Resistenze

Pubblicato il 4 aprile 2016 | da Silvia Talini

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Da Giulio Regeni a Genova 2001: le responsabilità “inter-Nazionali”

Richiedere verità e giustizia per gli atti di tortura è un’esigenza che s’impone fuori e dentro i confini: mentre Renzi proclama di voler stringere sulle responsabilità dell’Egitto il governo offre 45mila euro per una conciliazione “amichevole” ai torturati di Bolzaneto e Asti

A due mesi dalla morte di Giulio Regeni al Cairo le richieste di giustizia non si fermano. Nel pomeriggio di ieri l’Atletico Diritti, squadra composta da migranti, detenuti e studenti di Roma Tre, è scesa in campo componendo la scritta “Verità per Giulio Regeni”. Un’iniziativa che CILD, Antigone e Amnesty International Italia chiedono di replicare in tutti i campi d’Italia il 23 e 24 aprile. La stessa scritta, a seguito di una delibera consiliare, è esposta dal 15 marzo all’ingresso del Municipio VIII affinché l’omicidio del ricercatore non finisca «per essere collocato nel passato da una “versione ufficiale” del governo del Cairo». In effetti, dopo il ritrovamento del corpo di Regeni una serie più o meno fantasiosa di versioni fornite dal governo egiziano, puntualmente smentite nell’arco di poche ore, sono rimbalzate su media e giornali nazionali. Qualche informazione in più sarà forse contenuta nel dossier che, secondo il quotidiano Al Akbar, verrà consegnato domani alle autorità italiane da una delegazione di sicurezza egiziana. In questo scenario di versioni poco credibili e frettolose smentite, mezzi di comunicazione, associazioni e istituzioni temono l’impunità dei colpevoli sulla base di una considerazione: l’Egitto è un paese che mette in atto sistematiche violazioni dei diritti umani. Secondo Amnesty International Italia  sarebbero 88 le persone scomparse dall’inizio del 2016 fra cui otto corpi ritrovati con evidenti segni di tortura.

Alla luce di questi dati, la battaglia affinché la vicenda di Giulio Regeni non cada nel dimenticatoio e venga fatta chiarezza sulle responsabilità del rapimento, delle torture e della sua morte non può che essere collettiva e generalizzata. Forse però, oltre a tenere viva l’attenzione sull’operato del governo egiziano, alla rappresentanza parlamentare spetterebbe il dovere – politico e morale – di agire in positivo anche all’interno dei propri confini: la morte del giovane ricercatore dovrebbe cioè riflettersi in un doveroso ampliamento dell’angolo visuale. Ampliamento riassumibile in un breve paradigma: uno Stato che non prevede (e non punisce) il reato di tortura può efficacemente esigere, in termini di credibilità internazionale, la mancata repressione di quello che lo stesso Presidente del Consiglio definisce la pratica maggiormente lesiva della dignità umana?

La risposta, seppur positiva, non può che lasciare l’amaro in bocca.

IntrodurrDiaz-400x300e il crimine di tortura nel codice penale, punire gli atti corrispondenti e assicurare un’inchiesta su ogni presunto atto di violenza sono infatti obblighi imposti dalla Convenzione ONU contro la tortura disattesi dall’Italia da oltre 25 anni. L’enorme quantità di disegni di legge presentati non lascia spazio all’ipotesi di una svista normativa: la non punibilità della tortura in Italia è una scelta politica, recentemente confermata dalla “misteriosa scomparsa” dall’ordine del giorno della commissione Giustizia del Senato dell’ultima proposta presentata dall’On. Luigi Manconi.

Il gioco delle maggioranze degli ultimi vent’anni è ormai tristemente noto. A fronte delle costanti pressioni a livello internazionale il Governo italiano risponde – ormai con poca credibilità – che il Parlamento è sul punto di intervenire, assicurando comunque la punizione dei colpevoli con l’applicazione delle norme già presenti nel codice penale.

Tuttavia l’inidoneità delle condotte descritte, la lievità delle pene e la brevità dei termini di prescrizione – in combinazione con la lunga durata dei procedimenti penali – conducono a una generale impunità dei responsabili, come dimostrano i processi per le violenze compiute durante il G8 del 2001 e le torture perpetrate nel carcere di Asti. Proprio in relazione ai fatti di Genova la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia, il 7 aprile 2015, non solo per le violenze subite dal ricorrente all’interno della scuola Diaz, ma anche per l’inidoneità delle indagini condotte e l’assenza di una legge che punisca la tortura in Italia; un vuoto legislativo che ha consentito ai colpevoli di restare impuniti. Secondo i giudici «Questo risultato non è imputabile agli indugi della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri».

La risposta del Premier Renzi non si è fatta attendere definendo, in un tweet, l’introduzione del crimine di tortura come una priorità dell’agenda politica (8 aprile 2015). Tuttavia lo stesso Governo, a meno di un anno dalla sentenza sulla Diaz, ha proposto 45mila euro per chiudere con una “conciliazione amichevole” il primo dei due ricorsi presentati a nome di 31 persone torturate all’interno della caserma Bolzaneto nei giorni del G8 (9 gennaio 2016). Lo stesso risarcimento è stato offerto ai due detenuti torturati nel carcere di Asti da alcuni agenti di custodia nel dicembre 2004: tuttavia, vista la sistematicità delle violazioni e l’inerzia parlamentare, la Corte di Strasburgo ha respinto la composizione amichevole e si attende la decisione nel merito della questione.Cucchi_Uva

Impunità di chi mette in atto pratiche corrispondenti alla nozione internazionale di tortura, indagini frettolose e tentativi di una chiusura celere dei processi non sono, quindi, pratiche sconosciute anche alla storia italiana più recente (si pensi – tra i tanti – anche ai casi Cucchi, Aldovrandi, Uva).

Tenendo a mente queste riflessioni, forse, le parole di Amnesty International e Antigone sul caso Regeni, assumono un significato ancora più forte: «Dobbiamo tenere alta l’attenzione affinché questa vicenda non venga rimossa dall’agenda politica. È una cosa che non possiamo permetterci, per Giulio, i suoi familiari, per la libertà di ciascuno, ma anche per la dignità del nostro paese».

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