Cultura

Pubblicato il 28 giugno 2015 | da Ludovica Vincenti

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Intervista a El Aka sull’Hip Hop agrario in Colombia

Un progetto nato per aiutare i ragazzi colombiani a riappropriarsi del proprio territorio e a credere nei sogni

Quasi tutti conoscono le origini dell’Hip Hop, nato intorno agli anni ’70 nel Bronx, a New York. Ma chi è che conosce l’Hip Hop agrario e il progetto Agroarte? Durante uno dei suoi primi viaggi fuori dalla Colombia, alla ricerca di un gemellaggio con altre realtà simili alla sua, El Aka, uno dei fondatori del progetto, è arrivato a Roma e ha voluto raccontare la sua storia su com’è nato Agroarte e perché hanno deciso di unire l’Hip Hop all’agricoltura, cercando di coinvolgere tutti i ragazzi di Medellín.

Cos’è successo a Medellín e in Colombia nel 2002?

«Nel 2002 ci furono 22 operazioni militari, dopo 20 anni di assenza da parte dello stato colombiano. Álvaro Uribe Vélez e Luis Pérez Gutiérrez ordinarono e inviarono un gruppo di militari contro le FARC e l’ELN, i gruppi armati del popolo che si formarono molti anni fa nel territorio. Questa si chiamava l’operazione Orión, fu una strategia attuata in tutto il paese da parte della sicurezza democratica, nata dall’unione tra gruppo dell’Esercito, Polizia, e gruppi paramilitari che si finanziavano con le tasse e con l’industria. Nel 2002 ci fu una repressione a livello nazionale, la gente veniva mutilata e assassinata. Questa era la forma messa in atto dai paramilitari, così la gente aveva paura. Nel 2002 nel Comuna 13, a 15 minuti dal centro urbano, ci fu questo gruppo militare che fece molti morti tra i civili e ci furono molte persone scomparse. Noi siamo cresciuti in un momento in cui l’ordine dello Stato Colombiano era quello di non far comparire nessun morto per la sicurezza democratica e quindi l’unico modo per non far parlare dei tanti morti, era quello di farli scomparire. Di fronte a questa discarica di detriti, che è stata creata tra il Comuna 13 e san Cristobal, abbiamo organizzato questa resistenza con molte donne, perché attualmente ci sono più di 300 corpi interrati, secondo anche gli stessi ufficiali paramilitari, che non sono mai stati recuperati. A Medellín ci sono molte montagne e la città si trova nella conca, vicino alla discarica di detriti, sulle pendici delle montagne, lì abbiamo creato questo processo di agricoltura con piante medicinali, aromatiche e orti. Ora la Colombia si trova in un processo di pace, solo dirlo genera un passo in avanti, se si firma la pace quelli che ci guadagnano sono i comandanti perché i ragazzi che sono andati a sparare, cosa hanno imparato da tutto questo? La pace si dice che necessita di tre generazioni per dimenticare la guerra».

Quando è nato il progetto Agroarte e perché avete deciso di realizzarlo?

«Hip hop agrario è un progetto di resistenza, nato 8 anni fa, di fronte alla discarica di Medellín, che è situata nel Comuna n°13, in Colombia. Qui ci sono 16 Comunas e 5 sono con il reggimento, ed è la parte rurale. I Comunas sono come quartieri e noi siamo cresciuti nel Comuna 13, che è quello con più conflitti perché da lì passano le armi, le droghe. C’è anche San Cristobal che è la parte rurale dove si semina. La Colombia ha un conflitto che va avanti da più di 60 anni e il tema del conflitto è costante, anche se lentamente si sta arrivando a una normalità. Nei Comunas ci sono i paramilitari, tra barrio e barrio, e se la gente passa il confine può essere ucciso, solo per aver attraversato una strada. Quindi le persone hanno paura a relazionarsi tra di loro. Quello che noi ci siamo chiesti era come poter unire la gente di questi quartieri e abbiamo pensato che l’unico modo era attraverso l’arte, la pittura, l’Hip Hop e l’agricoltura. Così abbiamo incominciato con il processo di formazione per ragazzi e ragazze che si chiama “la semilla del futur”, vale a dire il seme del futuro, in cui fanno Hip Hop ma  anche i seminatori».

Ma come si unisce l’Hip Hop con l’agricoltura?

«L’Hip Hop nasce a New York nel Bronx, in una parte urbana, mentre il nostro paese è formato dalle miniere e il 70% è rurale. Le origini dei nostri nonni e dei nostri papà sono contadine, quindi per noi se l’Hip Hop è la strada, sotto la strada c’è la terra che racconta la nostra storia, la nostra memoria e le nostre lotte. Da lì incominciamo con il racconto per i ragazzi, quando ci relazioniamo tra di noi, perché per noi i frutti della terra sono come per voi il riunirsi a tavola, vale a dire un luogo d’incontro, di dialogo. Perché è molto difficile incontrarci in un parco, inoltre in Colombia c’è una stratificazione sociale, c’è lo strato 0 che non possiede nulla, fino ad arrivare allo strato più alto e quindi non esiste un dialogo tra le persone povere e quelle ricche. L’unico modo per avvicinare le persone è l’incontro, attraverso anche l’orto. Attraverso la metodologia della semina dell’Agroarte, che è come una filosofia per riprenderci il territorio. La pulizia sociale avviene ogni volta che arriva un militare e incomincia a sparare sulla folla, a coloro che fumano Marijuana, alle prostitute, agli informatori. Questo è il loro modo di fare pulizia e hanno l’approvazione della classe dirigente colombiana, quindi ecco la paura d’incontrarsi e uscire la notte, ma il riuscire ad incontrarsi è già un passo avanti. Nel frattempo è nata l’Unione tra i Comunas che ha incominciato a diffondere il progetto dell’Hip Hop, dell’agricoltura in posti isolati. Adesso abbiamo 22 posti dove ci sono gli orti e introduciamo “quadri verdi bio”, così la gente che ci passa ricorda suo figlio o i suoi parenti e si incontra con altre persone per parlare dei propri cari. Vengono chiamate le piante della memoria, dove la gente semina in onore ai propri morti e mette i nomi alle piante, una sorta di cimitero. Questa è la prima volta che esco dalla Colombia per far conoscere Agroarte e sono stato a Roma, a Parigi, a Barcellona per trovare nuove alleanze per questo progetto».

Qual’è l’obiettivo di Agroarte?

«Noi di Agroarte proponiamo di lavorare con tutti i dolori che abbiamo e per mezzo della semina e dell’arte generare un processo dove possiamo liberarci dal nostro dolore e capire anche i dolori delle altre persone che hanno sofferto in tutti questi anni, cercando di andare avanti».

Avete prodotto qualche album?

«Si ogni anno facciamo un cd che si chiama “io faccio il custode dell’hip hop colombiano”, il custode è come quello che fanno i contadini che recuperano la loro semina come i diversi tipi di mais, di fagioli, di canna. Però noi facciamo i custodi dell’Hip Hop colombiano, una nuova generazione che parla del suo territorio. La memoria storica che offre l’Hip Hop è più vicina al nostro percorso e si può parlare di cose che non vengono trattate in televisione. Sono ragazzi che crescono in questi territori e hanno il bisogno di raccontare qualcosa».

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