación de la Convención de Estambul contra la violencia machista contra las mujeres, desde la psicológica a la realizada en las redes sociales y páginas web, pasando por el acoso sexual en los puestos de trabajo. Queremos que las mujeres tengan rápido acceso a la justicia, con medidas de protección inmediata para todas, con o sin hijos o hijas, ciudadanas italianas o extranjeras presentes en Italia. Queremos la custodia exclusiva para la madre en casos de violencia de género. Queremos profesionales del derecho formados y formadas para que las mujeres no sean revictimizadas.

➌ Sobre nuestros cuerpos, sobre nuestra salud y sobre nuestro placer decidimos nosotras.

Hacemos huelga porque queremos aborto libre, seguro y gratuito y la abolición de la objeción de conciencia. Hacemos huelga contra la violencia obstétrica, por el pleno acceso a la Ru486, con recurso a 63 días y en el hospital. Hacemos huelga contra el estigma del aborto y rechazamos las sanciones para las mujeres que abortan fuera de los procedimientos previstos en la ley a causa del gran porcentaje de objeción, para que cada unx pueda ejercitar su capacidad de autodeterminación. Queremos superar el binarismo de género, queremos más formación sobre contracepción y enfermedades de transmisión sexual, queremos consultas abiertas a exigencias y deseos de las mujeres y personas LGBTQI, independientemente de sus condiciones físicas, edad o pasaporte.

➍ Si nuestras vidas no valen, ¡hacemos huelga!

Hacemos huelga para reivindicar un salario de autodeterminación para salir de las relaciones violentas, para resistir al chantaje de la precariedad, porque no aceptamos que cada momento de nuestra vida esté a disposición del trabajo. Reivindicamos un salario mínimo europeo porque no estamos dispuestas a seguir aceptando salarios míseros, ni que otra mujer, casi siempre migrante, trabaje en las casas y en el cuidado a cambio de bajos salarios y sin tutela de derechos; un estado de bienestar para todas y todos organizado a partir de las necesidades de las mujeres, que nos libere de la obligación de trabajar siempre más y más intensamente para reproducir nuestras vidas.

➎ Queremos ser libres para movernos y para quedarnos. Contra cualquier frontera: permiso, asilo, derechos, ciudadanía y ius soli

Hacemos huelga contra la violencia de las fronteras, de los Centros de detención, de las deportaciones que obstaculizan la libertad de las migrantes, contra el racismo institucional que sostiene la división sexual del trabajo. Apoyamos las luchas de las migrantes y de todas las subjetividades LGTBTQI contra la gestión y el sistema de seguridad de acogida. Queremos un permiso de residencia incondicional, desvinculado del trabajo, estudio y familia y el asilo para todas las migrantes que han sufrido violencia, la ciudadanía para cualquiera que nace o crece en este país y para todas las y los migrantes que viven y trabajan aquí desde hace años.

➏ Queremos destruir la cultura de la violencia a través de la formación

Hacemos huelga para que la educación a la diversidad se lleve a cabo desde la educación infantil hasta la Universidad, para convertir la escuela pública en un punto crucial para prevenir y contrastar la violencia machista contra las mujeres y todas las formas de violencia de género. No queremos una promoción superficial de la igualdad de oportunidades, sino cultivar un saber crítico hacia las relaciones de poder entre los géneros y hacia los modelos estereotipados de feminidad y masculinidad. Hacemos huelga contra el sistema educativo de la “Buona Scuola” (“Buena Escuela”, ley 107) que destruye la posibilidad de que los colegios sean un laboratorio de ciudadanía capaz de educar a personas libres, felices y autodeterminadas.

➐ Queremos dejar espacio a los feminismos

Hacemos huelga porque la violencia y el sexismo son elementos estructurales de la sociedad que están presentes también en nuestros espacios colectivos. Hacemos huelga para construir espacios políticos y físicos transfeministas y antisexistas en los territorios, en los que practicar resistencia y autogestión; espacios libres de las jerarquías de poder, de la división sexual del trabajo y del acoso. Construyamos una cultura del consenso, en la que la gestión de los episodios de sexismo no sea responsabilidad solo de algunas personas, sino de todxs, experimentemos modalidades transfeministas de socialización, cuidado y relaciones. Hacemos huelga para que el feminismo deje de ser un tema específico y se convierta en una lectura global de la realidad.

➑ Rechazamos los lenguajes sexistas y misóginos

Hacemos huelga contra el imaginario mediático misógino, sexista, racista y que discrimina a lesbianas, gays y trans. Cambiemos la representación de las mujeres que sufren violencia como víctimas complacientes y pasivas y la representación de nuestro cuerpo como objeto. Actuemos con todos los medios y en todos los medios para comunicar nuestras palabras, nuestra forma de ser, nuestros cuerpos rebeldes, no estereotipados y llenos de deseos.
Si nuestras vidas no valen, produzcan sin nosotras. #NonUnaDiMeno #LottoMarzo

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8 point for 8 March: not one hour less of strike!

8 points for 8 March. This is the political platform developed by 2000 people who attended a national assembly in Bologna on the 4th and 5th of February: they carried on the work on the Feminist Plan against male violence and they are organizing a Women’s Strike on 8 March, a strike which involves many countries around the world. These points express the rejection of every form of gender-based violence: oppression, exploitation, sexism, racism, homo- and trans-phobia.

On 8 March we strike interrupting any kind of productive and reproductive activity: male violence against women won’t be tackled with a tightening of punishments – such as the life sentence for femicide perpetrators bill that is now under discussion before the Chamber of Deputies – but only with a radical transformation of society. We will take the streets one more time in every city, with marches, public assemblies, creative demonstrations.

We strike to affirm our strength. We restate one more time the request for all labor unions to invoke, for that day, a general strike of 24 hours – Not One Hour Less – and we ask all labor union confederations, and in particular Cgil, to publicly answer to the call for a general strike.

Why We Strike

➊ The only answer to violence is the autonomy of women

We strike against the transformation of anti-violence centers into neutral care services. These centers are and must remain laic and independent spaces for women, feminist spaces that activate cultural transformation processes able to modify those structural dynamics that generate male violence on women and gender-based violence. We refuse the so-called Code Rose and its institutional implementation, and every kind of repressive intervention and contingency plan. We demand that anti-violence centers are actively involved in the organization of any initiative to tackle gender-based violence.

➋ Without effectiveness of rights there is no justice nor liberty for women

We strike because we want the full implementation of the Istanbul Convention against every form of male violence against women: from psychological violence to violence online and via social media platforms, to sexual harassment in the workplace. We demand that women have fast access to justice, with immediate protection for all women, whether they are with or without child, native or foreigners on Italian soil. We want the sole custody for the mother in case of violence committed by the father. We want trained law professionals so that women won’t be re-victimized.

➌ Our Bodies, Our Health, Our Pleasure: Our Choice

We strike because we demand free and safe abortion, and the abrogation of conscientious objection. We strike against obstetric violence, we strike for free and full access to the Ru486, administered in day hospital and until the 63rd day. We strike against abortion stigma and we refuse sanctions against women who have abortions outside legal procedures due to high rates of conscientious objection: we strike so that everyone should exercise their right to self-determination. We want to overcome gender binarism, we want more self-training on contraception and sexually transmitted diseases, and family counseling opened to LGBTQI individuals’ needs and desires, independently from their physical and material conditions, age and passport.

➍ If our lives have no value, we strike!

We strike to lay claim to the right to economic self-determination, to break free from violent relationships, to rebel against lives regulated by precarity, because we do not accept that every moment of our lives is transformed into labor. We strike for a European minimum salary, because we are no longer willing to accept miserable wages, neither that another woman, often a migrant one, is forced to provide underpaid and unprotected domestic and care work; we strike for a true welfare system for all women, based on women actual needs, which can liberate us from the obligation to work more and more in order to reproduce our lives.

➎ We want to be free to move or stay. Against any border: residence permit, asylum, rights, citizenship and ius soli

We strike against the violence of borders, of Centers for detention, of deportations that prevent the freedom of migrants women, we strike against the institutional racism that promote sexual division of labor. We support migrants women’s and lgbtqi people’s struggles against securitarian immigration policies! We demand unconditional residence permits, not bound by work, education or family, and we demand to grant asylum to every migrant woman who is a victim of violence, and full citizenship for anyone who is born or raised in this country and for every migrant who has been living and working here for many years.

➏ We want to tackle the culture of violence through education

We strike so that diversity education is included in every school grade, from nursery school to university, in order to make public school crucial to preventing and tackling male violence against women, and every form of gender-based violence. We do not care for a generic promotion of equal opportunity policies, we want to foster true critical thinking concerning power relations between genders and stereotypical models of femininity and masculinity. We strike against the educational system of the “Buona Scuola” (law 107) which prevents the education system to become a true laboratory for engaged citizenship, one that could be able to raise happy, free and self-determined people.

➐ We want to make room for feminisms

We strike because violence and sexism are structural elements of our societies and they do not spare even our spaces and collectivities. We strike to build political and physical transfeminist and anti-sexist spaces, spaces where we can practice resistance and self-management, spaces that are free from hierarchies of power, free from sexual division of labor, and most of all free from harassment. We want to build a new culture of consent, where the many and not the ffeels responsible for dealing with sexism; we want to experiment trans-feminist modes of sociality, care and relationships. We strike so that feminism is no more a specific theme, but it becomes an all-encompassing lens through which one can read the world.

➑ We reject sexist and misogynist languages

We strike against the misogynist, sexist, racist and discriminatory against LGBTQI people media landscape. We want to overturn the representation of women victims of violence as compliant and passive, and the representation of our bodies as objects. We act with every media and within any media to communicate our words, our faces, our rebel un-stereotyped bodies, full of unprecedented desires.

If our lives have no value, we strike. #NonUnaDiMeno #LottoMarzo

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Ararat Non Si Sgombera

Ararat Non Si Sgombera

IL COMUNE DI ROMA VUOLE CHIUDERE IL CENTRO CURDO ARARAT

CONFERENZA STAMPA MARTEDI’ 21 FEBBRAIO ORE 12.00 PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

Continua senza sosta l’attività di desertificazione sociale e culturale intrapresa dal Comune di Roma. Il 16 febbraio scorso è stata inviata un’intimazione a liberare gli spazi del Centro di cultura curda Ararat entro 30 giorni. L’ingiunzione di sgombero è corredata dalla richiesta di cifre esorbitanti per gli anni passati da parte dell’Amministrazione, mentre è ancora in attesa di definizione il provvedimento del TAR, per il quale l’udienza di merito è stata fissata per il 22 marzo 2017.

Il centro Ararat ha sempre pagato le quote concordate con il Comune di Roma. Si tratta quindi di una decisione unilaterale che avviene a fronte di reiterate richieste di incontri per l’individuazione di una soluzione condivisa.

Riteniamo sia particolarmente grave imporre la chiusura a un centro culturale attivo nella diffusione della cultura del popolo curdo, della sua lotta per la libertà con importanti importanti progetti di solidarietà itinere e mentre il tribunale competente non ha ancora preso una decisione

Il centro culturale Ararat ha rappresentato negli ultimi diciotto anni uno spazio aperto, punto di riferimento per la comunità curda nella diaspora, un luogo di pace e convivenza tra diverse culture. In questi anni è stato attraversato da curdi provenienti da tutte le parti del Kurdistan: Ararat ha dato loro accoglienza, integrazione e cultura.

Mentre i curdi in Siria e in Turchia resistono e difendono la loro terra, combattendo per l’umanità contro gli attacchi di Daesh e dell’esercito turco, a Roma si tenta ancora una volta di cancellare un’esperienza fra le più vive e attive della città che vede protagonisti gli esuli curdi.

Daesh nel Rojava (Siria del nord) ha distrutto in maniera mirata le associazioni culturali. Il governo di Erdogan ha chiuso centinaia di organizzazioni della società civile curda. Oggi il Comune di Roma si rende complice di questo genocidio culturale portandolo nel cuore della capitale. E come se non bastasse, la scadenza dei 30 giorni coincide proprio con la settimana in cui cadono le celebrazioni del Newroz, il capodanno curdo.

Molte altre associazioni stanno subendo gli stessi ricatti, ma Ararat resisterà, così come resiste il popolo curdo in tutta la regione del l Kurdistan.

Per queste ragioni lanciamo un appuntamento pubblico, dando appuntamento per una conferenza stampa martedì 21 febbraio ore 12.00 Piazza del Campidoglio.

DALLE MONTAGNE DEL KURDISTAN AL CUORE DI ROMA, ARARAT NON SI SGOMBERA.

Sui fatti di Zamboni 36

Sui fatti di Zamboni 36

Una generazione in cammino non si sgombera

Quando abbiamo visto le prime immagini ed i primi video di quel che è accaduto giovedì nove all’interno di via Zamboni 36 l’indignazione, la volontà di denunciare la nostra opposizione alla violenza che abbiamo visto messa in atto, la necessità manifestare la nostra solidarietà e la nostra vicinanza a chi da quella biblioteca era stato cacciato con la forza sono stati sentimenti sorti in maniera spontanea al netto di ogni ragionamento circostanziato.

A distanza di una settimana ci sentiamo in dovere di condividere alcuni ragionamenti, sulla base di due presupposti che riteniamo necessari: la solidarietà e la complicità a chi si è visto piovere addosso delle manganellate nei locali della propria stessa università era, ed è, dovuta, e le ragioni di quelle manganellate sono ben più profonde -e gravi- della singola vertenza che ha scatenato amministrazione universitaria e questura.

Presupposti importanti se -come è stato- a imporsi nel dibattito degli ultimi giorni è stata non solo la presa di posizione di chi -dal Partito Democratico alle destre- ha approfittato delle immagini del 36 per poter dipingere ad arte un movimento studentesco violento e privo di capacità di analisi e di proposta, ma anche e soprattutto un’operazione mediatica tesa a dirigere e appiattire qualunque intervento su una questione specifica -quella dei tornelli- e tacendo le questioni, molto più gravi del singolo episodio, che abbiamo visto dipanarsi in questa vicenda.

Perché in quei tornelli, e soprattutto nei commenti più o meno risentiti dei tanti che li hanno difesi e invocati negli ultimi sette giorni, c’è, paradossalmente, uno spaccato sincero di quella tendenza securitaria che la nostra società sta subendo, e che ovunque nel mondo viene cavalcata da destre più o meno estreme, più o meno mascherate, più o meno populiste.

Nei racconti del degrado -termine che ancora una volta si impone al dibattito a sproposito- che portano, secondo la ricostruzione che ad oggi è più facile leggere, l’Alma Mater a prevedere quei tornelli noi leggiamo gli effetti di un fallimento sociale e politico che è da imputare a quelle forze che hanno tacciato di violenza gli studenti che in questi giorni hanno provato a riprendersi un pezzo della propria università.

In pochi si sono interrogati sulle ragioni di una situazione sociale difficile quale è quella che viene raccontata dagli studenti -e l’esperienza diretta ci dice che il degrado che guadagna voti a Lega e Movimento 5 Stelle, ma anche al Partito democratico di un Merola qualsiasi, è il frutto dell’assenza di politiche rivolte agli ultimi, di meccanismi di esclusione economica e sociale radicatissimi, e più in genere di disgregazione dei valori solidali e comunitari che sarebbero, almeno a parole, patrimonio di una fascia della popolazione molto più ampia di quanto non lo siano i movimenti studenteschi.

E parlare di disgregazione di un’idea di società ci pare quanto mai appropriato, perché l’idea è stata quella di affrontare un problema non con un’attenzione maggiore alle dinamiche sociali e con quel controllo civile che si ottiene con la partecipazione e la vivificazione degli spazi, ma con la chiusura di un luogo a chi non fosse munito di un badge che ne attestasse l’appartenenza al corpo studentesco; cosa più grave, a giustificare il tutto abbiamo dovuto leggere che quella chiusura sarebbe stata in verità la restituzione agli studenti di un loro diritto -legittimato, essenzialmente, dal loro essere studenti paganti- ingiustamente usurpato.

Contro ogni finzione ed ogni retorica, dobbiamo ribadire che l’università e la società che abbiamo in mente non c’entrano nulla con quello che abbiamo visto in atto a Bologna: non possiamo in alcun modo giustificare chi prova a confondere il diritto all’istruzione con una performance erogata in cambio di un pagamento, anticipando nella narrazione che degli avvenimenti si tesse quel processo di aziendalizzazione che viene portato avanti da decenni, ma che è lontano dall’essere compiuto; non possiamo tollerare che si fomentino guerre tra poveri a coprire le responsabilità, gli interessi e l’incapacità di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica; non possiamo più accettare di essere schiacciati su dibattiti e temi che non rispecchiano la realtà da un’informazione che con quelle responsabilità e quegli interessi è troppo spesso contigua.

Perché a Bologna i tornelli sono stati la minor cosa, e non possiamo accettare di ridurci a parlare di quello: a Bologna i lati peggiori dell’Italia hanno provato a marginalizzare quanti si muovevano non tanto al singolo caso di una biblioteca universitaria che viene chiusa all’esterno, quanto all’atomizzazione dei corpi sociali, all’individualismo esasperato e incarnato dalle istituzioni accademiche, alla distruzione di una qualunque opzione solidale e mutualistica, e lo hanno fatto con l’arroganza e la violenza. Non ci sono riusciti.
Abbiamo il dovere di denunciare tutto ciò, di dire e dimostrare che la generazione che è stata piegata dalla precarietà e dalla devastazione sistematica dei diritti è capace di ripartire proprio da quei valori di inclusione, democrazia reale e solidarietà che vorrebbero far passare per morti.

Al 36 si è scritta una pagina buia di repressione, con una compagna ed un compagno tratti in stato di fermo, ma ne è scaturita una luminosa di partecipazione nelle assemblee che hanno visto gli studenti dare risposta, in migliaia, all’azione di rettore e questore: una pagina luminosa da cui trarre spunto e da rivendicare, con la chiarezza di chi sa esprimere le ragioni -giuste- che lo muovono crediamo che non saremo mai soli.

Uni.Insur – Università Insurgente

Pace e Giustizia per il Kurdistan – Manifestazione Nazionale

Pace e Giustizia per il Kurdistan – Manifestazione Nazionale

11 febbraio 2017 – Manifestazione Nazionale a Milano Libertà per Öcalan e per tutte le prigioniere e i prigionieri politici Pace e Giustizia per il Kurdistan

La lotta del Movimento di Liberazione Curdo per la democrazia, la coesistenza, l’ecologia e la liberazione delle donne ha raggiunto primi risultati positivi con l’allargamento del modello di autogoverno democratico nei territori liberati dal giogo delle bande ISIS. Ma con l’estensione della situazione di guerra attuale nel Bakur-Turchia, Rojava-Siria e nel Medio Oriente, i curdi e le altre popolazioni della regione affrontano gravi pericoli; lo stesso Movimento di Liberazione subisce nuove e pesanti minacce.

Per garantire la sua presidenza, Erdogan si è alleato con i fascisti e i nazionalisti turchi, così da affrontare la questione curda con la violenza e la repressione: tutto ciò che è collegato con i curdi e la loro identità è un obiettivo. Vengono commissariate le municipalità, i co-sindaci sono arrestati e sostituiti con amministratori fiduciari di nomina governativa. La brutalità della guerra in Kurdistan che ha visto la distruzione di intere città, è già costata la vita a migliaia di civili, arresti di massa di politici, intellettuali, accademici, giornalisti, attivisti, avvocati e magistrati, fino ad arrivare al piano per l’eliminazione fisica di Öcalan.

La pesante tortura psicofisica inflitta al leader curdo Abdullah Öcalan, nel corso degli ultimi 18 anni in condizioni di isolamento totale, è stata inasprita con ulteriori limitazioni del suo regime carcerario. Dal 5 aprile 2015, dopo che Erdogan ha messo fine al negoziato “per una soluzione politica e democratica della questione curda”, i contatti con l’isola di Imralı sono praticamente interrotti.

In base a recenti informazioni ci sono gravi motivi di preoccupazione per la stessa vita di Ocalan. Nel mentre il regime di Erdogan si prepara a reintrodurre la pena di morte.

Abdullah Öcalan è il rappresentante riconosciuto del popolo curdo, egli svolge un ruolo decisivo per una possibile soluzione duratura e democratica della crisi profonda del Medio Oriente.

La storia ha dimostrato che la questione curda non può essere risolta militarmente. Le guerre di logoramento e i genocidi dello stato turco non hanno mai funzionato. Hanno sempre avuto l’effetto contrario. La Turchia non deve continuare ad attizzare un fuoco che non può spegnere. I colloqui per una soluzione politica della questione curda devono riprendere in una condizione di parità. L’unico modo per garantirlo è l’immediata liberazione di Abdullah Öcalan.

IN OCCASIONE DELL’ANNIVERSARIO DEL SEQUESTRO DI ÖCALAN, IN CONTEMPORANEA CON LA MANIFESTAZIONE INTERNAZIONALE DI STRASBURGO, SCENDIAMO IN PIAZZA A MILANO L’11 FEBBRAIO , PER:

• La libertà per tutti i prigionieri politici e le prigioniere politiche in Turchia! Basta alla tortura e all’isolamento! Chiudere la prigione di Imralı!
• Una soluzione politica e democratica della questione curda! Revocare il bando contro le organizzazioni curde!
• La libertà di Öcalan e la Pace in Kurdistan!

UIKI – Ufficio Informazioni del Kurdistan in Italia , Comunità Curda in Italia, Rete Kurdistan Italia

Per adesioni:   info@uikionlus.com  /   info@retekurdistan.it

 

Adesioni pervenute al 30 gennaio 2017:

Associazione ESSE

Associazione Senza Confine

Associazione Verso il Kurdistan

Associazione Senza Paura Genova

Associazione Culturale Il Bene Comune di Campobasso

AssopacePalestina

Associazione CISDA – Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane

Associazione Italia-Nicaragua Milano

Associazione Diritti e Frontiere, ADIF

Associazione Cultura è Libertà

Associazione No Border

Associazione Culturale Punto Rosso

Associazione Progetto Diritti onlus

WILPF- Italia,Womens International League for Peace and Freedom

Servizio Civile Internazionale, SCI

ARCI Nazionale

Unione degli Studenti

AvEG-KON

Rete Primo Marzo

Rete della Conoscenza

Link Coordinamento Universitario

Osservatorio Repressione

Lume Laboratorio Metropolitano Universitario- Milano

MovimentoNonViolento Sardegna

Confederazione Cobas

FIOM Cgil

Unione Sindacale di Base, USB

Confederazione Unitaria di Base, CUB

Partito della Rifondazione Comunista PRC

Partito Comunista dei Lavoratori- PCL

Sinistra Anticapitalista

Sinistra Italiana

Comitato ticinese per la ricostruzione di Kobane

Comunità curda in Ticino

Comunità siriaca in Ticino.

Federazione Livornese del Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

Federazione Provinciale di Bergamo del Partito della Rifondazione Comunista-Sinistra Europea

Federazione Anarchica Siciliana, FAS

ANPI Ortica

ANPI Colle Val d’Elsa

ANPI 25 Aprile, Milano

ARCI Solidarietà e Sviluppo, Nuovo

Associazione Jambo, commercio equo Fidenza

Associazione Verso la Mesopotamia ,Arco, Trento

La casa donne Lucha y Siesta, Roma

BuongiornoLivorno

Berta Vive Comitato Milano

MLKP

Comitato Spinta dal Basso

Comitato Arin Mirxan – Torino

Collettivo Vis Rabbia di Avigliana

Comitato NoMuos/NoSigonella, Catania

Circolo Cambiaghi

Circolo PRC -SE delle Valli Brembana

Circolo di Parma “celia sanchez – marilisa verti” della associazione nazionale di amicizia Italia Cuba

Casa Madiba Network

Collettivo EXIT di Barletta, Puglia

Collettivo Politico Scienze Politiche, Firenze
Rete Collettivi Fiorentini

ARCI Valle d’Aosta

ARCI Solidarietà Onlus

Il CSA Magazzino 47 di Brescia

Il circolo anarchico Ponte della Ghisolfa -Milano

Collettivo Guernica di Modena

CSA Grotta Rossa

Associazione Pettirossi Lombardia

ASSOCIAZIONE CULTURALE PUNTO ROSSO

Coordinamento Nord Sud del mondo di Milano

Teatro Officina-Milano

Cooperazione Rebelde Napoli

Lido Pola

Rete dei Collettivi Scacco Matto

Zona Esperienze Ribelli 081

ACT! Agire Costruire Trasformare

Associazione Culturale La Lotta Continua

Barrio Campagnola, Bergamo

Gruppo Anarchico “Carlo Cafiero” – FAI Roma

Circolo Italia Cuba Roberto Foresti di Genova

Sinistra per Fiorenzuola

Sinistra Italiana Milano

Dimitri Melli, Sindaco del Comune di Pegognaga

Michele Conia, Sindaco di Cinquefrondi (RC)

Amministrazione Comunale di Cinquefrondi

Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito

Ya Basta! Bologna

Cs Tpo

Labas Occupato

CSOA Angelina Cartella di Reggio Calabria

CSC Nuvola Rossa di Villa San Giovanni

CPA Firenze sud
Cantiere Sociale K100fuegos – Campi Bisenzio Firenze

Ex Caserma Occupata, Livorno

Espace Populaire di Aosta

ALKEMIA, Modena

Sinistra x Milano

Memoria Antifascista

Coordinamento Collettivi Studenteschi-Milano

Csoa Lambrate

CS Cantiere

Rojava Resiste

Campagna Free HDP

Casc, Lambrate-Milano

Zam Milano

Palermo Solidale con il Popolo Curdo

Comitato di Base No Muos

Gruppo Anarchico Alfoso Failla – Federazione Anarchica Italiana

Libert’Aria – Spazio di Cultura

Comitato Versiliese Carlo Giuliani ( Progetto per l’Unità Anticapitalista)

Es- Rete di elaborazione sociale Casalnuovo di Napoli

Osservatorio democratico contro le nuove destre -Milano

Giuseppe Acconcia,  Giornalista-Scrittore

Antonia Sani, presidente di WILPF-Italia

Simone Oggionni, Segreteria nazionale Sel-Sinistra Italiana

Marco Cannito, Capogruppo Comunale di Città Diversa

Luisa Morgantini già vice presidente PE

Gianni Fossati, Pres. Italia-Cuba Milano

Italo Di Sabato – coordinatore Osservatorio Repressione

Vittorio Agnoletto, già PE, membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale

Gianpiero Bonvicino, Responsabile esteri PRC-SE federazione di Bergamo

Sergio Violante,Candidato al Municipio 1 per la lista “Milano in Comune”

Maurizio Poletto, responsabile CGIL Valle di Susa.

Gianni Sartori, giornalista

Luigi Vinci, Ex Europarlamentare

Sandra Cangemi, giornalista, Milano

Selly Kane

Prof. Raul Mordenti, Università di Tor Vergata

Prof. Roberto Pignoni, Università La Sapienza

Fabio Alberti

Cinzia Greco

Claudio Treves, Segretario generale Nidil-Cgil

Tano D’Amico, fotografo

Prof. Enrica Rigo, Clinica Legale Immigrazione, Università Roma Tre

Giovanni Russo Spena, ex Senatore della Repubblica

Silvia Baraldini, attivista per i diritti umani

Grazia Naletto, Presidente di Lunaria

Prof. Gabriella Rossetti, Università di Ferrara

Moni Ovadia, attore e musicista

Lino Anelli, Presidente del GAP di Piacenza e provincia

Francesca Koch, Presidente Casa Internazionale delle Donne

Luca Casarini

Fabrizio Burattini, USB

Non Tremare – Storia di Un Campo Solidale

Viaggio all’interno di “Campo Solidale Amatrice”

“NON TREMARE Storia di un Campo Solidale” è un docufilm prodotto dal collettivo indipendente romano LAB-tv e dalle riprese unite al montaggio di Stefano Torreggiani e Valentina D’Amore.

E’ il racconto della solidarietà dal basso che si è sprigionata nelle primissime ore dopo il sisma del 24 agosto 2016, che distrusse Amatrice e molte delle sue frazioni; le immagini inedite raccolte nel film testimoniano i momenti terribili delle ricerche delle persone rimaste sotto le macerie e l’arrivo di centinaia di volontari da tutta Italia.

In quelle prime ore diversi volontari delle Brigate di Solidarietà Attiva, un’organizzazione nazionale indipendente di solidarietà dal basso, incontrano gli attivisti degli spazi sociali romani uniti nella rete Scossa Solidale; da questo incontro nasce lo Spazio Solidale Amatrice che, appropriandosi di un’area alle porte di Amatrice, incomincia subito a praticare solidarietà attiva fianco a fianco alla comunità amatriciana e alle frazioni colpite.

Staffette per portare aiuti, sportello legale e informativo sui diritti delle vittime del sisma, spazi per la comunità, cene sociali e serate di raccolta fondi, raccolte di beni di prima necessità diffuse per l’Italia.
Una ricostruzione materiale, umana e sociale oltre la luce dei riflettori per una solidarietà non soltanto “per gli amatriciani e le amatriciane” ma sopratutto “con gli amatriciani e le amatriciane”.

NON TREMARE è il racconto di un modo di attivarsi, costruito dalla gente per la gente.
Tante le storie personali e collettive che troverete nel film insieme a tantissime immagini inedite di Amatrice e delle sue frazioni.

Il docufilm sarà possibile scaricarlo sulla piattaforma online VIMEO dal 23 febbraio 2017 al costo sociale di 8 euro; l’intero ricavato sarà devoluto allo Spazio Solidale Amatrice e alle sue attività tuttora in corso.

NON TREMARE Storia di un Campo Solidale
Durata: 50 minuti
Anno: 2016/2017 Amatrice
Regia: Stefano Torreggiani e Valentina D’Amore
Produzione: LAB-tv

Basta Cie: vogliamo integrazione

Basta Cie: vogliamo integrazione

Il 25 gennaio la Rete Roma che Accoglie lancia il presidio in occasione della Conferenza Stato Regioni, in cui tra i punti all’ordine del giorno verrà discussa l’implementazione del numero dei CIE e la firma di nuovi accordi di rimpatrio

A seguito dei fatti di Cona (Ve), in Italia si torna a parlare una volta ancora di accoglienza, e ancora una volta non in termini positivi. Il Cpa (Centro di Prima Accoglienza), teatro di rivolte dei migranti ospitati a seguito della morte di una ragazza ivoriana di 25 anni per trombosi polmonare e, secondo quanto riportato dai suoi compagni, non soccorsa prontamente, era nato nel luglio 2015 per ospitare 15 persone ma dopo pochi mesi vedeva all’interno già oltre 300 migranti.

Una tragedia, ennesimo esempio di “mala accoglienza”, utilizzato da chi strumentalizza la chiusura dei confini e il controllo dei migranti, indicandoli come tappe necessarie per un’azione risolutoria che ponga un argine ai crescenti episodi di terrorismo.

In questo senso va la volontà espressa dal Governo di implementare il sistema di centri di identificazione ed espulsione presenti sul territorio Italiano, prevedendone uno per Regione, e la firma di nuovi accordi bilaterali per i rimpatri (il primo siglato il 12 dicembre 2016 con il Mali), così come dichiarato dal ministro Marco Minniti ed espresso nella circolare diffusa dal Ministero dell’Interno il 30.12.2016.

Istituiti nel 1998 dalla legge sull’immigrazione Turco Napolitano con la dicitura CPT (Centri di Permanenza Temporanea) i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) sono strutture detentivedove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti o in attesa di regolare titolo di soggiorno.

Rivisti dalla L.286/98 (T.U. dell’immigrazione) e modificati successivamente dal Pacchetto Sicurezza del 2009, i CIE dispongono il trattenimento del migrante per un tempo di 30 giorni, prorogabile per un totale di 18 mesi, laddove vi sia l’impossibilità di eseguire immediatamente l’espulsione nei confronti della persona fermata mediante accompagnamento alla frontiera o respingimento.

In questo modo, i CIE hanno introdotto la possibilità della privazione della libertà personale in caso di violazione di disposizione amministrativa, senza che vi sia un’adeguata valutazione delle situazioni individuali: il trattenimento avviene cioè sulla base dell’irregolarità, aldilà del profilo e della storia dell’interessato.

È ciò che è emerso dalla delegazione della Campagna LasciateCientrare, entrata lo scorso 23 dicembre in visita a Ponte Galeria, l’unico CIE con una sezione femminile operante in Italia (attualmente la parte maschile è inagibile a seguito di un incendio divampato nei locali a dicembre 2015).

Alla delegazione hanno preso parte membri di alcune associazioni impegnate sotto diversi aspetti nel lavoro di sostegno ai migranti, tra cui il centro sociale La Strada, A Buon Diritto e Laboratorio 53.
Nel CIE di Ponte Galeria, grande gabbia che si estende nella periferia Romana a ridosso della nuova Fiera di Roma, sono detenute 57 donne, la maggior parte delle quali provenienti da Nigeria (29) e Cina (11), ma tra loro anche diverse ragazze di etnia rom, Congolesi, Somale, Marocchine.

Unici elementi di comunanza tra loro, la non regolarità sul territorio nazionale ed essere titolari di un decreto di espulsione. Molteplici invece i profili e i vissuti.

Alcune donne sono nate in Italia ma in Italia non sono mai state regolari, non essendo in possesso di nessun requisito che dia diritto alle forme di documento esistente: né a quello per motivi di lavoro, che prevede la possibilità di regolarizzazione per chi accede alla sanatoria e secondo il sistema dei flussi, né a quello per la richiesta di asilo, che lega il riconoscimento del soggiorno nella sussistenza di una persecuzione. È il caso delle ragazze rom, figlie di Paesi che non esistono più, detenute nonostante una sentenza della Cassazione del 2015 si sia espressa per l’illegittimità del trattenimento in CIE laddove manchino le prospettive di rimpatrio, come appunto in casi di apolidia.

Altre sono qua da diversi anni e magari sono già state titolari di un permesso di soggiorno; come O., Nigeriana, in Italia da ben 20 anni e così radicata da parlare in un dialetto napoletano degno dei quartieri spagnoli.

E poi ci sono loro, i nuovi ingressi; quasi tutte vittime di tratta sessuale e richiedenti asilo, ma, in quanto titolari di espulsione pregressa, costrette a procedere col loro iter in detenzione fino al parere del GIP. Sono loro ad emergere con un profilo di profonda vulnerabilità, legato non solo alla detenzione e quindi alle ansie relative al futuro, ma al vissuto traumatico che le ha caratterizzate e segnate.

Loro come le altre, vittime di “sistemi” che non si riescono a debellare, che vanno dalla tratta allo sfruttamento sessuale e lavorativo, alla mancata inclusione sociale anche in realtà nelle quali le comunità risiedono da moltissimo tempo (Aversa e tutta la Campania ne sono un esempio “classico”).

Ragionare sulla lotta allo sfruttamento e alla clandestinità meramente in termini di azioni di controllo, repressione ed allontanamento è una prassi limitata e rischiosa. Lo è in particolare per le donne vittime di tratta, il cui il rimpatrio le espone al rischio di nuove violenze e ritorsioni e la cui riammissione verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, proprio per questo motivo, è tassativamente proibita dall’art. 3 della stessa Convenzione Europea, a favore dell’accesso a percorsi di tutela.

Ma ragionare in un’ottica di reale sostegno impone una profonda revisione e implementazione degli strumenti esistenti nell’ordinamento Italiano, come ad esempio l’art. 18 del D.lgs 286/98 che prevede la possibilità di rilascio di permesso di soggiorno a chi si trovi in situazioni di grave violenza, ma il cui accesso viene legato alla collaborazione da parte delle vittima nel procedimento legale contro i narcotrafficanti; ossia o la donna è disposta a denunciare gli sfruttatori, o non può avere il permesso di soggiorno.

Per gestire la realtà migratoria, a poco serve l’aumento dei CIE attivi, strutture che comportano spese ingenti e che arrivano a un numero limitato di rimpatri concretamente effettuati, ma è necessario modificare la normativa in materia di soggiorno, rimuovendo i numerosi ostacoli(come nel caso della normativa in materia di migranti “economici”) ed iniziando a tenere in considerazione, ai fini della regolarizzazione, i percorsi di integrazione ed inclusione, le reti di conoscenza già sviluppati nel territorio e i legami familiari esistenti.

Questa l’idea alla base della rete “Roma che accoglie”; nata lo scorso anno a Roma, tiene dentro diverse realtà che da anni si attivano in favore dei diritti dei migranti, partendo dal tentativo dell’elaborazione di un’altra idea di accoglienza.

È proprio la Rete Roma che accoglie che convoca per il 25 gennaio 2017 alle ore 15 a Piazza della Rotonda il presidio in occasione della Conferenza Stato Regioni, in cui si discuterà, tra i vari punti all’ordine del giorno, anche dell’implementazione dei CIE e della firma di nuovi accordi di rimpatrio.

Fonte: Core Online