Cultura

Pubblicato il 17 novembre 2016 | da Saba Camilletti

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Chi lo dice lo fa. Incontro al sessismo quotidiano

Sabato 19 alle 17.30 a La Strada, "Chi lo dice lo fa. Sessismo e linguaggi", un incontro pubblico con Graziella Priulla, Lorenzo Gasparrini e Sara Pollice della Rete Io Decido

Chi lo dice lo fa. Sessismo e linguaggi. È questo il titolo scelto per il secondo incontro di discussione sui temi delle differenze di genere e della violenza contro le donne, che si terrà sabato 19 p.v al CSOA La Strada.
Dopo “Una questione culturale. Sessismo, genere e violenza“, svoltosi a ottobre, il centro sociale rilancia mantenendo il focus sull’aspetto meno emergenziale e più diffuso della questione di genere: il linguaggio quotidiano. “Le forme della comunicazione contribuiscono a costruire il senso condiviso della realtà e a plasmare l’interazione tra le persone. Fra queste la narrazione quotidiana dei generi e dei ruoli che ne derivano socialmente sembra incidere anche sulla narrazione della violenza contro le donne, costituendo essa stessa una diffusissima forma di violenza di genere“.
Ne sono convinti le compagne e i compagni de La Strada che hanno fatto del percorso di accompagnamento alla manifestazione nazionale del 26 Novembre NON UNA DI MENO un’occasione di riflessione profonda, non solo aperta alla cittadinanza, invitata ad animare i dibattiti, ma anche interna, per problematizzare e stigmatizzare quelle che sono riconosciute come le parti immerse, affatto innocenti, dell’iceberg della violenza degli uomini contro le donne.

Ne parleranno sabato alle 17.30, in via Passino 24, Graziella Priulla e Lorenzo Gasparrini, in un evento in cui sarà dato ampio spazio al confronto e alla partecipazione di tutti e tutte coloro che si sentono chiamati in causa dalla violenza, non solo per gli aspetti di cronaca.

Graziella Priulla è una sociologa della comunicazione e della cultura, é stata docente ordinaria di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Catania, dove ha insegnato per quarant’anni. In pensione da un anno non ha però interrotto l’intensa attività di saggista.

Scorrendo i titoli dal 1970 ad oggi non è difficile notare nelle ultime pubblicazioni un esplicitarsi, nell’ambito del fil rouge sulla comunicazione, della questione femminileC’è differenza. Identità di genere e linguaggi. Storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli, 2013); Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014); La libertà difficile delle donne. Ragionando di corpi e di poteri (Settenove, 2016).

Come mai questa virata?
«Ad oggi c’è stato effettivamente quello che le sociologhe chiamano un backlash e cioè un processo di ritorno all’indietro. Quelle conquiste che pensavamo di avere raggiunto negli anni ’70, l’aborto, il divorzio – io ho fatto parte da sempre dei movimenti femministi – ci siamo accorte, negli anni ’80, ’90, che invece venivano usate come un boomerang. Un esempio su tutti è la rivendicazione sul diritto a decidere del proprio corpo, che è poi stata strumentalizzata dalle escort, per fini e in modi che ricalcano precisamente quegli stereotipi che volevamo combattere. Poi c’è un aspetto più personale, invecchiando mi sono resa conto che scrivevo di più di cose che mi interessavano, non soltanto di cose che dovevo studiare per l’accademia, che dovevo pubblicare per i concorsi, o che facevano parte della ricerca ‘ufficiale’. Certo i libri sulle donne non fanno vincere i concorsi, ma ormai non me ne importa più. E quindi dai libri più scientifici in senso stretto, che mi hanno permesso di andare in cattedra, sono passata negli ultimi anni a scrivere anche dei pamphlet. Parole Tossiche non è un saggio di sociologia, è un libretto anche divertente, ironico, che certo non avrei potuto produrre per un concorso. Ma che a questo punto ero contenta di fare ».

Conferma quindi che l’accademia si mantiene un ambiente refrattario ad accogliere la discussione sui generi?
«Le posso dire una cosa che chiarisce tutto: tutti i corsi in università ovviamente vengono retribuiti, ma i corsi di genere hanno detto pubblicamente “o li fate gratis, o non si fanno”. Per far capire l’importanza attribuita al tema, una specie di hobby che uno fa per giocare. Purtroppo l’accademia è un ambiente ancora non solo maschile, ma maschilista proprio. Non vale per tutte le persone, ma in generale, come in molti altri luoghi della vita pubblica, se si vuole far carriera si deve assumere l’ottica maschile».

Quali temi affronterà sabato, partendo dalla riflessione di Parole tossiche, in cui esamina l’uso del linguaggio come strumento della cultura sessista?
«Innanzitutto come si usa il linguaggio in modo sessista, che può andare dalle battute di spirito agli insulti, dai modi di dire ai proverbi, che dissimulano sempre un disprezzo per le donne o comunque che instaurano una gerarchia per cui essere un uomo è più importante, è più giusto. Poi c’è il tema degli stereotipi, che cominciano fin da piccoli con i vestiti, con i giocattoli, le attività consentite e quelle sconsigliate e che poi vanno avanti tutta la vita identificando cose tipicamente femminili e tipicamente maschili. E poi l’ultimo tema, che è forse il più doloroso, ovvero come i mass media trattano i casi di violenza contro le donne, con che linguaggio. Come vengono presentati nella stampa e in televisione e come si contribuisca con molta forza a rafforzare o addirittura inventare gli stereotipi».

Lorenzo Gasparrini, è un filosofo, blogger e attivista antisessista, fondatore tra gli altri dei blog “Questo uomo no” e “La filosofia maschia”. Scrive di argomenti di genere, organizza seminari per le scuole, per i giornalisti, e anima un circolo misto e libero di riflessione e attività per raccontare una maschilità diversa.
Del suo ultimo libro “Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni” (Settenove, 2016) Lorenzo dice “è il libro che avrei voluto leggere a vent’anni, quando ho iniziato ad interessarmi alla politica”.

Come mai? Che cosa è mancato?
«Ad oggi ad occuparci in maniera attiva e plurale dell’aspetto culturale delle questioni sul genere e sulle differenze in Italia siamo pochi, e sempre gli stessi. Nel nostro Paese c’è una disattenzione unica in Europa, un disinteresse e spesso un’ostilità delle istituzioni e della politica che probabilmente si spiega in sè stessa, visto che prioritariamente in quei luoghi il potere maschile e maschilista vige e dunque non vuole certo favorire la strutturazione di percorsi e politiche che mettano in discussione lo status quo. Allo stesso tempo però, proprio per questa assenza di risposte, c’è una grandissima domanda. Da quando ho iniziato ad andare nelle scuole, soprattutto tra i ragazzi e le ragazze delle superiori, ho scoperto che c’è una fame incredibile di discutere queste tematiche, di avere informazioni, di potere ascoltare narrazioni, costruzioni del sè e delle relazioni diverse da quelle proposte da un sistema così arretrato. In questo senso mi sono accorto che c’era bisogno di dare un contributo concreto, fatto di un racconto di esperienze e di una lettura anche maschile della decostruzione degli stereotipi. ‘Diventare uomini’ è un libro scritto da un uomo, sugli uomini, per altri uomini. Ed è incredibile che, dagli anni ’70 ad oggi, in Italia ce ne siano ancora così pochi».

È stato facile ottenere spazio in questo ambito, accoglienza nelle scuole o ascolto da parte politica?
«Assolutamente no. A breve partiranno due cicli di seminari ‘ufficiali’ in due scuole romane, ma il percorso che porta ad una formalizzazione di incontri su questi temi è fortemente scoraggiante, lunghissimo, sepolto dalla burocrazia. Io in questo ambito mi muovo come attivista, per me è un agire politico, poi per lavorare, nel senso stretto dell’indipendenza economica, bisogna fare altro. Il problema strutturale è quello della mancanza di formazione; quand’anche si trova, nel sistema società, nei luoghi pubblici, una figura preposta a dare spazio alla tematica di genere, per esempio un assessorato alle Pari Opportunità, la casistica è che si tratti di una persona con una formazione settoriale. Magari viene da un’esperienza ospedaliera, nel sociale, magari perfino da un centro antiviolenza, ma difficilmente è preparata ad intercettare tutte le vastissime implicazioni della questione culturale del genere».

Verso il 26 novembre è un percorso che è stato declinato su tutto il territorio nazionale in tantissime modalità, dentro e fuori i luoghi pubblici, ma sempre con iniziative dal basso. Sabato il dibattito avrà luogo al centro sociale La Strada, uno spazio liberato, occupato, aperto al territorio..
«Penso che sia giusto che il centro sociale assolva anche questo compito. È uno spazio che per sua natura è predisposto ad accogliere le tematiche di chi è oppresso. È il luogo dove se ne può parlare, dove le minoranze sono ascoltate e dove i conflitti sono problematizzati. La violenza contro le donne non è certo una questione di minoranza, i numeri sono spaventosi. Ma è così che viene raccontata. Si è introdotto il termine femminicidio ma non si è ancora riusciti ad ottenere una lettura critica come fenomeno sociale stabile, ad esempio nei criteri di raccolta dati dell’Istat o di altri fonti di indagine ufficiale. Viene trattata sempre come questione emergenziale quando è evidente che a fronte di tot. uccisioni di donne da parte degli uomini c’è un numero esponenziale di donne abusate, ferite e un numero ancora maggiore di donne insultate o limitate nelle libertà e via dicendo. Si parla quindi di un fenomeno sociale quotidiano, strutturato, stabile e privo di distinzione tra appartenenza religiosa, classe o contesto sociale; e che colpisce anche gli uomini costringendoli a ruoli non scelti liberamente. Gli spazi sociali, in cui si mette in comune un agire politico, non sono certo esenti da questo fenomeno, ma proprio per questo è giusto che siano i primi ad ospitare la riflessione».

Ci sono state delle polemiche a pochi giorni dal corteo del 26 Novembre sulla partecipazione maschile alla manifestazione, cosa ne pensi?
«Ho scritto un post a riguardo sul blog Questo uomo no. Negli anni ’70, con quel tipo di contesto sociale il separatismo è stato uno strumento fondamentale per la rivendicazione femminile, di cui non si poteva fare a meno. Oggi, nel 2016, posso dire che i femminismi sono tanti, e se molti mantengono la necessità del separatismo, altri operano sulla relazione non oppressiva tra i generi. Frequento un centro sociale dove in alcuni giorni, durante lo sportello per la violenza contro le donne, è vietato l’ingresso agli uomini. Un separatismo che ovviamente rispetto. Per una manifestazione nazionale pubblica, nata per dire che la violenza contro le donne è un problema pubblico, che riguarda tutti, e che non è nata con la necessità o la dichiarazione di un separatismo, dirlo a pochi giorni dal corteo mi pare un modo per non fare andare delle persone a dire che sì, quel problema li riguarda. Però, sono convinto che debba manifestare chi è oppresso, non chi opprime, e che gli uomini debbano andare per imparare qualcosa, oltre che per partecipare a quella lotta».

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Autore

Scrivo su Core dal primo numero, febbraio 2009, seguendo i temi a me più cari: ambiente, sostenibilità, percorsi dal basso. Sono laureata in Architettura con una tesi in politiche urbane sulla co-gestione degli spazi pubblici ed ho un master in 'Design della Smart Cities'. Mi occupo di design di arredi con materiali naturali, co-design e design di servizi sostenibili. Alla ricerca di uno stile di vita più sano, insieme con la mia famiglia abbiamo avviato Biozen, un'azienda biologica dove, oltre a coltivare, si sperimentano attività e pratiche di architettura naturale. Da grande, tra le altre cose, vorrei fare l'architetto per bambini. Sono convinta che aiutarli ad organizzare con rispetto ed attenzione il proprio mondo fin da piccoli sia un ottimo modo per renderli adulti felici. E ne abbiamo bisogno.



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