Pubblicato il 23 maggio 2014 | da Federico Patacconi

Io sto con la sposa: tra Europa transnazionale ed Europa dei respingimenti

La storia di un gruppo di profughi siriani e palestinesi che arriva in Svezia fingendosi un corteo matrimoniale grazie all'aiuto di amici italiani. Un film-documentario che racconta il loro viaggio in presa diretta. Partita la campagna di crowdfunding per sostenere le spese di produzione e portare il film al festival di Venezia

“Quale poliziotto chiederebbe mai i documenti ad una sposa?”. Con questa intuizione è iniziato l’incredibile viaggio di Abdallah, Manar, Alaa, Mona, Ahmed e Tasnim, persone in fuga dalla guerra e protagonisti del film “Io sto con la sposa”. Dal 14 al 18 novembre scorso i siriani hanno attraversato con i loro diciannove compagni le frontiere di mezza Europa in giacca, cravatta e vestito bianco. Uno dei registi, Gabriele Del Grande, ci racconta l’Europa che ha visto e l’Europa libera che vorremmo un giorno vedere.

Cos’è che vi ha dato la spinta ad intraprendere questo viaggio e a scegliere la strada che voi definite della “disobbedienza”?

Semplicemente abbiamo conosciuto cinque amici a Milano che avevano bisogno di arrivare in Svezia. Prima di tutto, quindi, c’è un incontro casuale e allo stesso tempo personale con queste persone che sono i cinque protagonisti del film, e poi c’è la scelta di compiere un atto illegale ma legittimo.

Avete scelto di correre un rischio molto grande. Al momento dell’uscita del film rischiate 15 anni di carcere con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Il rischio è grande ma è molto più grave quello che sta succedendo alle nostre frontiere: 20.000 persone sono morte in mare negli ultimi 20 anni, i Centri di Identificazione e di Espulsione sparsi per tutto il territorio europeo. Arrivano dei momenti in cui uno deve farsi coraggio e fare un gesto eclatante per ricalibrare il dibattito e vedere dove si è persa la strada.

Avete organizzato il tutto nell’arco di 14 giorni…

Il punto è che abbiamo conosciuto queste persone che avevano il reale bisogno di intraprendere questo viaggio. Non erano i nostri attori, avevano l’esigenza di arrivare in Svezia e chiedere asilo. Non avremmo potuto chiedergli di aspettare due mesi per organizzarci perché ognuno di loro aveva dei piani: dal ricongiungimento familiare alla possibilità di cominciare a lavorare. L’altro motivo è il nostro precariato. Abbiamo fatto questa cosa in maniera autofinanziata, che è il motivo per cui abbiamo scelto di fare il crowdfunding. Per noi stare fermi 3 mesi sarebbe stato impossibile, avremmo finito i soldi!

Affrontare le frontiere non deve essere facile, emotivamente e logisticamente, come siete riusciti ad arrivare a destinazione?

Il nostro schema era quello di dare il più possibile nell’occhio per destare meno sospetto, per quello ci siamo travestiti come per andare ad un matrimonio: sembrare una comitiva felice e in festa per evitare che il poliziotto di frontiera sospettasse di noi. Ciononostante la tensione è rimasta per tutto il viaggio: essere fermati avrebbe significato la fine del viaggio e il rischio di finire in carcere tra i 5 e i 15 anni. Detto questo, non ci ha mai bloccato nessuno. Anche perché la strada è aperta alle frontiere. Il rischio è reale ma questa paura è più nella nostra testa che non nella realtà.

Che cos’è questa “Fortezza Europa” che avete sconfitto e attraversato?

La Fortezza Europa è un continente schizzofrenico che investe milioni di euro nel progetto Erasmus e nella libertà di circolazione con i paesi dell’Est e che investe altrettanti soldi nelle navi da guerra che pattugliano il Mediterraneo. E’ un continente che vede il suo vicino di casa, la Siria, che brucia a causa di una guerra senza precedenti e pretende di vivere sotto una campana di vetro, pretende che nessuno arrivi qua a disturbare la quiete delle nostre vite un po’ annoiate. E’ un continente che accetta senza farsi troppi problemi di vivere con un mare che è diventato una fossa comune. Questa è la Fortezza Europa.

E’ qual’è in questo sistema il ruolo dell’Italia?Con la crisi che stiamo vivendo l’Italia è semplicemente un corridoio d’ingresso. Dalla Siria nell’ultimo anno sono arrivati almeno 20.000 siriani e quasi tutti se ne sono andati. L’Italia per loro è soltanto il pezzo di terra più vicino alla riva sud del Mediterraneo. Con il contrabbando ci si imbarca dalla Libia o dall’Egitto, ma la prima cosa che fanno una volta arrivati è scappare dai centri d’accoglienza, prendere il treno, arrivare a Milano e da lì continuare il viaggio fino al Nord Europa, dove c’è uno stato sociale che può aiutarli.

Voi però raccontate anche un’Europa diversa…

E’ l’Europa di chi ci ha accolto. Per un gruppo di ventitre persone non è facile trovare un posto dove dormire e dove mangiare. Durante le quattro notti in cui siamo stati fuori abbiamo trovato gente ben disposta ad accoglierci in ogni città, gente curiosa di sentire le nostre storie e di partecipare a questo progetto un po’ folle, un po’ ribelle e sovversivo. Questa è l’Europa migliore, l’Europa a cui ci appelliamo con questo crowdfunding, con cui diciamo a chi ha come noi questo sogno: dateci una mano.

Qual’è il proposito di questo film? A quale scopo avete voluto documentare il vostro viaggio?

Il nostro obiettivo è dire che vogliamo un mare diverso, un Mediterraneo che ci unisca, non un Mediterraneo che diventi una fossa comune. Vogliamo dire ad alta voce che siamo liberi, liberi anche di viaggiare e che è l’ora di fermare questa politica che ha causato decine di migliaia di morti. C’è una guerra in mezzo al mare e tutti che si giriamo dall’altra parte. Vogliamo che diventi un film intorno a cui si identificano tutte le persone che ancora non hanno avuto il coraggio di dire che ne abbiamo abbastanza, che vogliamo uno spazio Mediterraneo dove la gente si possa spostare e viaggiare liberamente. Noi siamo soltanto delle persone che raccontano delle storie. Nel dibattito pubblico mancano degli elementi, manca proprio l’immaginarsi una soluzione diversa, e allora con questa storia noi contribuiamo a ripensare una soluzione diversa.

A livello di comunità c’è quindi bisogno di immaginare una soluzione condivisa con tutto il Mediterraneo, ma cosa dovrebbe fare l’Europa?

Dovrebbe fare quello che è stato fatto ormai quasi 7 anni fa con l’Europa dell’Est. Gran parte dell’immigrazione europea arriva dall’Est e l’Unione Europea ha scommesso tutto sulla libertà di circolazione. Dalla Polonia, dalla Bulgaria, dalla Romania e da una parte dei Balcani si viaggia liberamente senza aver bisogno del visto e in alcuni casi neanche del passaporto. L’Europa ha visto con l’Est che la libera circolazione non pone nessun problema di invasione, che l’invasione è soltanto una paura presente nelle nostre teste. Dovrebbe provare questa stessa soluzione con i paesi della riva sul del Mediterraneo. In particolare dovrebbe aprire, in un discorso di responsabilità, le porte ai siriani: quando la casa del tuo vicino brucia non gli chiudi la porta in faccia. E la Siria è il nostro vicino di casa.

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