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Pubblicato il 7 ottobre 2016 | da Fabio Ferrari

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Incertezza e malcontento in Colombia dopo il No agli accordi di pace

Con la vittoria del no gli accordi di pace rimangono il principale argomento di discussione, mentre restano trascurati altri importanti problemi del Paese

Moltitudinari cortei hanno invaso mercoledì sera il centro storico di Bogotà e di altri importanti città colombiane.

Le manifestazioni, organizzate dalle organizzazioni studentesche universitarie dei diversi centri urbani del paese all’indomani del sorprendente risultato referendario della scorsa domenica, avanzavano una sola richiesta: la pace. paz

Con uno scarto di poche migliaia di voti (50,2%), i colombiani hanno infatti bocciato lo storico accordo di pace tra il governo e le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc-Ep), definitivamente firmato a Cartagena de Indias lo scorso 27 settembre.

Dopo oltre quattro anni di trattative, svoltesi a L’Avana con il coinvolgimento diretto di molti attori internazionali, l’accordo raggiunto prevede la completa smobilitazione della più antica sigla guerrigliera marxista del continente (le Farc- Ep datano la loro nascita nel lontano 1964).

Tra i punti più contestati dell’accordo, il modello  di giustizia speciale transitoria proposto per il passaggio dei guerriglieri alla vita civile, che prevedrebbe condanne solo per crimini di lesa umanità e la possibilità, per gli ex guerriglieri, di accedere alla vita politica attiva del paese.

La paura che le Farc possano fare politica e che nessuno dei suoi capi vada in prigione ha, seppur di poco, vinto sulla voglia di pace di un’intera nazione.

Gli scenari futuri per la patria di Gabriel Garcìa Màrquez sono molto incerti.

Con il no all’accordo di pace, di fatto si blocca il processo di smobilitazione degli oltre 5000 miliziani, in parte già in corso. Una smilitarizzazione che nei mesi passati, oltre al definitivo cessate il fuoco, aveva visto la collaborazione sul campo tra l’esercito e le Farc.

Con l’appoggio di una missione dell’Onu, il governo colombiano aveva già predisposto in molte regioni del paese zone di raccolta e consegna delle armi dedicate ai guerriglieri, una sorta di riserva indiana dove lo Stato si sarebbe impegnato a garantire la sicurezza dei suoi ex nemici prima di dare avvio alla fase relativa alla giustizia transitoria. Dopo il risultato di domenica, le azioni del governo per garantire la pacifica smobilitazione delle Farc non hanno di fatto alcuna base di legalità.

Tuttavia dalle Farc, ed in particolare dal loro comandante Timoleon Jimenz sono arrivati segnali distensivi. Con diversi tweets, l’altrimenti conosciuto “Timoschenko” ha dichiarato di essere disposto a un’implementazione dell’accordo su diverse basi.

La volontà politica degli attori in campo sarà determinante per sbloccare la situazione. Il risultato referendario ha permesso il ritorno alla ribalta di Alvaro Uribe. L’ex presidente, che con il suo Centro Democratico è stato il principale antagonista del processo di pace, torna infatti ad essere un attore chiave della politica colombiana.

Legato ai paramilitari, della cui dubbia smobilitazione è stato protagonista durante la metà degli anni 2000, Uribe ha duramente avversato gli accordi durante la campagna referendaria, sostenendo come la linea adottata del governo fosse troppo morbida.

Il presidente Santos (ex ministro della Difesa del precedente governo Uribe) ha incontrato mercoledì il suo predecessore, in un primo confronto sui passi da fare per modificare l’accordo di pace.

Il voto della scorsa domenica porta la Colombia in stallo proprio durante una difficile fase della sua vita politica ed economica. Secondo Eduar Osorio – coordinatore giovanile del Polo Democratico (partito socialdemocratico di opposizione) del dipartimento di Santander – con la vittoria del no al referendum gli accordi di pace e loro modifica continueranno ad essere il principale argomento di discussione del Paese, mentre ci sono altri importanti problemi rimarranno in secondo piano.

La fluttuazione al ribasso dei prezzi del petrolio, di cui la Colombia è paese esportatore, ha obbligato il governo a varare una pesante riforma tributaria che dovrà essere approvata entro fine anno per evitare di mandare in rosso i conti dello Stato.

Le politiche economche degli ultimi decenni, nonostante indicatori economici finora positivi, hanno portato all’aumento dell’iniquità sociale acuendo proteste e conflitti che negli ultimi tempi tendono a diventare esplosivi.

Legata alle esportazioni di risorse del sottosuolo, petrolio e minerali in special modo, la Colombia ha nel corso dell’ultima decade perfezionato un modello di sviluppo estrattivista transnazionale affidato all’operato di imprese multinazionali, soprattutto nel campo dell’industria mineraria.

Un modello che ha creato forti disuguaglianze e devastazioni ambientali, fonti di un malcontento sociale esteso ma poco considerato se paragonato ai temi della violenza e del conflitto armato, questioni che il risultato di domenica mantiene prioritarie nell’agenda politica attuale.

A meno di repentine novità nelle prossime settimane, per il momento la vittoria del no al referendum stacca la spina alle speranze di normalità dei colombiani.

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