Cultura 8 settembre '43

Pubblicato il 10 settembre 2016 | da Matteo Picconi

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8 settembre ’43 e le “due giornate” di Roma

Una riflessione sulle due battaglie della Montagnola e di Porta San Paolo, quando la popolazione romana affiancò le truppe militari fronteggiando l’invasore tedesco

Le vicende della battaglia della Montagnola e di Porta San Paolo sono scolpite nella storia della Resistenza Romana come la prima tappa della Liberazione, il primo atto di difesa dall’invasione nazifascista che mise in ginocchio la città per nove lunghi e tragici mesi. Ma il significato storico e politico di quei 9 e 10 settembre va oltre questa sorta di categorizzazione e mostra delle caratteristiche che distinguono la “rivolta di popolo” del settembre ’43 dalla lotta, organizzata e ideologizzata, messa in atto nei mesi successivi dalle diverse componenti e anime che formarono il mosaico della Resistenza.

8 settembre 43-no al fascismoCome ben si espresse lo storico Cesare De Simone nell’introduzione della sua “Roma Città Prigioniera” (Mursia 1994) la Capitale non aveva mai conosciuto “un così terrificante periodo di violenza e di morte, di sofferenza. E mai, insieme, era stata protagonista di una così vasta rivolta; mai così coraggiosa, nobile (…), era stata la partecipazione dei suoi figli all’odio e alla lotta contro lo straniero alieno ed i suoi servi sanguinari e stolti”. Il passo del De Simone mette in luce una verità storica indiscutibile. La Roma forgiatasi nei secoli, indolente, oziosa, egoista, si risveglia dal torpore e dalle illusioni, dopo essere stata travolta “nell’ubriacatura romagnola di un rinato Cola di Rienzo” (cit. Pierluigi Occelli in “Pause Stazionali”). La Città Eterna, come le principali città italiane, nel settembre del ’43 “scopre” la Resistenza. La novità e la rottura con il passato, secondo Paolo Pinto, consiste nel fatto che tale fenomeno “coinvolge non solo gli intellettuali e i politici, cioè le punte avanzate dell’antifascismo militante, ma anche la gente semplice, gli sbandati, gli operai, le donne, i giovani” (“Resistenza e libertà nel Lazio” 1979). L’antifascismo romano smette allora di essere un fenomeno elitario e diviene fatto concreto della vita cittadina. L’analisi di Pinto fornisce una spiegazione più sociale che politica, spiegando che l’affermarsi del regime “non aveva turbato le coscienze degli italiani, che sembravano assai più preoccupati della sicurezza di vita e della pace sociale che il fascismo assicurava loro. Questa situazione di sostanziale accettazione del fascismo non poteva non riscontrarsi a Roma (…). Quando con la guerra vennero meno la sicurezza di vita e la pace sociale, venne meno anche il consenso al regime”. E così Roma, come e prima di Napoli, rispose all’invasore con tutte le sue forze, le poche disponibili. Non ebbe lo stesso esito del capoluogo partenopeo che dal 27 al 30 settembre (le famose “Quattro Giornate”) riuscì a liberarsi dalla morsa nazifascista e a consegnare agli Alleati una città libera. Ma non sarebbe storicamente un azzardo denominare quelle tragiche 48 ore, del 9 e 10 settembre, le “Due Giornate” di Roma.

8 settembre battaglia montagnolaLe letture di De Simone e Pinto trovano conferma nelle cronache di quelle tragiche giornate che seguirono l’armistizio con gli Alleati. Vi furono combattimenti anche nelle campagne a nord di Roma, soprattutto nella zona di Manziana, ma lo scontro decisivo si giocò sul versante meridionale. Perché a fronteggiare l’inarrestabile avanzata dei parà tedeschi, in stanza nella zona compresa tra i Castelli e Pratica di Mare, non furono solo i Granatieri di Sardegna ma anche civili, gente comune, contadini e operai che invece di piegarsi al nemico scelsero “istintivamente” di difendere la città. Potrebbe operarsi una distinzione tra gli scontri del 9 settembre alla Montagnola e l’epilogo di Porta San Paolo e della stazione Termini del giorno seguente. Nella seconda battaglia, infatti, durante la ritirata delle truppe italiane, accorsero molti noti militanti antifascisti: non a caso l’epilogo del 10 settembre viene ricordato come l’atto di nascita, da un punto di vista politico-organizzativo, della Resistenza Romana. Reazione spontanea, disorganizzata ma, appunto, scelta politica, ideologica. Ecco allora che emerge la peculiarità della battaglia del 9 settembre: alla Montagnola, o Borgata Laurentina, la risposta fu “popolare”, istintiva, ideologicamente non definibile. Ne consegue l’emergere di “due anime resistenti”, riscontrabili nei 271 giorni di Roma Città Aperta: da un lato l’affermarsi di una resistenza “politica”, diretta e organizzata, che prenderà quella forma eterogenea che consisteva nel Comitato di Liberazione Nazionale; dall’altro una resistenza “popolare”, al contempo silenziosa e coraggiosa, indiretta e spontanea, che si espresse nella solidarietà ai ricercati, negli assalti ai forni, nel collaborazionismo con le forze resistenti, nell’occultamento delle armi. Due anime che percorsero però la stessa strada e che contribuirono in maniera decisiva alla Liberazione di Roma del 4 giugno 1944.

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