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Pubblicato il 10 agosto 2015 | da Luigi della Sala

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Resilienza mediorientale, o chi ha paura dell’Iran

Modificando la situazione strategica mediorientale, l’accordo di Vienna sul nucleare iraniano può essere davvero definito storico, in chiave prevalentemente geopolitica. Ma chi teme davvero questo accordo e perché?

Il 14 luglio 2015, dopo un negoziato lunghissimo e pieno di ostilità, rischi e colpi di scena, è stata finalmente annunciata la firma dell’accordo tra Iran e i paesi del 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU – Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina – più la Germania). Senza scendere nei dettagli specifici dell’accordo (che si possono trovare qui), l’Iran ha sottoscritto due impegni principali: rendere il processo di acquisizione di ordigni nucleari più lungo e difficile (attraverso vari strumenti, tra cui spiccano la riduzione del numero delle centrifughe installate, l’impegno a non superare il 3,67% di arricchimento per un periodo di 15 anni nel solo impianto di Natanz, la conversione ad altre attività di altri impianti e l’impegno a non costruirne di nuovi) e accettare un più stringente programma di controlli e notifiche che renderà più efficaci e trasparenti le ispezioni dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica).

In cambio, l’accordo impegna la comunità internazionale a ritirare gradualmente le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU all’Iran (a condizione che questo inizi a dare attuazione all’accordo), ferme restando le altre sanzioni degli USA dovute al supporto del terrorismo, alla violazione dei diritti umani e alla creazione di un programma di missili balistici da parte di Teheran.

Considerato l’impatto che ha avuto la rivoluzione iraniana del 1979 sullo sviluppo della geopolitica mediorientale, nonchè sulle relazioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, l’accordo può senz’altro definirsi storico. Molto più da un punto di vista geopolitico (riguardante quindi l’equilibrio strategico globale in Medio oriente) che militare (relativo ai rapporti di forza tra tutti i paesi della regione). Proprio per le loro possibili ricadute di lungo periodo sulla geopolitica mediorientale, il processo negoziale prima e il raggiungimento reale di un accordo poi hanno visto la resistenza di alcuni attori regionali, che si oppongono fortemente alla “riabilitazione geopolitica” dell’Iran.

L’Israele di Bibi “il mediorientale”. Parlando alle Nazioni Unite a New York, direttamente a Washington col suo discorso al Congresso degli Stati Uniti, finanche attraverso una cooperazione (più o meno) segreta con l’Arabia Saudita, Bibi le ho provate proprio tutte per evitare un accordo tra il grande alleato (leggasi Stati Uniti) e il grande Satana (leggasi Iran). Ovvio, si dirà, per il leader di un paese preso di mira più volte dalla leadership iraniana (celebri i picchi raggiunti durante la presidenza di Ahmanidejad in Iran), e che crede realmente di essere attaccato con ordigni nucleari da Teheran in un futuro più o meno prossimo.  Ma ne siamo cosi’ sicuri? Tralasciando il fatto che arrivare a creare un ordigno nucleare non è proprio la cosa più facile e veloce del mondo, e omettendo gli ulteriori modi per bloccare un tale sviluppo in Iran (che vanno dall’applicazione delle sanzioni, fino ad operazioni di spionaggio rese ormai pubbliche, come quella della diffusione del virus stuxnet nella centrale nucleare iraniana di Natanz, organizzata dagli statunitensi in collaborazione con il governo Israeliano), anche il possesso di un ordigno nucleare non costituisce di per sè una minaccia all’esistenza di Israele. Non è assolutamente detto, infatti, che la leadership iraniana decida di utilizzarla, conoscendo le capacità di risposta israeliane e americane che porterebbero a uno scenario di distruzione reciproca. Per non parlare degli effetti di una tale azione sull’opinione pubblica internazionale, che guarderebbe a Teheran come il responsabile di una potenziale (se non sicura) guerra mondiale. Ma, allora, quale vera ragione si cela dietro alla forte opposizione di Israele? Al di là dei crucci puramente elettorali di Netanyahu, addirittura costretto a contraddire e ignorare le valutazioni della sua stessa intelligence pur di alzare la tensione nei confronti dell’Iran e degli altri paesi arabi, ciò che tormenta la leadership israeliana non è la fantasia di una minaccia esistenziale ma il risultato geopolitico dell’accordo: un Iran nuovamente competitivo e con un ruolo crescente nel forgiare l’equilibrio di potere regionale, sia direttamente sia attraverso i suoi temuti proxies regionali (leggasi Hezbollah in Libano, l’unica minaccia considerata al momento credibile dalla leadership israeliana). Tanto più che questa sorta di riabilitazione avviene grazie alla volontà precisa e pubblica degli Stati Uniti, il grande difensore e alleato d’Israele, cosa che porta alla divaricazione strategica con l’asset politico e militare più importante d’Israele nella sfera internazionale. Insomma, tutti i cardini della politica regionale di Tel Aviv dovrebbero cambiare (pena un pesante isolamento internazionale) e adeguarsi a questa nuova realtà (tradotto in lingua mediorientale: il peggio del peggio). Da questo punto di vista, la leadership israeliana e ancor di più Bibi sono la rappresentazione perfetta dell’allergia al cambiamento strutturale tipica del medioriente.

Questione di vita o di morte per casa Saud. Guardando ai potenziali effetti di questo accordo, se a Tel Aviv ci si arrabbia, a Riyadh si trema. Negli ultimi decenni, Arabia Saudita e Iran hanno sviluppato una crescente competizione strategica espressa su due dimensioni – una interna e una esterna – distinte ma fortemente interrelate.

Dal punto di vista interno questa rivalità è definita dalla religione, dall’ideologia e dagli interessi. La religione è un settore chiave della rivalità tra Iran e Arabia Saudita. Fin dalla sua nascita, il regime saudita ha cercato di presentarsi come il tutore spirituale e politico dei musulmani sunniti nella regione, mentre l’Iran è uno stato sciita che, in seguito alla Rivoluzione Islamica del 1979, si propone come la più genuina realizzazione dell’Islam e come difensore e guida naturale degli sciiti in tutta la regione.

Come risultato, le divisioni religiose non solo alimentano le tensioni tra questi paesi, ma hanno anche gravi implicazioni pratiche nei conflitti regionali in Iraq, Libano, Palestina e Yemen, e nel trattare con gli attori non statali e il terrorismo. L’Arabia Saudita e l’Iran sono ulteriormente divisi a causa dell’interazione tra l’ideologia e la struttura dei loro regimi. Dalla Rivoluzione Islamica, la filosofia dominante dell’Iran è stata antimonarchica, repubblicana e populista, e trae la sua autorità dal ruolo della Guida Suprema e dell’élite del “clero” sciita. Al contrario, la legittimità saudita si basa sulla custodia dei due luoghi santi dell’Islam, sui privilegi dinastici e su un rapporto stretto con gli ulema wahahbiti.

Dal punto di vista esterno, la competizione strategica riguarda la ricerca di un ruolo dominante e il contenimento dell’influenza dell’altro nell’area del Golfo. Mentre entrambe le nazioni si definiscono islamiche, le differenze tra le loro politiche estere non potrebbero essere più marcate. Per molti aspetti, l’Arabia Saudita è una potenza regionale che mira a mantenere lo status quo, mentre l’Iran cerca spesso un cambiamento rivoluzionario in tutta l’area del Golfo e del Medio Oriente con diversi gradi di intensità.

Non deve stupire, quindi, l’ostilità di casa Saud a un accordo che vedrebbe accresciute sia le performances economiche di Teheran (grazie alla cancellazione delle sanzioni, e legate soprattutto a una nuova vitalità delle esportazioni di petrolio) sia la sua capacità di fungere da polo d’attrazione per tutti i musulmani sciiti e magari oltre. Per un regime come quello di Riyadh, che si regge sui sussidi derivanti dai petrodollari e poco più, un Iran riabilitato è una vera e propria minaccia alla propria esistenza.

La solita ambiguità del sultano Erdogan. Se si fa un salto in Turchia, invece, l’indecisione regna sovrana. Più precisamente, il piano economico non coincide con quello geopolitico. Da un punto di vista puramente commerciale, infatti, Ankara puo’ solo rallegrarsi della revoca delle sanzioni nei confronti dell’Iran, sia per i vantaggi relativi alle più facile acquisizioni di petrolio e gas naturale sia per la crescita naturale dell’interscambio commerciale con Teheran. Ai sicuri vantaggi economici va contrapposto, però, il disagio nel veder riemergere un attore importante come l’Iran, già piuttosto attivo negli ultimi anni nei teatri regionali in funzione (anche, ma non solo) anti-turca (si vedano il supporto al regime di Assad in Siria, agli sciiti in Iraq e ad Hezbollah in Libano, tutti avversari di Ankara). Insomma, seppur non completamente e naturalmente negativo, l’accordo con l’Iran presenta un’ambiguità non facilmente risolvibile per la Turchia, che non favorisce il sogno neo-ottomano di Erdogan (già discusso qui). L’accordo acuisce, invece, sempre più il mix di ambizioni e paure che determina le mosse turche in Medio Oriente, tra cui va sottolineata la possibilità sempre più concreta di un intervento militare in Siria. Gli ultimi sviluppi raccontanto di un bombardamento delle postazioni dello Stato Islamico in Siria e della concessione agli Stati Uniti dell’uso della base aerea Nato di Incirlik (precedentemente negato), ma ulteriori e più pesanti evoluzioni (come un’invasione vera e propria) non possono essere escluse. Aspettando nuovi sviluppi, va comunque sottolineato come l’obiettivo di breve periodo di queste azioni sarebbe la creazione di una fascia cuscinetto a Sud dei confini meridionali turchi, profonda 30 km e ampia 100, per contenere la possibilità della costituzione di uno Stato curdo, vero e proprio incubo ricorrente nelle notti di Ankara.

Resilienza mediorientale. Il filo rosso che lega il comportamento di tutti gli attori nell’area è comunque sempre il solito: il tentativo di aumentare la propria influenza regionale e assumere una sorta di ruolo guida per tutta la regione. La competizione con gli altri attori dell’area è vista esclusivamente in termini negativi, come una sorta di gioco a somma zero, dove il comune sviluppo non è possibile ma ci possono essere soltanto vincitori e vinti. Si potrebbe parlare di una sorta di resilienza mediorientale, intesa come resistenza al cambiamento dei paradigmi strategici che hanno guidato le politiche degli attori dell’area nell’ultimo secolo. Solo il tempo potrà rivelare se l’accordo con Teheran riuscirà, invece, a sottrarsi a questa logica, fermo restando che molto dipende dalla volontà degli attori in gioco (compreso lo stesso Iran) a cui si chiede un contributo importante alla stabilità regionale. Una cosa è certa: qualunque equilibrio non potrà mai prescindere dall’Iran, un paese di quasi 80 milioni di abitanti, all’origine di una delle civiltà più antiche della storia, quarto al mondo per riserve di petrolio e secondo per gas naturale, caratterizzato da una posizione di ponte naturale tra medio ed estremo oriente.

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