L’Italia è antifascista, CasaPound incostituzionale
Divieto di apologia del fascismo, di riorganizzazione del disciolto partito e di manifestazioni che ne sono espressione. Come si pongono le formazioni politiche come CasaPound e Avanguardia Nazionale con questi principi costituzionali?
«Difendere l’Italia con lo spirito degli eroi del Piave»: così l’enorme striscione di CasaPound apriva il corteo che lo scorso 21 maggio ha sfilato per le vie del centro di Roma. Al fianco della scritta l’immagine del “Fante del Carso”, la testuggine simbolo del movimento, la bandiera del partito neonazista greco Alba Dorata e, alle sue spalle, le braccia tese per il saluto romano davanti al Colosseo.
Effettivamente per gli appartenenti a CasaPound, partito che lo scorso 5 giugno ha concorso alle elezioni amministrative, la ricostituzione di un partito di stampo fascista non è mai stato uno scopo da nascondere (nonostante non traspaia direttamente dal suo statuto). Nella sede di via Napoleone III troneggiano, sulla grande parete d’ingresso, i nomi di riferimento del ventennio: da Mussolini (primo della lista) al futurista Marinetti, passando per Jünger, Evola e così via.
Lo stesso leader romano del partito, Simone Di Stefano, non ha difficoltà nel dichiararsi orgogliosamente fascista come in occasione dell’intervista al Fatto Quotidiano del novembre 2014: «Il fascismo ha fatto tutto (…). Se non l’avessimo avuto a quest’ora saremmo stati nel Terzo mondo. Infatti ci stiamo tornando. Per fortuna che c’è stato il fascismo».
L’idea di una rinnovata legittimazione alle formazioni politiche legate al periodo della dittatura si è fatta strada anche nelle aule parlamentari: il 29 marzo 2011 alcuni senatori di estrema destra formalizzarono a Palazzo Madama la proposta di abrogare la dodicesima disposizione transitoria e finale della Costituzione (attuata dalla c.d. Legge “Scelba” del 1952) – contenente l’espresso divieto di ricostituire il partito fascista – considerata dai promotori obsoleta e anacronistica. In particolare i dieci articoli della legge prevedono diversi divieti in attuazione del principio costituzionale tra cui la riorganizzazione del disciolto partito (art. 1), l’apologia del fascismo (art. 4) e le manifestazioni che ne sono espressione (art. 5).
La proposta del 2011 non ebbe buon esito lasciando tuttavia un nodo mai sciolto: la compatibilità del riconoscimento istituzionale dei partiti di stampo fascista – CasaPound in primis – con i principi costituzionali attuati dalla legge Scelba.
Dagli anni ’50 ad oggi il dibattito ha ruotato principalmente attorno ai rapporti fra libera manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) – invocata dai sostenitori dell’illegittimità della legge Scelba – e le limitazioni cui può essere sottoposta quando è legata a un’ideologia antidemocratica. La Corte costituzionale già nel ‘58 si era pronunciata chiarendo che il reato di manifestazioni fasciste mira a reprimere “non una qualunque manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 della Costituzione, ma quelle manifestazioni tipiche del disciolto partito che (…) possono determinare il pericolo della sua riorganizzazione” (sent. n. 74).
Il principio è stato recentemente ribadito dalla Cassazione, che nel 2014 ha condannato due militanti fascisti per aver compiuto, durante un incontro pubblico in memoria delle foibe, “manifestazioni usuali del disciolto partito, consistenti nell’urlare in coro “presente” e nel fare il saluto romano” (sent. n. 37577). Queste espressioni, secondo la Corte, non rappresentano semplici opinioni ma manifestazioni tipiche del concreto tentativo di raccogliere adesioni ad un progetto di ricostituzione del partito mussoliniano.
Nella stessa sentenza la Cassazione replica duramente anche alla diversa, e altrettanto crescente opinione, secondo cui i divieti contenuti nella legge Scelba non sarebbero più applicabili nel mutato clima politico ed istituzionale. La risposta della Corte è secca: «nulla autorizza a ritenere (…) che il decorso di ormai molti anni dall’entrata in vigore della Costituzione renda scarsamente attuale il rischio di ricostituzione di organismi politico-ideologici aventi comune patrimonio ideale con il disciolto partito (…). L’esigenza di tutela delle istituzioni democratiche non può risultare erosa dal semplice decorso del tempo».
È di ieri del resto la notizia che Avanguardia Nazionale (AN), formazione neofascista sciolta nel ‘76 proprio in applicazione della legge Scelba, voglia riprendere la propria attività. I vertici storici dell’organizzazione – tra cui Delle Chiaie condannato in via definitiva per ricostituzione del partito fascista – hanno infatti annunciato di voler tornare alla politica attiva nei territori con l’apertura di nuove sedi trasformando AN in una sigla politica a tutti gli effetti.
Ma come si pongono i principi costituzionali previsti dalla Scelba con la crescita di partiti come CasaPound e la rinascita di formazioni come Avanguardia Nazionale? A differenza degli anni ’70, da parte delle principali forze politiche italiane non si registrano, ad oggi, decise prese di posizione in riferimento alla necessità di esigere – a tutela dei valori democratici e costituzionali – uno scioglimento di queste organizzazioni politiche. Al contrario è evidente come, con la complicità di un dibattito politico nazionale in cui i valori dell’antifascismo sono quasi scomparsi, CasaPound sia sempre più inserita all’interno del quadro istituzionale cittadino (e non solo), raccogliendo alle scorse elezioni amministrative oltre 14.499 voti solo a Roma (quasi il doppio della precedente tornata elettorale). Il crescente dialogo tra la formazione fascista guidata da Gianluca Iannone e le forze politiche oggi al governo, è stato peraltro oggetto di un recente storify realizzato dal collettivo Wu Ming che ricostruisce, attraverso i commenti pubblicati negli ultimi due anni sui principali social network, i costanti “ammiccamenti” tra diversi esponenti del Partito Democratico e CasaPound.
Si tratta di un processo che, se messo in relazione alla crescita esponenziale dei consensi dei partiti di estrema destra in Europa, può condurre a forme sempre più diffuse di istituzionalizzazione di formazioni politiche, principi e pratiche ontologicamente incompatibili con i valori democratici e antifascisti su cui la Costituzione si fonda. Valori che, come ribadito dalla stessa Cassazione nel 2014, non risultano intaccati dal decorso del tempo perché «frequenti risultano gli episodi ove sono riconoscibili rigurgiti di intolleranza ai valori dialettici della democrazia e al rispetto dei diritti delle minoranze etniche e religiose».

