Dalle curve alle strade, la sicurezza della repressione
Domani alle 18 il L.O.A. Acrobax ospita un incontro sugli strumenti giuridici “preventivi”, sempre più utilizzati contro attivisti e militanti politici
Stadi come piazze, piazze come stadi. Negli ultimi tempi è diventato innegabile un fenomeno che in molti evidenziavano da anni: come cioè le misure amministrative e giudiziarie straordinarie, spesso in odore di incostituzionalità, pensate con riguardo alle tifoserie calcistiche organizzate – in particolare, dall’introduzione del D.A.Spo. in poi – siano ormai regolarmente impiegate come strumenti repressivi contro esponenti dei movimenti sociali. La più pesante ricaduta è visibile nei recenti provvedimenti cautelari che hanno raggiunto attivisti politici antagonisti di diverse città. Arresti e divieti di dimora (misura mai abolita che, di fatto, riproduce il confino di fascistissima memoria) a Bologna; obblighi di dimora e di firma a Firenze – ma l’elenco potrebbe continuare.
Proprio dai recenti fatti di Firenze muove l’incontro di domani all’ex Cinodromo, dove, con l’aiuto dell’avvocato Francesco Romeo, si tenterà di dipanare l’intricata matassa dell’armamentario normativo con cui i magistrati (ma sempre più spesso, anche prefetti e questori) frequentemente perseguono più la personalità politica di esponenti di movimento che non singoli fatti costitutivi di reati, applicando – sembrerebbe – una logica preventiva che però, in materia di responsabilità penale, si scontra con ogni basica garanzia posta dalla Costituzione.
Dopo anni di sperimentazione negli stadi, è il turno delle piazze. Non a caso il Ministro degli Interni Alfano, all’indomani della manifestazione NoExpo del 1 maggio milanese, aveva parlato di “arresti differiti” e divieti preventivi per i cortei «come avviene per le partite di calcio», riecheggiando il suo predecessore Maroni che il 14 dicembre 2010 invocava un “Daspo per manifestanti”. Questa tendenza – che di fatto affida a questure e prefetture un potere abnorme, di natura semi-giudiziaria – trasferisce sui militanti politici l’apparato repressivo già “testato” su tifosi e ultrà, nel colpevole silenzio dell’intero mondo del diritto e di gran parte dell’opinione pubblica. E sembra confermata dal disegno di legge in esame al Senato sulla Sicurezza urbana che introduce nuove, severe regole in tema di manifestazioni (come il divieto per chi scende in piazza, penalmente sanzionato, di indossare caschi o altri strumenti protettivi che ne facilitino il “travisamento” o di accendere petardi e bengala, ora equiparati ad “armi da guerra”) e che secondo lo stesso Alfano mira a delineare un «nuovo modello di governance del sistema sicurezza nelle aree urbane, affinché i cittadini ne abbiano, tra l’altro, una maggiore percezione».
Tutto questo in un paese che mantiene in vigore un codice penale datato 1930 e un T.U.L.P.S. (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza) fermo alle misure straordinarie liberticide introdotte negli anni di piombo. Se, allora, anche nelle parole dei rappresentanti di Governo si consacra la vittoria della percezione sulla realtà – ovvero, della forma sulla sostanza – non sorprende affatto che le Procure cittadine si sentano legittimate a portare avanti, particolarmente nei confronti di una specifica area politica e sociale, un’azione repressiva “anticipata” e sganciata dall’effettiva commissione di reati, muovendosi sul ghiaccio sottile che separa Stato di diritto e stati di polizia.

