Resistenze

Pubblicato il 25 marzo 2014 | da Silvia Talini

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La lotta di Antigone: in Italia la tortura non è (ancora) reato

Venerdì 28 marzo alla libreria “Le Storie” sarà presentata la campagna “Chiamiamola tortura” di Antigone, l’Associazione per i diritti e le garanzie del sistema penale

Introdurre il crimine di tortura nella legislazione nazionale, punire gli atti corrispondenti e  assicurare un’inchiesta su ogni presunto atto di violenza all’interno dei luoghi di detenzione: sono questi alcuni degli obblighi imposti dalla Convenzione ONU contro la tortura ratificata dall’Italia nel 1989.

Nonostante l’impegno internazionale assunto dal nostro Paese, tutti i progetti di legge per una riforma del codice penale in conformità con obblighi imposti dal Trattato sono caduti nel dimenticatoio parlamentare.

Il gioco delle forze politiche degli ultimi quindici anni è ormai tristemente consolidato. A fronte delle costanti critiche del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, il Governo italiano risponde – ormai con poca credibilità – che il Parlamento è sul punto di intervenire, assicurando comunque la punizione dei colpevoli con l’applicazione delle norme già presenti nel codice penale.

La fragilità delle argomentazioni parlamentari non è difficile da smascherare: l’inidoneità delle condotte descritte, la lievità delle pene e la brevità dei termini di prescrizione – in combinazione con la lunga durata dei procedimenti penali – conducono a una generale impunità dei responsabili, come dimostrano i processi per le violenze compiute dalle forze dell’ordine durante il G8 di Genova e nel carcere di Asti.

La campagna “Chiamiamola tortura” di Antigone, che sarà presentata il prossimo 28 marzo alla libreria “Le Storie” di via Giulio Rocco 37 (ore 18.30) nasce da queste riflessioni. Scopo dell’incontro a cui parteciperanno – oltre al presidente dell’Associazione Patrizio Gonnella – Ilaria Cucchi, Luigi Ferrajoli e Aldo Morrone, è contrastare il generale disinteresse dell’opinione pubblica, riportando l’attenzione su una questione mai considerata prioritaria dalle forze politiche.

Introdurre il reato di tortura infatti, significherebbe non solo dare adempimento agli obblighi internazionali che l’Italia ha assunto nel 1989 ma implicherebbe – finalmente – una presa di posizione politica del legislatore nazionale contro una delle più inaccettabili violazioni dei diritti umani.

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