Wu Ming, viaggio nella Rivoluzione
Sono un collettivo di scrittori, un blog di analisi politica e letteraria, da poco anche un gruppo punk-rock. In occasione della presentazione del loro ultimo romanzo in apertura della Festa dell’altra estate, CORE ha intervistato WM1, membro dei bolognesi Wu Ming
Con L’armata dei sonnambuli, Wu Ming porta il lettore nella Parigi del Terrore. La narrazione attraversa i banchi della Convenzione Nazionale, il tristemente noto manicomio di Bicêtre e altri luoghi, ma è nei quartieri proletari dei sanculotti che si trova il cuore pulsante del romanzo. Voi praticate la scrittura corale e raccontate spesso soggetti collettivi, come il foborgo Saint-Antoine: qual è il ruolo della comunità nelle narrazioni?
È un ruolo fondamentale. Le comunità eretiche anabattiste in Q, la lega delle sei nazioni irochesi in Manituana, la voce collettiva del bar Aurora in 54… noi raccontiamo sempre le comunità, ma crediamo non si debbano fornire quadretti idilliaci né tantomeno negare che, trattandosi di aggregazioni umane, esse contengano tutte le umane meschinità. In questo la narrazione non deve mai essere consolatoria: la comunità è interazione, diversità, potenza che si esprime, è necessariamente uno spazio di conflitto. Diffidiamo di chi rappresenta realtà sociali prive di contraddizioni; così come aborriamo la tendenza al rimpianto per la “buona vecchia comunità contadina”, che riteniamo viziata da una retrospezione rosea e da una visione che è profondamente reazionaria nel vagheggiare il ritorno a società, di fatto, profondamente feroci e diseguali.
Il conflitto in questo romanzo è declinato in termini di classe e di genere, specialmente nel personaggio di Marie Nozière: nel corso della storia esplodono le contraddizioni all’interno del foborgo Saint Antoine, che la espelle perché dialoga con donne della borghesia.
Quella del romanzo è una comunità che ha una coscienza di classe molto spiccata, che a un certo punto si scontra con la richiesta di liberazione proveniente da un ambiente meno proletario. Non va dimenticato che, anche dopo una rivoluzione, le arretratezze nelle coscienze restano: ieri come oggi accettare la natura spuria delle comunità, anche e soprattutto di quelle ribelli, è fondamentale per non cadere nelle semplificazioni. Storicamente, ogni volta che si è tentato di individuare il “soggetto rivoluzionario puro” – dall’intellettuale massa all’operaio sociale – si sono prodotte narrazioni viziate e parziali della storia, che è sempre molto più complessa di come la si vorrebbe rappresentare.
Nel libro molti personaggi cambiano nome e ruolo: il “cittadino” Laplace, lo stesso Scaramouche… qual è per voi l’importanza dei nomi nel definire i personaggi (e la stessa rivoluzione)?
Nei nostri romanzi è molto difficile trovare personaggi che abbiano un solo nome: la riflessione sull’identità è una sperimentazione che portiamo avanti sin dai tempi di Luther Blissett. Il cambio di nome può essere associato a dinamiche di liberazione e di fuga, o anche d’ibridazione: in Manituana tutti i personaggi, anche gli irlandesi, hanno un nome irochese per restituire il senso di una comunità creola, meticcia. Nell’Armata i cambi di nome implicano anche mistificazione: è il caso di Palazzo Egualità che prende il nome da Filippo d’Orlèans, ribattezzatosi “Philippe Ègalitè” quando scelse opportunisticamente di appoggiare la rivoluzione. In questo caso il cambio di nome è una vera paraculata; in altri rappresenta un gesto sovversivo. A prescindere dal senso specifico per i personaggi, ci divertiamo sempre a moltiplicare le identità perché siamo convinti che ciascuno di noi rappresenti polifonia e molteplicità: il lavoro che facciamo sui nomi vuole esprimere tutto questo.
Ne L’armata dei sonnambuli, i “muschiatini” sono rappresentati come fascisti. Quali sono le fonti da cui avete ricostruito i fatti? E poi, puzzavano davvero?
Puzzavano eccome, e sono citati in tutte le fonti dell’epoca. I muschiatini si distinguevano per l’abbigliamento provocatorio – nuche rasate, coccarde tricolori sfoggiate in segno di sfida – e il linguaggio (a un certo punto smisero del tutto di usare una lettera, la R di Rivoluzione). Furono usati come vere e proprie squadracce punitive, come gli skinheads per il National Front inglese negli anni ’70; naturalmente abbiamo accentuato la loro caratterizzazione.
Il collettivo Wu Ming nella sua storia ha sperimentato moltissimi linguaggi, usando gli strumenti della transmedialità e impegnandosi costantemente nel contatto diretto con i lettori, come nei nuovi “laboratori di magnetismo rivoluzionario”. Hai detto anche che questo è l’ultimo romanzo propriamente storico del collettivo Wu Ming: cosa dobbiamo aspettarci, adesso?
Ora stiamo lavorando a un libro per bambini: sono i soggetti più rivoluzionari che esistano.

