Una chiacchierata con Ernesto Nassi
In prossimità della festa di Liberazione Nazionale CORE incontra il vice presidente vicario dell’ANPI di Roma
Quale significato assegnare, nel 2012, al concetto e alla figura del “partigiano”?
Il “partigiano” oggi, oltre ad essere una figura più che presente, rappresenta una verità. L’ho visto negli occhi di innumerevoli giovani che sacralizzano la figura dei partigiani, soprattutto quando hanno avuto la fortuna di averli vicino, di conoscere quegli ex combattenti che imbracciarono le armi per la liberazione del nostro paese, assegnandogli spesso la veste di miti, un abito che i partigiani non hanno mai gradito. Lo dimostra il caso di mio padre, partigiano del gruppo di Giustizia e Libertà operante nella zona di piazza Navona. Lo seppi solo all’età di ventidue anni. Alle mie prime ed entusiastiche domande rispose: “Sì, fui partigiano, lo dovevo fare!”
Risulta ancora molto attuale il dibattito in merito al concetto di “attentato” quando si parla dell’azione partigiana di via Rasella. Qual’é la sua opinione?
Ancora oggi sono molti gli storici e giornalisti che usano il termine “attentato” per l’azione di via Rasella. Per quanto mi riguarda questo dibattito è chiuso da anni. Dietro a questo termine non v’è altro che il tentativo di minimizzare, se non screditare, la lotta partigiana. Allo stesso concetto di Resistenza, di cui comunque bisogna essere fieri, preferisco parlare di guerra di Liberazione. Nella testa degli italiani deve entrare il concetto che i partigiani non hanno resistito, ma hanno attaccato l’esercito nazifascista, ovunque, dalle città alle montagne. Per questo ritengo sia giusto parlare, soprattutto per quanto riguarda l’azione di via Rasella, di un attacco militare, dovuto e necessario. Tutti capirono il dolore delle Fosse Ardeatine, ma fu incomprensibile e scorretta la condanna alle formazioni partigiane che altro non combatterono che gli autori di quei massacri. Rappresaglie e stragi che tristemente si ripeterono altrove, a Marzabotto e a S.Anna di Stazzema dove la pratica dell’eccidio di donne e bambini si rivelò una terribile costante, un filo rosso che legava tragicamente tutti quegli eventi.
Siamo in prossimità della festa di Liberazione Nazionale. Qual’é la strada per rivalutare questa ricorrenza così importante?
È fondamentale tener sempre vivi e presenti i valori della Liberazione, quelli che permisero di riscattarci dall’occupazione nazifascista, di porre le basi per la nostra Costituzione e della Repubblica democratica. Spesso leggo che, finita la guerra, tornò la democrazia. Prima del 25 aprile 1945 non vi fu democrazia, perché dell’Italia liberale ricordiamo i cannoni di Bava Beccaris e il ventennio fascista fu un regime, quindi il merito va riconosciuto a quei “quattro banditi”, come qualcuno osò chiamarli in quegli anni, di aver fatto nascere la democrazia in Italia.
Che cos’é, oggi, l’ANPI?
L’ANPI è esattamente la stessa che nacque nel giugno 1944. Un ente morale, riconosciuto dallo Stato, depositario dei valori di coloro che hanno fatto la lotta partigiana. Il nostro impegno, rendere viva la memoria e diffonderla, sta diventando sempre più una missione, a fronte dei recenti tentativi di screditare la lotta partigiana con assurde proposte di legge venute alla luce sotto il governo Berlusconi, come la 1360, con la quale si voleva equiparare i repubblichini di Salò ai partigiani o come il tentativo di abbattere la XII norma finale della Costituzione che vieta la ricostituzione del partito fascista. L’ANPI oggi non sta con la testa rivolta al passato, al quale è indissolubilmente legato, ma contestualizza la sua presenza nelle lotte dei lavoratori, degli emarginati e di tutti coloro che combattono per i loro diritti, esattamente come fecero i partigiani.
Voglio ricordare, per concludere, il mio amico e compagno “Sasà”, il partigiano Rosario Bentivegna, scomparso lo scorso 2 aprile, che mi ha trasmesso la sua straordinaria passione per la lotta partigiana, per i valori della democrazia e dell’antifascismo.

