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Pubblicato il 14 ottobre 2016 | da Fabio Ferrari

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Le donne argentine in piazza per i loro diritti

Una testimonianza dal 31° Encuentro Nacional de las Mujeres, tenutosi lo scorso fine settimana tra repressione e manifestazioni per il diritto all'aborto

Lo scorso fine settimana a Rosario si è tenuto il 31° Encuentro Nacional de las Mujeres (Incontro Nazionale delle Donne), importante evento organizzato dai movimenti di donne in Argentina.

Ne parliamo attraverso una intervista con Francesca Belotti, ricercatrice universitaria romana in scienze della comunicazione presso il Conicet – il Cnr argentino – che ha seguito sul posto l’Encuentro come redattrice della Red Nacional de Medios Alternativos, piattaforma di media indipendenti argentini.

Andiamo subito al sodo. C’è stato molto clamore intorno al 31° Encuentro de las Mujeres a causa della repressione del corteo di domenica da parte delle forze dell’ordine. Ci racconti cosa è successo?

L’Encuentro è un momento particolare, unico nel suo genere: è uno spazio di lotta, riflessione, confronto, attraversato da sole donne, peraltro molto diverse tra loro. In quei giorni, a Rosario, abbiamo interrotto il quotidiano, attraversato la città, ci siamo incontrate, abbiamo discusso e siamo ritornate a casa forti delle nostre idee.

Tuttavia, come spesso accade, il sensazionalismo che regola l’attività giornalistica dà visibilità a eventi come l’Encuentro per gli scontri con la polizia, quando in realtà la conflittualità con le istituzioni pubbliche viene da lontano, permea i contenuti stessi dell’evento e travalica ogni giorno le frontiere nazionali.

Il corteo contava, con la presenza di distinte organizzazioni sociali e politiche che l’hanno convocato, oltre 70mila donne.

Sebbene si fosse derosariociso di non arrivare alla Cattedrale (luogo-simbolo del connubio storico tra Stato e Chiesa che, ahimè, incide quotidianamente sui nostri corpi attraverso politiche pubbliche, modelli e pratiche fortemente maschilisti e violenti), la tentazione di avvicinarsi era inevitabile.

Provando a ricostruire gli accadimenti, direi che fino alle 22 circa il corteo sfilava tranquillo tra cori, balli e azioni simboliche. La testa era già giunta a destinazione (il monumento alla Bandiera) quando, quasi inaspettatamente, arriva notizia che era iniziata un’azione repressiva da parte delle forze dell’ordine. Alcune compagne che si trovavano lì (io ero ancora dietro: era un corteo interminabile!) mi hanno raccontato che una compagine composta da uomini ultracattolici e agenti “difendeva” la Cattedrale mentre una poliziotta disarmata simulava, stesa a terra, un “fallo” in pieno stile calcistico.

Le manifestanti fino a quel momento non avevano ancora “sanzionato” la Cattedrale ma, ripeto, la tentazione pare fosse forte. E forse questo clima concitato è bastato a sollecitare l’intervento dei “guardiani della castità” (?). Non so. Prima sono cominciati gli spari di proiettili di gomma e poi i lacrimogeni. Abbiamo registrato circa trenta persone ferite. Non indifferente l’attacco alla stampa che era lì a riprendere l’accaduto. Suggerisco di consultare l’agenzia “ANRed” e “Mucho Palo” per ricostruire gli eventi nel dettaglio: le nostre reporter erano lì e sono state colpite dalla polizia.

Questo Encuentro è stato denso di lotta, si è parlato tanto dell’interruzione volontaria di gravidanza, ci racconti come nasce in Argentina il movimento in difesa di questo diritto e come mai proprio durante questo incontro se ne è affrontata la questione?

La rivendicazione di un aborto libero, sicuro e gratuito permea molte delle attività pubbliche che le compagne organizzano durante l’anno. È una lotta carsica che ciclicamente affiora in superficie perché è spinosa ed è il terreno su cui meglio possiamo misurare le contraddizioni dei governi latinoamericani noti come “progressisti”. Qui in Argentina, come in molti altri paesi dell’America Latina, l’aborto è stato – ed è tuttora – un tabù per chi gestisce lo Stato; e la battaglia per ottenerne il riconoscimento si combatte ogni giorno, ogni volta che una donna deve ricorrere a soluzioni clandestine, “artigianali, insalubri”, mettendo spesso a rischio la sua vita.

Come ha evidenziato Diana Greene Foster dell’Università della California nel maggio scorso sul quotidiano Clarìn: “Le donne che vivono nei paesi in cui l’aborto è illegale, spesso hanno poco acceso ai servizi di pianificazione familiare, inclusi gli anticoncezionali, l’assistenza, l’informazione e dell’interruzione di gravodanza sicura. In conseguenza, queste donne si scontrano con un maggior rischio di mortalità”.

Menziono Clarìn perché è il giornale che si fa portavoce principale di quella ampia parte della società argentina più conservatrice. Dunque, se persino lì si tocca il tema (benché con una logica conservatrice che spinge a migliorare le misure precauzionali per evitare gravidanze indesiderate), significa che stiamo parlando di un problema sociale urgente. In quello stesso articolo Clarìn rilevava come l’aborto si stesse convertendo nella principale causa di morte legata alla maternità in Argentina, dove annualmente circa 500 mila donne devono ricorrere ad aborti illegali che terminano con 80 mila ricoveri e circa 100 morti.

Dati già segnalati a marzo da Pagina12, una testata nazionale che invece si fa portavoce del settore progressista della società argentina. Lo sottolineo perché mi sembra un dato ormai indiscutibile. E perché mi sembra chiarisca emblematicamente come il diritto all’aborto sia effettivamente il terreno di scontro su cui sfuma inesorabile la differenza tra kirchnerismo e macrismo, tra progressismo e conservatorismo.

Questo per le ragioni che menzionavo prima: il cattolicesimo permea la società argentina che, di fondo, è intrisa di moralismo e maschilismo. Nel 2005 la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito, formata da oltre 300 organizzazioni sociali e politiche, presentò un progetto di legge appoggiato da vari deputati nazionali di diversi partiti politici e da molte università. Eravamo in piena fase kirchnerista; tuttavia, la discussione legislativa “abortì”, appunto.

Lo scorso giugno più di 350 organizzazioni sociali, sindacali e politiche, con l’avallo di 34 diputate di diversi partiti, sono tornate alla Camera dei Deputati per presentare nuovamente un Proyecto de Ley de Interrupción Voluntaria de Embarazo (IVE). Siamo in pieno macrismo e ancora una volta sull’aborto legale, sicuro e gratuito nessuna buona notizia.

Quali altri temi caldi sono stati affrontati nel corso dei seminari e cosa è poi uscito dalle assemblee pubbliche?

La lotta contro la violenza sessuale, il femminicidio e la violenza transfobica, le discriminazioni e le disparità di genere nel mercato del lavoro, la comunicazione femminista e l’accesso alle tecnologie, l’ecofemminismo, la salute, l’educazione… Sono queste, tra le altre, le tematiche calde su cui si è articolata la disputa anti-patriarcale nei tre giorni di Encuentro e che poi si è condensata ed è confluita nel corteo finale.

Oltre a trattare questioni esclusivamente di genere, abbiamo affrontato anche questioni sociali e politiche che riguardano tutta la società, ma adottando una prospettiva di genere.

Confrontandomi con alcune compagne che hanno partecipato in diversi seminari so che, per esempio, la campagna “NiUnaMenos” contro i femminicidi per il 2017 si è proposta di creare una rete federale e coordinare le manifestazioni a livello continentale. Altre amiche mi hanno raccontato che in uno degli incontri su donne e lavoro è stata lanciata l’idea di creare commissioni indipendenti deputate a garantire la salute sui luoghi di lavoro e a contrastare gli abusi; di aumentare la rappresentanza femminile nei sindacati ed implementare misure e spazi per facilitare la conciliazione lavoro-famiglia.

Con le compagne della Red Nacional de Medios Alternativos abbiamo raccolto brevi testimonianze durante l’incontro (trasmesse già da Radio Semilla) e tra qualche giorno saranno disponibili i resoconti integrali a carico della Commissione Organizzatrice. Credo che allora avremo un quadro più completo della fruttuosità dell’Encuentro.

Come saprai, in Italia le organizzazioni di donne stanno preparando una grande giornata di mobilitazione contro la violenza di genere per il prossimo 26 novembre. Quali assonanze trovi nelle due esperienze di lotta? Ci sono buone pratiche che possono essere mutuate dall’Argentina?

Proprio l’altro giorno parlavo con alcuni/e compagni/e italiani/e di questo. Mi sembra che la capacità convocante del “NiUnaMenos” sia stata già testata in questo lato del mondo. La sperimenterei anche lì, nei nostri territori che sono ancor più sensibili alla convergenza mediale. Il 15M ci ha insegnato che bisogna saper abitare gli spazi fisici e virtuali per poter entrare nell’agenda mediatica mainstream e, dunque, in quella politica. Facciamolo!

“NonUnaDiMeno”: questa deve essere la consegna dei movimenti di quest’anno. Senza mai dimenticare che il femminicidio, così come il travesticidio, non è che la forma più estrema della violenza perpetuata sui nostri corpi, in un continuum che va dal micro-maschilismo domestico alla violenza psicologica esercitata nelle relazioni di coppia, all’abuso sessuale.

Ci tengo a precisarlo perché anche la campagna “YoDecido” mi sembra centrale per ricordare che impedirci di autodeterminarci nelle scelte che riguardano i nostri corpi è altrettanto una forma di violenza.

D’altro canto, mi piacerebbe moltissimo che in Italia potessimo lanciare un Incontro di Donne n. 1. Per farlo c’è bisogno di una certa capacità di fare moltitudine, di stare insieme nelle differenze, di mantenere aperte le tensioni interne senza però far naufragare l’incontro. Confesso che non sono certa che la politica italiana, top-down e bottom-up, sia abbastanza matura da riuscire ad abilitare uno spazio così. Ma se ci riuscissimo, tornerei volentieri a casa!

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