Dispacci

Pubblicato il 11 marzo 2016 | da Fabio Ferrari

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Primarie, una commedia alla romana

A pochi mesi dal voto, le scelte confuse dei partiti per le candidature a sindaco evidenziano incertezza e paura di un effetto boomerang dopo Mafia Capitale

Manca poco all’appuntamento con le urne per decidere chi sarà il nuovo sindaco di Roma, ma la campagna elettorale tende al grottesco.

Tra valzer di candidati, voti gonfiati, omissioni nei curricula e referendum ad personam si susseguono continui colpi di scena, mentre spicca l’assenza di contenuti su come amministrare il futuro della città, oggi commissariata.

Dopo Mafia Capitale, il crollo della giunta Marino e lo sdegno dei romani, i partiti sembrano aver capito che l’autoreferenzialità è un autogol. Ciò nonostante, tutte le forze politiche stanno evidenziando grandi difficoltà nella realizzazione di processi di partecipazione diretta attraverso i quali i cittadini/elettori possano scegliere i candidati sindaco, quelle primarie di importazione statunitense che da noi sembrano  funzionare a singhiozzo.

Il Partito Democratico, primo in Italia ad attivare questo meccanismo di consultazione della base, è scivolato sulla classica buccia di banana. Secondo quanto rivelato al Messaggero da un dirigente del partito, al fine di fornire un dato di affluenza più vicino ai 50 mila che ai 40 mila, sarebbero state inserite nel conteggio totale dei voti circa 3.000 schede bianche.

Un “trucco” telematico, che avrebbe dovuto dimostrare che il Pd non avrebbe troppo sofferto la disaffezione dei suoi elettori neanche dopo Mafia Capitale, scandalo che ha travolto i capibastone cittadini dem con diversi arresti, portando al commissariamento del partito romano. “Trucchi” a parte, per il campidoglio correrà Roberto Giachetti, candidato renziano che nonostante le fanfare di regime non sembra troppo sicuro di farcela, poiché si è ben guardato dal dimettersi dall’attuale incarico di Vicepresidente della Camera dei Deputati.

Il Movimento 5 Stelle ha tenuto le proprie primarie online il 18 febbraio. Le “Comunarie” hanno avuto circa 4.000 partecipanti su un totale di 9.500 iscritti certificati al sito beppegrillo.it. Sono dunque bastate 1.764 preferenze per incoronare candidato sindaco la giovane avvocata Virginia Raggi, già consigliere comunale eletta nel 2013. Ottimo eloquio, viso che buca lo schermo, la candidata dei cinquestelle sembrava essere un buon concorrente.

Qualche giorno dopo la sua investitura, è però emerso che la Raggi avrebbe omesso il proprio passato professionale. Praticante presso lo studio di Cesare Previti e poi avvocata nello studio di Pieremilio Sammarco (professore a Roma Tre, dove anche la Raggi ha studiato), che con Previti ha collaborato proprio negli anni d’oro dell’epoca berlusconiana, la giovane avvocata non sembrerebbe essere proprio una “outsider”.

Scoperchiato il vaso di pandora, la candidata sindaco ha provato a minimizzare, ma un articolo di Marco Lillo sul Fatto Quotidiano ha poi messo un definitivo punto sul fatto che la Raggi non è sicuramente quel candidato anti casta che i cinquestelle dovrebbero avere, se veramente coerenti con le loro idee.

Il centrodestra, devastato dal dopo Alemanno, la cui amministrazione è stata affondata da svariati scandali di corruzione e investita anche dall’inchiesta su Mafia Capitale, ha provato la strada delle primarie sotto l’egida di capitan Salvini. Un paradosso, visto che la destra cittadina nel recente passato aveva dato addosso proprio ai leghisti per i loro strali anti romani. Salvini, a cui anche i giudici hanno detto che non ha lavorato un giorno solo in vita sua, ha laboriosamente invece provato a fare squadra nel centrodestra romano. E nei gazebo del sondaggio leghista Per Roma ora parli tu si sono presentate ben 15.438 persone.

Il risultato ha premiato Alfio Marchini, 4.534 preferenze, sgradito a tutte i partiti di centrodestra. Seconda, la candidata sponsorizzata dalla Lega, Irene Pivetti (3.495). La destra verace a trazione cittadina ha conquistato solo un terzo e un quinto posto con Francesco Storace (3.069) e Giorgia Meloni (955). Guido Bertolaso, fortemente voluto da Silvio Berlusconi, si è piazzato quarto (2.203).

Tutti d’accordo sulla volontà popolare espressa nei gazebo lo scorso 28 febbraio, i notabili del centrodestra avrebbero deciso: Marchini correrà da indipendente, ci sarà una nuova consultazione popolare su Bertolaso, le “gazebarie”, sponsorizzata da Fratelli d’Italia, Lega (con un certo mal di pancia) e Forza Italia, mentre Storace si candiderebbe comunque a sindaco (con vice Simone Di Stefano, Casapound).

Che succede a sinistra del Pd? Buttata a mare tra mille sospiri da Renzi, che ha definitivamente chiuso la porta a un’eventuale riedizione del centrosinistra, Sel-Sinistra Italiana è in fermento. Se in un primo momento sembrava consolidata la candidatura di Stefano Fassina (chi si ricorda i giovani turchi del Pd alzi una mano), con il passare dei giorni il totonomi ha cominciato a macinare possibili candidati. Appare chiaro che la formazione, orfana di Vendola e diventata approdo dei fuoriusciti del Pd, sia ancora in alto mare.

Poiché Fassina non convince proprio tutti, Massimo d’Alema (!) avrebbe sponsorizzato come candidato sindaco della sinistra-sinistra Massimo Bray, direttore della Treccani ed ex ministro della Cultura del governo Letta, che se scendesse in campo dovrebbe comunque regolare i propri conti con il Pd, di cui è ancora membro.

Ma il colpo grosso a sinistra potrebbe essere il ritorno di Ignazio Marino, della cui candidatura si parla con forza ora dopo ora. Resta da sciogliere il nodo se il rientro sulla scena del chirurgo avverrà con o senza primarie. Mentre da un lato Fassina e l’ex capogruppo di Sel in consiglio comunale Gianluca Peciola sposano l’opzione della consultazione della base, parte degli apparati vorrebbero invece una candidatura frutto di un accordo politico.

Delineato il quadro dell’offerta partitica alle soglie del voto, per l’elettore è decisamente fantapolitica.

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