Casal de’ Merode e Porto Fluviale: viaggio nelle occupazioni del Municipio
Due realtà del nostro territorio compiono gli anni. Due tra le molte esperienze che propongono un nuovo modello di convivenza e che il Piano Casa riduce a una questione di legalità
Negli ultimi mesi si è parlato molto di occupazioni abitative. Lo si è fatto – sul nostro giornale come su altri – soprattutto in relazione all’ondata di sgomberi avvenuti a Roma e in altre città, e ai tanti momenti di piazza con cui i movimenti per il diritto all’abitare hanno denunciato l’attacco del governo Renzi che con il Piano Casa – ormai legge – ha rimesso in discussione diritti acquisiti e situazioni consolidate da anni.
Sul territorio dell’ottavo Municipio si trovano decine di stabili occupati a uso sociale, abitativo e culturale. Tra questi ci sono il Casale de’Merode e il Porto Fluviale Occupato: due realtà ormai storiche, saldamente radicate nel tessuto urbano circostante.
Il Casale, un’ex clinica in zona Tor Marancia, è occupato dal 2008 e ospita oltre 60 nuclei familiari. Al suo interno esistono un orto e soprattutto un teatro – il Teatro de’MeRode – che offre alle murghe e agli artisti di zona la possibilità di provare gratuitamente. La gestione dello spazio avviene con assemblee settimanali («Non è una riunione di condominio, dove tutti vengono a difendere soltanto i propri interessi; si parla, si discute anche, ma si cerca sempre la soluzione migliore per tutti. Qui le decisioni si prendono insieme»).
Il Porto Fluviale, un tempo caserma dell’Aeronautica Militare a un passo dalla Piramide – una zona storicamente popolare sempre più modaiola e, di conseguenza, a forte rischio speculazione – è finito sui giornali di mezzo mondo dopo che lo street artist Blu ne ha trasformato la facciata in un’enorme opera d’arte contemporanea. Nato nel 2003 come occupazione abitativa, negli anni lo spazio si è aperto a una serie di attività sociali e culturali che oggi includono una scuola di lingue molto frequentata, laboratori di cucito e oreficeria, la ciclofficina e una “circofficina” in cui vengono ad allenarsi artisti di strada di tutta Roma (e non solo).
Questi due spazi hanno molto in comune. Entrambi funzionano secondo modelli di autocostruzione, autorecupero e gestione collettiva. Entrambi festeggiano in questi giorni i rispettivi compleanni (l’undicesimo per il Porto, l’ottavo per Merode, che lo celebrerà con una quattro giorni itinerante dedicata alla cultura indipendente). Entrambi ospitano decine di nuclei familiari: tutti regolarmente residenti, con l’eccezione degli ultimi arrivati che, in ragione del mutato clima che circonda le occupazioni, da qualche mese – già da prima della conversione del Decreto Lupi, ci dicono – si sono visti respingere dall’Ufficio Anagrafico le richieste di residenza. Entrambi rientrerebbero (a questo punto il condizionale è d’obbligo) nell’applicazione della Delibera della Regione Lazio dello scorso anno, che prevedeva la regolarizzazione delle situazioni occupative esistenti alla data del 31 dicembre 2013 e lo stanziamento di oltre 200 milioni di euro per l’emergenza abitativa a Roma.
E in entrambi, nelle ultime settimane, c’è preoccupazione. I collettivi hanno contribuito – insieme al Coordinamento cittadino di lotta per la casa, di cui fanno parte – alla mobilitazione che chiedeva il ritiro dell’art. 5 e un radicale cambio di rotta nella gestione dell’emergenza abitativa, rotta che ormai sembra impossibile da invertire. Il Piano Casa Renzi-Lupi, infatti, non si limita a criminalizzare gli occupanti e negare loro l’accesso ai diritti fondamentali: è una legge che sceglie da che parte stare, ed è la parte dei più forti. Favorire nuove cantierizzazioni con tanto di sgravi fiscali – anziché intervenire sull’enorme patrimonio immobiliare pubblico abbandonato – comporta che a beneficiare delle agevolazioni per l’edilizia non saranno famiglie e precari in difficoltà, ma principalmente i grandi costruttori. A Roma, parliamo dei soliti noti.
Ciò che il Piano Casa e il new deal renziano intendono mettere in discussione è un’intera galassia di realtà vive e vitali, che dal basso promuovono autoformazione e cultura indipendente, e che della precarietà abitativa fanno un’occasione per immaginare nuove forme di convivenza e ripensare il modo di vivere le città.
Bisognerebbe ricordare che, quando si parla genericamente di “abusivi”, in realtà si sta parlando di loro.

