Pubblicato il 31 agosto 2015 | da Cecilia Chianese

Taxi Teheran – un microcosmo dolce e amaro

Il regista iraniano Jafar Panahi ha vinto con Taxi Teheran l’Orso d’oro al Festival di Berlino, mostrandoci in maniera inedita e con ironia le contraddizioni e le lacerazioni della società iraniana di oggi.

Un taxi gira per le strade di Teheran con una telecamera montata sul cruscotto, che ne riprende i clienti senza che loro se ne rendano conto, riuscendo in tal modo a rubare spaccati di vita, dialoghi più o meno seri, mestieri più o meno leciti, uomini e donne più o meno sani di mente.

È questo l’escamotage tramite il quale il regista Jafar Panahi ci mostra le laceranti contraddizioni della società iraniana di oggi, senza mai perdere un gusto surreale ed ironico, ed utilizzando uno stile cinematografico che ricorda gli sketch a puntate caro anche alla commedia italiana dagli anni ’60 in poi, grazie al quale può spaziare tra classi sociali, età e differenti “approcci alla vita”, mostrandoceli tutti senza filtri di sorta, in un ritratto della società iraniana colorito e mordace, a tratti tragico, ed estremamente poetico.

Ci sono telecamere ovunque, in Taxi Teheran. Telecamere che spiano, occhi muti che osservano ed incamerano informazioni, opinioni e punti di vista. Telecamere portatili che esaminano il mondo fuori dal finestrino del taxi, telefonini utilizzati per riprendere la morte di un uomo in seguito ad un incidente: lo sguardo meccanico tenta di restituire una veridicità oggettiva ad un universo oramai disconnesso con il reale, come può essere quello di una dittatura; l’occhio della telecamera si arrischia ad aiutarci a giudicare ed a scindere il bene dal male, e riprende un mondo sempre più ambiguo, una realtà impossibile da definire nella sua costante manipolazione. È come se le nostre facoltà interpretative fossero oramai offuscate, e servisse l’aiuto di un mezzo tecnico, pur essendo tale mezzo simbolo stesso dell’indistinzione tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Attori che interpretano persone reali, che intavolano dialoghi potenzialmente veritieri, e vengono a loro volta rimpiazzati da altri attori, e riconoscendo il regista che si spaccia per conducente di taxi, affermano: “ma io l’ho capito che quelli erano attori!”. Un gioco di specchi che finisce nel farci smettere di interrogarci sulla “veridicità” della scena osservata dal punto di vista dei personaggi, e ci immerge in una serie di scene più o meno allegoriche. L’unico modo per rappresentare il vero, ciò che realmente accade, sembra suggerire Jafar Panahi, è attraverso il falso dell’interpretazione cinematografica, questo è il paradosso all’interno del quale è costretto a muoversi un regista iraniano contemporaneo che voglia mostrarci ciò che sta accadendo alla sua nazione. Intimidazioni, controllo, esecuzioni pubbliche per reati minori, tutto questo è raccontato in Taxi Teheran, ma viene lasciato scorrere nei dialoghi che si susseguono, alternando un momento di dolore ad un altro irresistibilmente comico, seguendo il perenne movimento del taxi come se rappresentasse lo scorrere stesso della vita.

Rappresentando una schiera di personaggi che il regista probabilmente conosce nella vita reale, Panahi dedica una parte del film ad un esilarante venditore di dvd pirata, grazie al quale una nuova generazione di aspiranti cineasti o semplici cinefili può ancora accedere ad una cultura cinematografica interdetta dal regime. E così via, proseguendo nella visione entriamo a conoscenza dei metodi educativi della dittatura, tramite la figura della giovanissima nipote del regista, che come compito scolastico deve girare un corto seguendo gli assurdi dettami del regime, e ancora, il regista incontra un suo vecchio compagno di scuola, che gli racconta di un assalto del quale è stato vittima, ma che pur avendo riconosciuto gli assalitori non vuole denunciare, per paura che il regime li condanni a morte. Tutti questi incontri si susseguono nell’arco del film, tanti tasselli che vanno a comporre un universo eterogeneo, fatto sia di violenza che di speranze, che va avanti nonostante tutto, e tenta di mantenere la propria dignità di fronte al potere.

 

nazione: Iran
anno: 2015
regia: Jafar Panahi
sceneggiatura: Jafar Panahi
taxi teheran

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