Como, lettere dal confine
Dopo la chiusura del confine svizzero, centinaia di persone migranti sono bloccate da settimane nella stazione della città di frontiera. In una lettera aperta chiedono il rispetto dei loro diritti e l'apertura di un corridioio umanitario che consenta loro di continuare il viaggio
Già da diverse settimane, oltre 600 persone in attesa di poter attraversare il confine svizzero attendono nei pressi della stazione comasca di San Giovanni. Dai pasti all’assistenza legale, i servizi ai migranti bloccati in città – escluso il presidio sanitario gestito dalla Croce Rossa – sono rimessi agli sforzi delle associazioni di volontariato (per lo più appartenenti al mondo cattolico) e degli attivisti svizzeri e italiani, tra cui si è costituita la rete Como senza frontiere che per giovedì 25 agosto convoca la Terza marcia contro lo sterminio dei popoli in fuga. La situazione è ormai arrivata anche all’attenzione dei media internazionali, con un servizio della BBC che la definisce “the latest migrant frontline”.
Mentre le destre – Lega in testa – invocano stato d’emergenza e respingimenti di massa, di concerto tra Comune, Prefettura e Ministero dell’Interno è stata individuata un’area di 2.500 metri quadrati, vicino al cimitero cittadino, dove entro il 15 settembre dovrebbe essere allestito un “campo di transito” per 300 persone (ma i primi container potrebbero essere allestiti già entro il 7); sarà affidato alla gestione della CRI come già avviene a Ventimiglia, altra città di confine tramutatasi in nodo critico da quando la Francia ha chiuso la propria frontiera. Ma anche per le persone bloccate a Como, rimanere in Italia non è un’opzione: restano in stazione nella speranza che i controlli si allentino e sia possibile salire su un treno diretto oltre confine. Ciò che desiderano è proseguire nel loro viaggio, che sin dall’inizio aveva come obiettivo i Paesi del nord Europa.
Le chiusure delle frontiere al Brennero e a Ventimiglia hanno sicuramente aumentato la pressione su Como, ma a pesare sono anche l’aumento degli sbarchi sul lato europeo del Mediterraneo, caratteristico del periodo estivo, nonché l’irrigidimento delle politiche migratorie tedesche e – di conseguenza – svizzere. La deputata del Partito Socialista Svizzero Lisa Bosia Mirra (che presiede anche l’associazione Firdaus, attiva nell’assistenza alle persone migranti) in un’intervista al Manifesto evidenzia l’ipocrisia targata UE, che da un lato finanzia un Paese come la Turchia per la gestione dei richiedenti asilo e dall’altro condanna i meno abbienti a viaggi rischiosi e attese infinite «mentre è risaputo che chi può permettersi un biglietto aereo e un passaporto falso riesce ad arrivare in sicurezza». Circa la situazione di stallo che si protrae a Como, Mirra giunge alla «conclusione un po’ triste che sia semplicemente una questione logistica», in cui le persone migranti scontano lungaggini e incoerenze imputabili alle politiche nazionali ed europee, prima fra tutte la persistente incoerenza rappresentata dal Trattato di Dublino.
Nelle scorse settimane si sono tenuti, con il supporto di volontari e persone solidali, due incontri aperti ai quali hanno partecipato un centinaio di migranti e gli attivisti svizzeri e italiani presenti a Como. Gli incontri sono stati tenuti in inglese/francese, con traduzione simultanea in arabo, oromo, tigrino e amarico; il risultato della discussione è una lettera aperta alle istituzioni e alla città, di cui pubblichiamo la traduzione in italiano.
“Noi siamo persone originarie di diversi continenti e di diversi stati; proveniamo da diversi trascorsi, culture, gruppi etnici e religiosi…però siamo tutti qui: siamo semplicemente rifugiati. Abbiamo dovuto abbandonare i nostri Paesi perché i nostri diritti umani sono stati violati, o perché siamo stati perseguitati. Per arrivare in Europa abbiamo dovuto attraversare situazioni orribili: ci siamo scontrati con la morte tante volte, scappando dai nostri paesi, in deserti, montagne, foreste, strade, nelle prigioni in Libia ed, infine, attraversando il Mar Mediterraneo. Abbiamo perso molti amici, parenti, persone care, bravi uomini e brave donne, bambini innocenti. Abbiamo dovuto sanguinare, morire di fame, sopportare il dolore e molte notti insonni.
Per questo stiamo ancora soffrendo: tanto dolore, incubi, perdite e ricordi tristi. Con tutto questo dovremo conviverci per del tempo, forse per il resto della nostra vita. Comunque lo abbiamo fatto, anche se non è stato per nulla semplice.
In Europa abbiamo immediatamente iniziato il viaggio per ricongiungerci con i nostri familiari, parenti, amici e compagni. Questo è diventato un obiettivo difficile, perché presto abbiamo scoperto che non ci è consentito muoverci liberamente.
Quando siamo sbarcati sulla costa italiana non ci sono state spiegate le leggi sul diritto di asilo in Europa, siamo stati costretti a lasciare le nostre impronte digitali con la forza e con l’inganno. Questo ci impedisce di fare richiesta di asilo altrove. Ora siamo bloccati al confine svizzero.
Ogni volta che proviamo ad oltrepassarlo la polizia ci respinge. I giorni diventano settimane, e le settimane stanno diventando mesi.
Stiamo iniziando a perdere speranza e pazienza, diventiamo delusi, preoccupati e, talvolta, nervosi.
Quando siamo arrivati qui pensavamo che i nostri incubi fossero superati e il nostro dolore sarebbe finito… ma non è andata così. Qui, sul confine svizzero, continuiamo a soffrire e non sappiamo quanto ancora durerà questa situazione.
Noi non siamo animali, siamo esseri umani e chiediamo di essere rispettati. Abbiamo provato tante volte a superare il confine, questo come altri, con treni, bus e passando per il bosco, ma le guardie ci hanno raccolti come bestie.
Durante i controlli veniamo costantemente sottoposti a umiliazioni, costretti a svestirci, senza separazione di genere. Ci hanno tenuti in piccole stanze per più di un giorno, senza cibo, acqua né alcun supporto legale. Infine ci hanno rispediti al punto zero, nel sud Italia, separando famiglie, amici e rendendo le nostre vite ancora più difficili.
Ci sta a cuore che queste pratiche che violano la nostra dignità giungano all’attenzione di tutti in modo che chi arriverà dopo di noi non debba subire lo stesso trattamento.
Ci chiediamo perché il tentativo di oltrepassare il confine venga criminalizzato, mentre sia prassi calpestare sistematicamente i diritti umani.
Chiediamo un corridoio umanitario per passare legalmente la frontiera e ricongiungerci con famiglie, parenti e amici, così da avere la possibilità di costruirci un futuro dignitoso”.
Donne, uomini, ragazze, ragazzi e bambini dal parco della stazione di Como San Giovanni

