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Pubblicato il 29 marzo 2012 | da Pashtun

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Roma, il mito dell’automobile

Un elogio della bici, un monito per tutti

Lo abbiamo scritto nel comunicato zero1, esiste un inerzia gigantesca sopra cui indagare, una abulia caratteristica della città di Roma, dove vige da anni un mito duro da sfatare. Quello dell’automobile. In sintesi il mito dell’automobile come “vacca sacra” è basato su poche parole d’ordine che intrecciano mobilità, stili di vita, lavoro e pigrizia.

Si vive per lavorare, si lavora per vivere, al lavoro con l’automobile, si lavora per comprarsi un auto, si va in auto per lavorare, uscire la sera, andare allo stadio, non prendere il mezzo pubblico, spostarsi velocemente(sic), non sudare… Da qui non si passa, dice l’adagio. Discorso chiuso. Tenetevi la città sequestrata, lavorate, producete e non rompete le palle. Cerchio magico perfetto per i sogni duraturi di ogni speculatore. Fin qui tutto più o meno chiaro. 

È normale. Gli speculatori romani si arricchiscono costruendo anonimi dormitori, strade e superstrade in mezzo alle campagne, consumando metro dopo metro il vitale spazio raro che circonda(va) la città dei sette colli. Che volete farci, è la legge del mercato. Mica si pretenderà di convincere un liberista anche di fronte alla miseria del suo fallimento?

Più misterioso, e tutto da approfondire, è l’abito mentale di chi, anche opponendosi con dure lotte alle bulimia dei “palazzinari romani”, non solo disdegna l’utilizzo della bicicletta in città ritenendolo impraticabile ma lo considera alla stregua di una mera attività di svago. Le lotte serie le facciamo noi,  voi con la bici maddaì, ma come se fa, siete dei fricchettoni….

Non ci sembra il caso di provare a convincere con buone argomentazioni un Caltagirone piuttosto che gli innumerevoli comitati d’affari che riempiono di nocività le nostre vite. Semplicemente: loro fanno parte del campo avverso. Sono nemici irriducibili del vivente sopra il pianeta terra. Compito di chi vuole cambiare lo stato di cose presente è quello di renderli innocui.

Con questa riflessione ci rivolgiamo a chi si oppone in vario modo al capitalismo e non condivide il modello di città progettato a misura di sfruttatori e speculatori. Siamo con voi, vi diciamo. Anche se ci dite che con l’utilizzo della bici non si risolvono i problemi di Roma. Vogliamo confrontarci.

Curiosità, associazioni di idee, desiderio di autonomia, rottura del vincolo sacro e padronale, arco che si torce, legno che stride, lo spirito vivo dell’uomo in rivolta.

Il nostro punto di partenza è che andare in bici a Roma sia un atto politico quotidiano e permanente. Un atto che dice agli sfruttatori: ora basta, così non va più bene, ci vogliamo riprendere la città che avete sequestrato per i vostri sporchi interessi.

“Mai porre il problema dei trasporti isolatamente, ma legarlo sempre al problema della città, della  divisione sociale, del lavoro”, ha scritto l’eretico André Gorz in un suo breve saggio (L’ideologia sociale dell’automobile) pubblicato al principiare degli anni settanta.

Pochi anni prima di lui, un altro pensatore curioso e insolente nemico dello specialismo, Lewis Mumford scrisse Il mito della macchina. Testo profetico dal taglio multidisciplinare. Aria fresca per le menti di chi vuole comprendere come il capitalismo abbia potuto imporsi con tanta efficacia nelle mentalità dell’uomo moderno. La tecnica nella sua forma distruttiva e snaturante asservisce l’uomo, ne disperde depositi e talenti naturali, crea dipendenza e patologie sociali. Mumford nella sua lunga disamina storica centra il punto: l’indifferenza dell’uomo al principio di realtà, il sentirsi sospeso sopra il cielo come un dio impazzito è la sua stessa rovina. “Se l’uomo paleolitico fosse stato indifferente alla pietra come l’uomo civile è da tempo indifferente al suo ambiente organico la civiltà non avrebbe mai preso forma”.

L’umanità asservita e messa al lavoro dalla mega-macchina sfugge ai propri sensi, alle proprie percezioni ereditarie e genetiche che hanno costruito il suo stesso percorso. É un attentato contro se stessi, contro lo spirito ancestrale che nutre (ancora e per sempre) la nostra immaginazione e  i nostri talenti innati. L’immagine dell’uomo paralizzato nel traffico cittadino che perde la sua autonomia fisica e contemporaneamente il potere politico delle proprie gambe, valore d’uso primario che può sfuggire al mero valore di scambio: quale immagine più calzante per descrivere l’imprigionamento quotidiano? 

Proseguendo lungo il sentiero di lettura non si può non imbattersi in libricino, noto a tutti i ciclisti urbani, di Ivan Illich.. Energie et equité pubblicato in Francia nel 1973 e tradotto in italiano soltanto pochi anni fa (2006) col titolo Elogio della bicicletta. Il libero pensatore austriaco distingue tra trasporto eterodiretto (in auto) e transito autonomo (in bici o a piedi) e scrive: “gli uomini liberi possono percorrere la strada che conduce a relazioni sociali produttive solo alla velocità di una bicicletta…quando una società segna un prezzo sul tempo, tra l’equità e la velocità veicolare si stabilisce una correlazione inversa”. Arroganza, consumo del tempo altrui, imposizione di ineguaglianza. Il “traffico e l’imbottigliamento sono l’essenza , non l’effetto”, dice ancora Illich.

Come tollerare ancora una mobilità incentrata quasi esclusivamente sul trasporto privato? Come non mettere in connessione questo tema a quelli più complessivi che riguardano l’alienazione, l’attacco all’autonomia degli individui, l’assoluta dipendenza verso un manipolo di ricchissimi nemici della gioia condivisa? L’alta velocità, scrive sempre Illich nel citato Elogio della bicicletta, è il fattore critico che rende socialmente distruttivo il trasporto, chi si oppone al Tav deve opporsi all’automobile, aggiungiamo noi.

Cosa aspettiamo a rompere quest’inerzia? Che la benzina arrivi a 3 euro a litro e gli qualche potenza occidentale in decadenza dichiari guerra all’Iran o al Venezuela?  

…sentieri luminosi in movimento…contro l’automobile, ora e sempre!

 


1 Questo articolo è comparso in contemporanea anche sul sito: http://www.sentieriluminosi.org/

 

Sentieri di lettura/1

Lewis Mumford, Il mito della macchina (Il Saggiatore) 

Andrè Gorz, Ecologica (Jaca Book)  

Ivan Illich, Elogio della bicicletta (Bollati Boringhieri)


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