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Pubblicato il 10 novembre 2016 | da Fabio Ferrari

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La Colombia in cammino sulla tortuosa via alla pace

Mentre a Cuba si continua a lavorare per un nuovo accordo, in Colombia il cessate il fuoco bilaterale è stato prorogato fino al 31 dicembre

A poco più di cinque settimane dalla firma degli storici accordi di pace tra il governo e le Farc – Ep (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia – Ejercito Popular), in Colombia si continua a lavorare per la fine del conflitto.

Nonostante la risicata vittoria del No al referendum del 2 ottobre scorso, la mancata ratifica popolare degli accordi non ha bloccato il processo di pace. A seguito del risultato referendario, sia da parte del governo che dalle Farc sono arrivati segnali distensivi e di garanzia sui risultati raggiunti.

Dopo oltre un anno di stop alle ostilità tra esercito e guerriglia, lo scorso 29 agosto le parti avevano infatti proclamato il cessate il fuoco bilaterale e definitivo, riportando il paese ad una calma che ai colombiani mancava da tanto tempo.

La vittoria del No del 2 ottobre ha scompigliato i piani dei protagonisti degli accordi, crpaz 2eando forte incertezza nell’opinione pubblica.

Il governo di Juan Manuel Santos ha reagito al repentino cambio di scenario agendo su diversi fronti. Nel corso di tutto il mese di ottobre il presidente ha incontrato più volte gli esponenti del fronte del No, tra cui l’ex presidente Alvaro Uribe, al fine di concordare una nuova proposta di accordo con la guerriglia dove potessero trovare ascolto anche le voce di chi si era sino al momento opposto.

Nonostante la buona volontà dei partecipanti le posizioni sono rimaste distanti ma, con l’apertura al fronte del No Santos sembrerebbe aver recuperato credibilità politica agli occhi dei cittadini.

Secondo molti commentatori l’accordo siglato all’Avana avrebbe il rango di un trattato internazionale e gli impegni in esso contenuti vincolerebbero il governo colombiano alla sua realizzazione, anche a discapito della volontà popolare emersa dal referendum.

Forte di questa interpretazione, dopo il 2 ottobre Santos ha permesso il proseguimento della successiva tappa dei negoziati all’Avana tra il governo e le Farc, fase nella quale le parti dovranno accordarsi con la firma di un Accordo Generale per la Fine del Conflitto.

Tramite decreto presidenziale è stata ordinata la costituzione di 26 zone di pre raggruppamento nelle quali i guerriglieri si concentreranno in attesa dei risultati della rinegoziazione di Cuba, per poi successivamente smobilitarsi e consegnare le armi.

Tale protocollo, che definisce le regole per la smobilitazione della guerriglia, è stato firmato lo scorso 13 ottobre a Cuba. farc_colombia_acuerdo_paz_destacadaIn tale occasione i membri della sottocommissione tecnica per la fine del conflitto hanno ridefinito, a seguito del trionfo del No nel referendum, nuovi modelli per il meccanismo di demilitarizzazione degli insorti.

Inoltre, con una dichiarazione congiunta dei rappresentanti del governo, delle Farc e dell’Onu è stato annunciato, a partire dal 7 novembre, l’inizio del monitoraggio e della verifica a seguito della conferma, da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dell’autorizzazione alla permanenza in Colombia della missione delle Nazioni Unite.

Espressa la volontà di apportare alcune modifiche e con i lavori in tal senso ancora in corso, all’indomani del referendum le parti stanno implementando gli accordi da un punto di vista operativo.

Per Santos rimane comunque la necessità di un avallo politico. In tal senso dal governo si stanno sondando diverse ipotesi, tra cui quella di riproporre un secondo referendum. Il presidente ha recentemente dichiarato di vagliare anche l’ipotesi di un percorso parlamentare per la ratifica degli accordi. Il Congreso colombiano, su impulso della presidenza, potrebbe adottare un atto legislativo che dia luce verde all’implementazione degli accordi dell’Avana. Tuttavia in questo caso il tempo sarebbe nemico, anche considerando l’attuale difficile congiuntura politica.

A causa del drastico abbassamento dei prezzi del petrolio, di cui la Colombia è paese esportatore, l’amministrazione Santos ha bisogno di approvare entro la fine dell’anno una vigorosa riforma tributaria, pena lo svuotamento delle casse dello Stato. La proposta di riforma ha già ha suscitato un vespaio di polemiche e si annuncia una dura battaglia in parlamento.

Nel 2018 ci saranno poi nuove elezioni e dalla compagine di maggioranza aumentano le pressioni per soluzioni che creino consenso spendibile a breve termine e che permettano di incassare un risultato alla prossima tornata elettorale.

Se, anche grazie alla fermezza della comunità internazionale e delle parti coinvolte, per la Colombia il cammino in direzione della pace sembra ormai irreversibile, il 2017 sancirà quanto sarà ripida la via per il raggiungimento di tale obiettivo.

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