Occelli, il cappellano della Resistenza
La straordinaria figura di Don “Pietro” Pierluigi Occelli, parroco storico della Montagnola, che si distinse nella prima difesa di Roma del 9 e 10 settembre ’43
La storia della Resistenza Romana vive nel ricordo di personaggi incredibili: civili, soldati, madri di famiglia, addirittura bambini. Anche uomini di fede. Don “Pietro” Pierluigi Occelli, per il quartiere della Montagnola, è uno di quegli eroi, l’emblema di quella forza e coraggio che in quell’autunno appena iniziato del 1943 ha contribuito a scrivere una pagina importante, quella della riscossa di una città che si opponeva per la prima volta all’invasore nazifascista.
Pierluigi Occelli nacque a Busca, in provincia di Cuneo, nel 1903. Dopo aver conseguito alla fine degli anni ’20 la laurea in legge, decise di intraprendere la carriera ecclesiastica. Divenuto sacerdote, entrò nella comunità dei Paolini e nel 1937 fu inviato nell’estrema periferia a sud di Roma, nella parrocchia del Buon Pastore, alla Montagnola. Appassionato di lettere e poesia, giornalista, Don Pietro è autore di diversi componimenti in cui si fondono storia antica e devozione religiosa, ma è nelle sue “Pause Stazionali” (pubblicate per la prima volta nel 1953) che il sacerdote piemontese narra anche della storia della sua borgata romana e delle tragiche vicende del ’43.
Fino al ’42 la chiesa era un’ex officina situata sul punto più alto della zona, tra i due clivi dell’allora Borgata Laurentina, ora tagliata dall’odierna Cristoforo Colombo. Il sobborgo che il sacerdote conobbe alla fine degli anni ’30 viveva tutte le contraddizioni dell’epoca. Sul versante sud, verso l’abbazia delle Tre Fontane, vi erano le case povere degli operai e contadini. Dall’altra parte dell’allora via Imperiale, verso la via Ostiense, le ville dei gerarchi fascisti. «Il mio agreste pascolo di cinque strade anonime (dalla prima alla quinta) e di tremila contadini, battitori di caccia, cicoriari, terrazzieri, vetrai, manovali di umile manovalanza, nel 1938-40 divenne terra di facile acquisto dei maggiori gerarchi del Fascio, per le invitanti collinette sui 35-40 metri alte sul Tevere e prospicienti il complesso dell’EUR». In “Rievocazione della Battaglia della Montagnola” (pubblicato nel 1968) Don Pietro insiste, con evidente sprezzo, sugli “ultimi arrivati” della borgata: «Sui due clivi più soleggiati della Montagnola, i gerarchi, ministri, segretari avevano costruito ville e piscine. Si sapeva tutto delle loro famiglie scucite e mal rattoppate, si vedeva con malcelato rancore i generali tedeschi e le loro compagnie notturne salire i due clivi per banchetti e bagni. Le scuderie e i canili contendevano alle madri del popolo lo scarso zucchero e il poco latte. Gli animali di razza, medagline pedigrè, accaparravano le tesserate riserve alimentari del posto». Il decaduto Achille Starace, la “desolata ombra spettrale” di Galeazzo Ciano, il gerarca Filippo Anfuso, Vittorio Mussolini; alcune delle loro ville sono ancora in piedi, mimetizzate dal più moderno tessuto urbano formatosi alla fine degli anni ’50.
Con lo scoppio della guerra, in una borgata sempre più segnata dalla miseria, Don Pietro assunse un ruolo di guida e di sostegno, non solo spirituale. In particolare la sua figura raggiunse tratti eroici in occasione degli avvenimenti immediatamente successivi all’8 settembre del ’43. La gioia per la fine della guerra colse anche la gente della Montagnola che, dopo aver sentito alla radio le parole del generale Badoglio, affollò festante la cripta del Buon Pastore: «Montagnola in festa, i popolani si riversano in chiesa (…) è la gioia di una sospirata pace» (“Rievocazione della Battaglia della Montagnola” 1968). Ma la sospirata pace era tutt’altro che arrivata. La notte stessa, verso le quattro del mattino, il V caposaldo dei granatieri di Sardegna, posto a difesa del fronte meridionale della città, subì un violento attacco tedesco, dovendo così ripiegare fino alle pendici del Forte Ostiense. Lì ebbe inizio la tragica Battaglia della Montagnola, alla quale prese parte anche la popolazione. Don Pietro collaborò attivamente a quella prima forma di resistenza romana, prestando soccorso ai feriti, nascondendo soldati e civili (tra cui decine di ebrei), fornendo cibo, vestiario e medicinali, fino al momento della ritirata delle truppe italiane, quando trattò in prima persona con i tedeschi per evitare la strage di tutti coloro che avevano trovato rifugio all’istituto Gaetano Giardino delle suore di San Anna (lungo l’odierna viale Marconi). Il suo impegno continuò anche durante i nove mesi dell’occupazione nazifascista. Molti continuarono a trovare rifugio nella sua chiesa, mascherati alla meglio da preti o infermieri. La cripta, nelle sue gallerie, era diventata un vero e proprio arsenale, sfuggito in più di un’occasione dalle perquisizioni dei tedeschi. L’esperienza di quel periodo lo segnò profondamente, considerata l’importanza che il parroco della Montagnola ha sempre riservato a quei giovani che combatterono e morirono in quel 9 settembre del 1943. Nella sua stessa chiesa sono riportati i nomi dei caduti e raffigurate le immagini della battaglia, evento da lui ritenuto sempre troppo trascurato dalle autorità cittadine.
Occelli è stato a capo della parrocchia del Buon Pastore fino al 1970, anno in cui diede le dimissioni dopo ben trentadue anni di sacerdozio. Ciononostante, rimase vicario della sua chiesa ed i cittadini hanno continuato a vederlo nel quartiere che lui ormai sentiva come la sua casa. Deceduto il 26 dicembre del 1994 Don Pietro rimane una figura storicamente importante per il quartiere della Montagnola, un motivo d’orgoglio per tutti i cittadini, religiosi e non solo.
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