Cultura siae

Pubblicato il 9 aprile 2016 | da Irene Salvi

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Oltre la SIAE c’è “Tutta un’altra musica”

Alla scadenza del termine per la ricezione dell’atto comunitario che impone maggiore flessibilità nel mercato europeo dei diritti intellettuali, artisti e produttori si organizzano per rivendicare nuovi modelli possibili

Domani, 10 aprile, scade il termine biennale per l’applicazione della direttiva “Barnier” (Dir. 14/26), approvata nel febbraio 2014 dal Parlamento UE allo scopo di creare un mercato della proprietà intellettuale più aperto e concorrenziale in Europa. Di questo e altro si è parlato giovedì scorso all’incontro “Tutta un’altra musica – Prospettive future per il mercato del dirittto d’autore in Italia” organizzato dall’Angelo Mai Altrove con avvocati, produttori musicali e realtà che creano e diffondono arte indipendente dal basso – come la piattaforma open access Patamù o il collettivo formatosi nell’esperienza del  Teatro Valle Occupato – nella convinzione che la libertà di chi produce e distribuisce cultura sia “condizione necessaria per un modello di mercato equo e partecipato” (dal comunicato).

La scelta dello strumento della direttiva – meno vincolante dei regolamenti europei – e il lungo termine concesso agli Stati membri per la sua ricezione, miravano a consentire a ogni Paese di compiere i passi necessari per adattare la propria legislazione interna ai nuovi criteri comunitari. Ma in Italia, terra di monopolio SIAE, questi passi non sono stati fatti: al contrario, il Ministro della Cultura Dario Franceschini ha dichiarato che “l’Europa ci invidia il monopolio”, chiarendo che «la necessità di una maggiore trasparenza, efficienza e funzionalità della Siae, non è un buon motivo per cambiare il sistema ma per riformarlo». Per questo ieri è partito il tweetstorm #Franceschiniripensaci, che chiede al ministro di modificare la sua posizione e impegnarsi affinché il governo dia attuazione alla direttiva Barnier, anche prendendo in considerazione i numerosi disegni di legge sulla riforma del diritto d’autore presentati negli ultimi anni.

Il Parlamento europeo parte dalla considerazione che ”I problemi nel funzionamento degli organismi di gestione collettiva comportano inefficienze nello sfruttamento dei diritti d’autore e dei diritti connessi nell’ambito del mercato interno, a scapito dei membri degli organismi di gestione collettiva, dei titolari e degli utenti” (punto 5). Nella direttiva è richiamata una precedente Raccomandazione della Commissione UE (05/737) che già nel 2005 invitava gli Stati a intervenire nel mercato del diritto d’autore per garantire “la possibilità per i titolari dei diritti di scegliere liberamente il loro organismo di gestione collettiva, la parità di trattamento delle categorie e l’equa distribuzione delle royalty”.

II diritto degli artisti a scegliere società e organismi collettivi da cui farsi rappresentare, quindi, era già previsto in ambito europeo: ma la direttiva Barnier si spinge oltre, stabilendo l’obbligo per tutte le collecting societies di permettere ai propri autori di scegliere – oltre ai tradizionali sistemi di copyright – anche l’utilizzo delle licenze Creative Commons. Libertà di scelta storicamente osteggiata dalla SIAE, il cui presidente Filippo Sugar ha recentemente ribadito, in un’audizione in Parlamento, come il modello monopolistico in materia di diritti d’autore sia diffuso ovunque e ammesso dalle regole europee. In effetti, gli organi comunitari hanno in più occasioni affermato come in alcuni segmenti di mercato le concentrazioni di soggetti siano tollerabili, purchè però rispondano a criteri di efficienza: e la SIAE non lo fa.  Il bilancio della società, infatti, risulta cronicamente in perdita proprio alla voce relativa ai diritti d’autore – che dovrebbero rappresentarne il core business – e ormai da anni non distribuisce utili ai suoi associati, pur risultando complessivamente in attivo in ragione dei guadagni provenienti da altre attività e servizi. «Se io spendessi in affitto e stipendi dei miei collaboratori più di quanto guadagno, ma andassi in pari sfornando e vendendo pizze nei locali dello studio alla sera, potrei considerarmi un professionista efficiente?» provoca uno dei legali presenti all’incontro.

Per l’avv. Simone Aliprandi, esperto di diritto d’autore, «La SIAE impone agli artisti un rapporto esclusivo e “morboso”, lasciando all’assemblea dei soci un potere quasi paralegislativo nello stabilire regole di mercato che incidono anche su chi non le è affiliato». Secondo Davide d’Atri, fondatore e a.d. della società di gestione dei diritti d’autore Soundreef (che ha recentemente visto confermare in appello la sentenza favorevole ottenuta nel 2014 contro la SIAE) anche la scarsa innovazione tecnologica che affligge la scena musicale e culturale italiana è da imputare alla mancanza di competizione nel mercato: «Meno concorrenza significa meno innovazione, e a rimetterci non sono soltanto artisti ma anche tutti coloro che ascoltano musica»Claudio Trotta, che con la Barleys Art organizza concerti e festival in tutto il mondo dal 1979, aggiunge che «il sistema SIAE impone un’omologazione culturale appiattita sul più arido e miope dei modelli di business».

Oltre a fare pressione sul governo perché compia i passi necessari all’attuazione della direttiva Barnier, lo scopo di questa e altre iniziative in campo è costruire una vertenza aperta per immaginare modelli alternativi di produzione e distribuzione musicale, che sappiano contemperare il diritto di artisti e operatori di settore a vivere del proprio lavoro con il diritto di tutti a godere di una cultura che non risponda esclusivamente alle leggi di mercato.

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