Afghani a Tormarancia, le anomalie di un’accoglienza
Con la città in piena emergenza, la chiusura della tensostruttura di via Odescalchi ha sollevato un vespaio di polemiche, facendo emergere nuove criticità riguardo la gestione dell’accoglienza a Roma
L’emergenza rifugiati accarezza Tormarancia. E’ dello scorso martedì 30 giugno la notizia della definitiva chiusura della tensostruttura che, in via Odescalchi, ospitava i profughi afghani in transito a Roma.
La cessazione del servizio di accoglienza ha scatenato alcune polemiche tra il presidente del Municipio Andrea Catarci e l’assessore alle Politiche Sociali del Comune Francesca Danese. Se da un lato Catarci ha criticato, tramite comunicato stampa, l’interruzione delle attività per i circa 150 rifugiati, dall’Assessorato la replica non si è fatta attendere. La Danese ha infatti giustificato la cessazione del servizio come frutto di una decisione che, presa già lo scorso marzo, è stata dettata dagli ingenti costi – oltre un milione di euro l’anno dal 2012 – a fronte dei pochi ospiti e da una stessa richiesta dello stesso municipio, poiché si riteneva che la tensostruttura fosse troppo vicina ad un asilo nido.
Visioni contrastanti tra i due enti, mentre a via Odescalchi si è ieri tenuta un’assemblea pubblica, alla quale ha preso parte la rete delle associazioni presenti sul territorio e coinvolte nel lavoro di accoglienza ai migranti.
‘Esprimiamo preoccupazione per la sorte dei rifugiati transitanti che non troveranno più una struttura di riferimento – ha sottolineato a latere dell’incontro l’Assessore alla Cultura del VIII Municipio, Claudio Marotta – e ora, a causa di visioni ragionieristiche che puntano ad azzerare ogni esperimento di accoglienza, corriamo il rischio di avere decine di migranti gracidanti sparpagliati in una città già sofferente dal punto di vista delle politiche sociali’.
Nonostante abbia costituito un importante precedente per l’accoglienza di migranti in transito, rappresentando un positivo esempio di centro di accoglienza sperimentale, la fine della tensostruttura di via Odescalchi chiude una pagina anomala dell’accoglienza nell’ VIII Municipio.
Realizzata con caratteristiche emergenziali e con il fine di ospitare i rifugiati indegnamente ammassati in una parte dell’Air Terminal Ostiense (tristemente conosciuta come la buca degli Afghani), nel 2012 la struttura era stata affidata tramite procedura diretta all’associazione Osa Mayor, oggi sotto inchiesta per Mafia Capitale, come dichiarato anche dallo stesso Assessore.
Inoltre, malgrado gli altissimi costi – 1.017.224 milioni di euro l’anno – dalle associazioni di volontari che prestavano servizi complementari all’accoglienza dei rifugiati del tendone si erano già da tempo levate critiche in merito alla qualità dei servizi offerti. Secondo quanto dichiarato da Adelaide Massimi, ex volontaria dell’organizzazione umanitaria Medu (Medici per i Diritti Umani) impegnata a via Odescalchi, la sistemazione degli afghani era molto precaria, con continui casi di scabbia durante i mesi caldi dell’anno mentre d’inverno, a causa dell’ampiezza della struttura, non si riusciva a garantire il necessario calore per riscaldare l’ambiente interno.
Pensata come presidio di accoglienza e solidarietà, con ottimi propositi nelle intenzioni, la tensostruttura si era trasformata in un ambiguo capitolo di spesa per le casse del Comune. E’ auspicabile che alla sua chiusura non segua, come purtroppo si sta verificando in questi giorni, una totale omissione di responsabili e corrette politiche sociali, ma proposte concrete e realizzabili. Nel frattempo anche l’OCSE , secondo quanto emerge dal rapporto ieri pubblicato ed intitolato ‘Indicators of Immigrant Integration 2015’, condanna l’Italia che costringe i migranti alla povertà.

