Black Lives Matter, appuntamento con una lotta necessaria
Venerdì 25 novembre, per il secondo incontro di Uprising - storie dall'America ribelle, alla biblioteca Moby Dick un incontro con Alicia Garza, tra le fondatrici del movimento che ha riattivato le lotte antirazziste negli USA
Dopo i Weather Underground, che hanno aperto la programmazione della biblioteca Moby Dick, il prossimo 25 novembre il nuovo spazio culturale di Garbatella ospiterà la seconda puntata del ciclo Uprising – storie dall’America ribelle.
L’iniziativa, promossa da Casetta Rossa e Csoa La Strada (parte della comunità che nel 2014 occupò gli Ex Bagni di via Ferrati per chiedere che fossero destinati a una biblioteca) vuole raccontare «il lato nascosto di un’America che oggi continua a occupare le strade e reclamare un altro destino». La prima tappa, giovedì scorso, ha visto un affollato incontro con i weathermen Bernardine Dohrn e Bill Ayers (quest’ultimo autore di “Fugitive Days – Memorie dei Weather Underground”, edito nel 2007 per la milanese Cox 18 Books e ripubblicato quest’anno da DeriveApprodi).
Questa settimana, venerdì alle 17, si torna a parlare – con la partecipazione di Martino Mazzonis, giornalista che ha vissuto a lungo negli USA – di America ribelle. L’ospite sarà Alicia Garza: la giornalista californiana è, con Patrisse Cullors e Opal Tometi, tra le fondatrici del movimento Black Lives Matter, ultima ondata dell’attivismo statunitense. Nato nel 2012 – prima come hashtag sul web, poi come movimento di massa e di piazza – in seguito all’assoluzione di un agente di polizia dall’accusa per l’omicidio del 17enne afroamericano Trayvon Martin, BLM parte dalle proteste contro la brutalità poliziesca nei confronti delle comunità nere ma ben presto allarga lo sguardo a temi più ampi: dai numeri spaventosi dell’incarcerazioni nelle comunità non-bianche (quasi il 60% della popolazione carceraria statunitense, la più numerosa del mondo, è rappresentata da afroamericani e ispanici) alle disparità salariali, fino a intercettare e fare proprie battaglie contro sessismo, omo-transfobia e discriminazione verso le persone disabili, in una critica radicale del modello di società esistente capace di dare spazio anche alle voci critiche del sistema economico neoliberista sopravvissute alle ceneri del movimento Occupy Wall Street.
In questo senso un importante passaggio avviene nel 2015, quando Kimberle Williams Crenshaw (dell’African American Policy Forum) lancia, in seguito alla morte in custodia della 28enne Sandra Bland, l’hashtag #SayHerName (“Dì il suo nome”) per denunciare una rappresentazione mediatica discriminatoria e spersonalizzante delle donne afroamericane, che scontano la duplice oppressione del pensiero razzista e sessista. Già in un suo saggio del 1989 Crenshaw usava il termine “intersectionality” per descrivere tale complessità, che negli Stati Uniti ha radici lontane: è la medesima che negli anni ’70 portava Angela Davis a definirsi «donna, nera, comunista, femminista» e nel 1990 Patricia Hill Collins a scrivere che «le diverse forme di oppressione [razziali, nazionali, di genere] lavorano insieme per produrre ingiustizia». All’interno di BLM, la componente femminile e femminista è fondamentale: tra i principi guida dell’organizzazione, alla voce Black Women, si dichiara “l’impegno a costruire uno spazio di affermazione delle donne nere, libero da sessismo, misoginia e centralità del maschio”.
Nonostante tale ricchezza Black Lives Matter ha vissuto momenti difficili sin dai giorni di Ferguson del 2014, quando il movimento fronteggiò arresti di massa e accuse di estremismo dopo gli scontri seguiti alle proteste per l’uccisione di Michael Brown, diciottenne nero ucciso da un agente bianco (critiche rinverdite dai “Dallas shootings” dello scorso luglio, quando cinque agenti di polizia furono uccisi da un cecchino nella città texana durante le manifestazioni indette dopo la morte di altri due afroamericani per mano delle forze dell’ordine). Ma le giornate di Ferguson servirono soprattutto a consolidare il movimento, tanto da portare una giovane attivista a scrivere un articolo dal titolo “How Ferguson Healed My Blackness”, in cui si legge: “io e il mio essere nera eravamo soli; vagavamo nel mondo interiorizzando frustrazione ad ogni micro-aggressione e pregiudizio gettati sulla nostra strada”, quasi a sancire un irreversibile passaggio di collettivizzazione nella solitudine di milioni di persone che, da secoli, sentono di essere discriminate dal Paese a cui appartengono.
Oltre strumentalizzazioni e critiche – e anche grazie alla visibilità derivata dalla partecipazione di celebrità pop come Kendrick Lamar e Beyoncé, che nelle loro performance degli ultimi mesi evocano l’immaginario dei riots e delle Pantere Nere – Black Lives Matter continua a dimostrare il proprio radicamento nei principali centri urbani, nonché la capacità di connettersi a livello nazionale grazie all’uso sapiente dei social media e al lavoro quotidiano dei giovani attivisti e mediattivisti che hanno saputo costruire nuovi, accattivanti orizzonti di lotta.
Sul percorso dell’antirazzismo Usa oggi pesa l’elezione di Trump, a cui il mai disciolto Ku Klux Klan ha reso noto da tempo il proprio sostegno e intorno al quale si consolida il popolo dell’alt-right (la cosiddetta alternative right ovvero destra alternativa, per molti soltanto un neologismo glamour dietro al quale proliferano posizioni razziste, machiste e neonaziste).
Anche per questo il cammino di Black Lives Matter appare ancora lungo, e il suo contributo necessario: per saperne di più direttamente dalla voce di chi ha attivato questa storia di resistenza, l’appuntamento è domani alle 17 alla biblioteca Moby Dick, in via Edgardo Ferrati n. 3.

