Percorsi scuola pop

Pubblicato il 27 febbraio 2016 | da Scuola pop Piero Bruno

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Scuola Pop Piero Bruno: oltre la meta, insieme

Se le mete sono linee di soglia, per scoprire cosa c’è oltre la fine del campo - che allarga i suoi orizzonti con il passare degli anni – le nostre giocatrici e i nostri giocatori sono esploratrici che ci guidano verso un paesaggio tutto da creare. E noi, dove andiamo?

Vi ricorderete di Adelaide: è passata per la Scuola Popolare poco più di un anno fa, aveva una parlata romana, uno zaino abbondantemente calato sulle spalle e pieno di libri, sempre pieno (nel senso che i libri lì erano e lì restavano).  Ve la ricorderete per i suoi numeri, quelle cifre che sbucavano fuori dalle dita e poi non tornavano, in nessuna operazione. “Eh, una storia lunga la matematica!” avrà pensato qualcuno; “sempre meglio della storia”, avranno sospirato altri.

Noi comunque la ricordiamo per i pomeriggi passati insieme, con la testa china, sui compiti e sul telefono, per le domande cui non sempre abbiamo risposto, per averla vista crescere ed esserci chiesti – anche un po’ per lei – se era davvero il caso, al giorno d’oggi, come le vecchiette di paese che borbottano al cambiare delle stagioni. Che ad un certo punto si cresce già lo sapevamo – i nostri corpi non ammettono eccezioni, e questo a scuola lo abbiamo imparato forte e chiaro –  ma cosa significhi diventare grandi rimane ancora un campo di battaglia.

E proprio mentre tracciamo le linee di confine, tra la nostra squadra e quella avversaria e tra una generazione e quella che la precede, ci ricordiamo che la strada che passa nel bosco non è un sentiero tracciato sulle cartine nazionali e diffuso dall’ufficio informazioni per i giovani adulti. Oggi più di ieri è una linea tratteggiata da attraversare e lasciare aperta, per poi in caso tornare indietro. Abbiamo bisogno di una linea che lasci respiro a un passo fuori strada, invece di una retta che marca spazi di appartenenza e di esclusione.

Forse avremmo dovuto fare ad Adelaide un lungo e pedante discorso sulle soglie tra infanzia, fanciullezza, età adulta, vecchiaia e segnare con numeri precisi le fasi della vita e le rispettive responsabilità, concludere davanti alla sua espressione ammorbata con una pacca sulla spalla ed un “oh, in bocca al lupo!”.  La verità è che molte delle cose che ci sono da sapere su questi passaggi tra soglie, ancora non le sappiamo ed esitiamo a definirle, in ragione di un determinato approccio didattico – e con il solito ostinato rigore. Non per questo abbiamo smesso di interrogarci sul crescere, su questo misterioso territorio da scoprire.

Stefano Laffi, autore del romanzo Crescere Nonostante, scrive per la rivista Hamelin “E se ci alleassimo?” un articolo che non solo sfida la tradizionale divisione gerarchica tra educatore e ragazzo/a – come molti e altrettanto noti pedagogisti avevano già da tempo fatto – ma rimette in gioco il carattere sperimentale dell’esperienza, in un momento storico in cui il creare ed il saper creare assume un’importanza epistemologica che eccede i campi del sapere per fondervisi insieme.

Siamo davanti ad un bivio: la meta è lì che ci aspetta, ma per arrivarci sembra giunto il momento di rivedere la strada, di allearsi con i ragazzi e le ragazze di oggi e di ricostruire insieme il gioco. Lo spazio che viviamo, la società a cui apparteniamo ha rotto la linearità che caratterizzava il mondo. La precarietà e l’incertezza di questo momento hanno comportato una reazione da parte dei ragazzi e delle ragazze: camminare su una strada precaria delineando però un orizzonte diverso. Il mondo non lineare li ha obbligati o li obbligherà a trovare nuove strade, a inventare nuovi percorsi per ogni campo della vita, dall’economia, alla cultura, all’affettività. I ragazzi e le ragazze sono “degli scienziati”, come ci suggerisce Laffi, che fanno esperimenti sociali per scoprire una cosa che in natura ancora non esiste: se stessi. E allora qual è il compito dell’adulto, in particolare dell’educatore? Sperimentare con loro proponendo qualcosa da scoprire;  porre la realtà come uno scenario dove le cose non sono inquadrate in concetti definiti e fossilizzati, ma come qualcosa da creare, rileggere, reinventare.

L’insegnante e filosofa Eleonora de Conciliis ritiene che i ragazzi oggi sono “immersi in un eterno presente” fatto da un sapere codificato e standardizzato. Questa realtà non si addice ai nuovi “scienziati” e qui nasce la scommessa: aiutarli a uscire da questo eterno presente, sperimentare insieme a loro.

Sette anni fa nasceva la Scuola Popolare Piero Bruno; una scuola che ancora non aveva l’esperienza di insegnante e di filosofa della De Conciliis e la postura rivoluzionaria di Stefano Laffi, ma guardava a una realtà senza campo d’azione per gli scienziati che la abitavano. Così siamo partiti anche noi spezzando quella linea retta che prescrive il sapere e dopo – molto dopo – il fare, per lanciarci in un’avventura che era “un esperimento nell’esperimento”: un gruppo di studenti universitari che ripensano e si interrogano sulle pratiche nuove che nel contesto scolastico possono essere create per far fronte ad un presente in continuo cambiamento.

In sette anni abbiamo sperimentato strategie diverse, mantenendo l’idea di un sapere che fosse quanto più aperto e condiviso e di un rapporto con i ragazzi come un feedback imprescindibile per continuare. In sette anni siamo cresciuti a piccoli passi, a volte lenti altre veloci, e con lunghe linee tratteggiate, ci siamo ritualmente sbucciati le ginocchia e qualche volta abbiamo dimenticato di ascoltare i buoni consigli, abbiamo fatto mille cose o ci siamo soffermati ad osservarne una. Se dovessimo valutare il nostro progetto secondo un giudizio che tenga conto della linearità, coerenza e precisione del risultato probabilmente ci ritroveremmo nei panni di uno studente che ad un tema di italiano dal titolo “Cosa ne pensi della scuola oggi?” avesse infine ricevuto un fuori traccia.

Con questo vorremo ribadire che abbiamo scelto, come molti altri che lavorano nell’ambito dell’educazione, di muoverci su un terreno sconosciuto poiché riteniamo che nel panorama educativo le conquiste passate sembrino essere un po’ fuori formato per le nuove generazioni. Allo stesso tempo, abbracciare la novità non è sempre qualcosa di meraviglioso, così come crescere non porta sempre scoperte positive, ma ci troviamo davanti un’eredità senza futuro in cui l’unico modo per andare avanti è cercare di immaginarci una nuova ombra, uno spazio di proiezione in cui riconoscere traiettorie di vita.

Per farlo abbiamo deciso di ripensare nuove modalità di fare scuola, credendo che il contesto scolastico sia un’agente di socializzazione: un laboratorio, per ritornare in metafora, dove l’identità fluisce da un’ampolla all’altra, si contamina con il contesto in cerca di possibili soluzioni. Lo proviamo a fare fondendo la memoria con le nuove storie nascenti, creando alleanze tra vecchie e nuove generazioni il cui risultato non sia la somma di voci ma il potenziale di un pensiero creativo. Continuiamo a sperimentare perché pensiamo che questo sia, anche per noi, il modo migliore per non fermarci ad una meta ma continuare costantemente a crescere, insieme.

Per continuare sulla nostra linea tratteggiata, domenica 28 febbraio organizziamo una delle nostre tradizionali cene a sostegno del progetto della scuola popolare – dalle ore 20.00 al C.s.o.a. La Strada – a cui vi chiediamo di partecipare numerosi/e prenotandovi sull’evento FB.

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