Correre per verità e giustizia: primo Memorial per Stefano Cucchi
A distanza di un anno dalla riapertura delle indagini, si svolgerà sabato 31 ottobre la prima maratona per Stefano Cucchi presso il Parco degli Acquedotti, luogo in cui avvenne il fermo dei carabinieri la notte del 15 ottobre di sei anni fa
«Una maratona per tornare nei luoghi che in pochi minuti portarono mio fratello verso il buio. Ma sarà una giornata di luce, una maratona degli affetti». Con queste parole Ilaria Cucchi lancia il video del primo Memorial dedicato al fratello Stefano, il trentaduenne romano arrestato il 15 ottobre 2009 per detenzione di stupefacenti e deceduto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma, in circostanze tutte da chiarire.
L’evento, organizzato dal Comitato Promotore Memorial Stefano Cucchi presso il Parco degli Acquedotti (ingresso Via Lemonia, ore 10), prevede una doppia gara podistica, di 4 e 8 km, a cui prenderà parte anche la Maratona della Resistenza di Garbatella che, giunta alla sua VIII edizione, vede nello sport uno strumento fondamentale di aggregazione e opposizione contro ogni forma di abuso.
«In questi lunghi interminabili anni abbiamo corso, siamo caduti e ci siamo rialzati», prosegue Ilaria Cucchi nella presentazione dell’iniziava; ed effettivamente la morte di Stefano si è trasformata in una vera maratona giudiziaria alla ricerca di una verità scomoda per lo Stato e di una giustizia cieca davanti al corpo livido del ragazzo.
Per la sua morte, infatti, il 5 giugno 2013 la Corte d’Assise di Roma aveva condannato – per omicidio colposo, in concorso tra loro – i soli imputati facenti parte del personale sanitario in servizio al padiglione penitenziario dell’ospedale Pertini, in cui Cucchi era stato ricoverato due giorni dopo l’arresto.
La Corte affermò che il decesso fosse avvenuto per via di una “sindrome da inanizione”, cioè per una protratta malnutrizione, pur non escludendo «il legittimo dubbio che Stefano Cucchi, arrestato con gli occhi lividi e che lamentava di avere dolore, fosse stato già malmenato dai carabinieri».
Ricostruzione travolta dalla sentenza del 31 ottobre dell’anno successivo, con cui la Corte d’Assise d’Appello ha assolto tutti gli imputati – personale penitenziario e sanitario – per insufficienza di prove, contraddicendo le richieste dei legali della famiglia e della stessa Procura, che nella persona del Procuratore Capo Giuseppe Pignatone ha definito i contenuti della pronuncia «in tutto o in parte non condivisibili».
Tuttavia, nella motivazione della stessa sentenza, la Corte ha imposto la riapertura delle indagini per approfondire la posizione di persone diverse dai tre agenti assolti: secondo i giudici, infatti, non ci sono dubbi che qualcuno abbia ripetutamente infierito sul corpo di Cucchi e che le lesioni subite siano «necessariamente collegate ad un’azione di percosse».
La nuova indagine, allora, dovrà necessariamente riguardare anche i carabinieri che ebbero in custodia Cucchi dopo l’arresto avvenuto al termine della perquisizione domiciliare nell’ottobre 2009.
La Corte ha quindi ritenuto plausibile l’ipotesi, già emersa in primo grado, secondo cui «l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri», anche alla luce di prove testimoniali dalle quali emerge che «già prima di arrivare in Tribunale Cucchi presentava segni e disturbi che facevano pensare ad un fatto traumatico avvenuto nel corso della notte».
Una prima verità, a distanza di sei anni, sembra finalmente farsi strada anche nelle aule giudiziarie. L’immagine del corpo di Cucchi, così come quella di molti altri, è lontana dal potersi ricondurre alla fantasia dei familiari e delle tante associazioni che in questi anni hanno cercato verità e giustizia per quei corpi.
È un’immagine che trova il suo volto nella criminalizzazione dei fenomeni sociali – come il traffico di sostanze stupefacenti – e il suo braccio nel regime di impunità di fatto assicurato agli appartenenti alle forze dell’ordine.
Se allora, nonostante la riapertura delle indagini, gli autori materiali della morte di Cucchi dovessero rimanere ignoti, altrettanto non potrà dirsi nei confronti di chi in quel reato astrattamente concorre. Le leggi che hanno trasformato il carcere in una discarica sociale, la mancanza di adeguate forme di controllo sulla privazione della libertà personale, l’insabbiamento ventennale dei progetti di legge per l’introduzione del reato tortura, determinano una connivenza degli apparati statali e politici a più livelli.
Partecipare al Memorial di sabato significa, allora, non solo pretendere che sia fatta chiarezza sulla morte di Stefano Cucchi ma esigere un Stato che, partendo dalle proprie responsabilità, intervenga concretamente per garantire inviolabilità della libertà personale, dignità e diritti.

