Rifiuti: pagare le tasse non basta, servono incentivi
A Montagnola il progetto SaLe ha realizzato un riciclaggio inclusivo che crea benefici per tutti.
Alzi la mano chi non si è mai lamentato della nuova raccolta differenziata e si faccia avanti chi segue alla lettera l’intera procedura. Perché, diciamocelo, il sentore comune è che sia una gran scocciatura e, soprattutto, in pochi si fidano davvero dell’efficacia dell’intero meccanismo. La produzione di rifiuti urbani a Roma è pari a quasi 2 milioni e mezzo di tonnellate ogni anno, una cifra da capogiro. È urgente quindi riuscire a innescare una dinamica virtuosa che non guardi soltanto alla gestione dei rifiuti ma che consideri importante allo stesso modo il coinvolgimento della popolazione. Proprio per questo negli ultimi anni hanno iniziato a svilupparsi una serie di iniziative private che provano a spronare l’attenzione dei consumatori, come nel caso delle reverse machine (o cassonetto intelligente) di cui un esempio si trova in via dell’Arcadia a Montagnola. Se “produzione” è sinonimo di inquinamento è altrettanto immediato associare il consumo alla generazione di rifiuti. Poiché è impossibile pensare a una realtà senza l’uno o l’altro termine si deve puntare a minimizzare l’impatto ambientale di entrambi i processi in relazione alla fase finale della vita del prodotto, attraverso il giusto bilanciamento tra tasse e sussidi, incentivi ai comportamenti virtuosi e disincentivi alle pratiche peggiori. Il doppio canale di “dare-togliere” deve includere, seppure in maniera differenziata, sia il processo produttivo che la collettività dei consumatori, in quanto responsabili della sovrapproduzione di rifiuti. Quello della generazione dei rifiuti è in primo luogo un problema di esternalità negativa, cioè una differenza tra costo marginale privato e costo marginale sociale che genera una produzione maggiore di quella socialmente ottima. Affinché da entrambi i lati si consideri invece anche il costo dello smaltimento è necessario l’intervento pubblico, andando a ripristinare quello che in linea teorica è l’equilibrio sociale, quindi contemporaneamente economico e ambientale. Se dal lato della produzione si dispone già di strumenti volti alla regolamentazione della produzione di rifiuti, seppure non ancora particolarmente incisiva ed efficace, dalla parte del consumo si hanno obblighi e penalità ma mancano gli incentivi alla pratica dei comportamenti opportuni. Su Roma, ad esempio, l’attivazione della nuova modalità di raccolta differenziata prevede un grande impegno da parte delle famiglie, sicuramente doveroso, cui sono associate il pagamento di una tassa in funzione della stima della generazione di rifiuti di ciascuna ed un’eventuale multa nel caso di mancato rispetto delle regole di differenziazione e raccolta. Lasciando da parte le criticità della computazione dell’imposta a carico di ogni famiglia e la reale certezza della penalità, è evidente che si tratta di misure esclusivamente di imposizione sui cittadini, quindi cosa dovrebbe spingere il privato consumatore mediamente non sensibilizzato a prendere correttamente parte a questo schema? Esattamente su questa mancanza si inserisce il modello delle reverse machine. Questo meccanismo permette infatti il riciclaggio di bottiglie, tassativamente pulite perché altrimenti la macchine rifiutano l’oggetto inserito, restituendo in cambio un buono presso esercizi commerciali convenzionati. In questo modo tutti guadagnano qualcosa, quindi tutti traggono vantaggio dall’essere inclusi nel gioco. Probabilmente le reverse machine, il cui utilizzo rimane peraltro facoltativo, non sono la soluzione, in quanto dovrebbe esserlo l’azione pubblica, ma muovono nella giusta direzione: una politica efficiente dovrebbe infatti bilanciare l’interesse privato con quello pubblico, integrando per questo strumenti impositivi con strumenti incentivanti, ferme restando le penalità. Potrebbe inoltre essere utile spronare il consumatore che produce rifiuti attraverso l’abbattimento della disincentivante diffidenza nei confronti della gestione dei rifiuti. Tuttavia gli unici dati fruibili sul sito dell’Ama sono aggiornati al 2005, ed è ragionevole immaginare che per il coinvolgimento della popolazione sia necessaria una maggiore divulgazione di informazioni affinché la mobilitazione civile possa radicarsi in maniera solida.

