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Pubblicato il 21 dicembre 2014 | da Staffetta Romana per Kobane

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Kobane: Fuori dalla logica dell’emergenza la forza dell’autogestione nei campi

Mentre dalle nostre parti dal L’Aquila a Roma sotto Mafia Capitale, quello che emerge sulla nostra pelle è che sui disastri natutali, sui profughi che scappano dalle guerre, sulla segregazione dei rom, nella piena logica dell’emergenza si consumano i più scaltri modi per arricchirsi, all’interno delle leggi di mercato, nelle possibilità che concedono le leggi autoritarie del nostro Stato di (non)diritto. Non molto lontano da qui, nel Kurdistan turco, si sta manifestando il più alto esempio di accoglienza autogestita in grado di garantire la salvaguardia della dignità umana a miglia di persone sfollate per causa dell’attacco dell’ISIS alla cittadina di Kobane. Questa grande opera collettiva, ce la racconta la staffetta sanitaria che sta dando una mano in questi giorni nei campi profughi.

Con tutte le difficoltà contingenti la Carta della Rojava che a Kobane si difende con le armi, nei campi si afferma ogni giorno nella convivenza.

Suruc, Campo “Kobane”, alla fine del centro abitato sulla via principale, ospita duemila persone, in gran parte bambni, donne e anziani.
Siamo entrati come gruppo medico sanitario insieme ad un giovane medico kurdo e ad un compagno che ci fa da interprete. Lo abbiamo visitato dopo qualche giorno di pioggia intensa ed era tutto una sequenza di vestiti, materassi, scarpe, tappeti e teli di ogni genere stesi e appoggiati ovunque ad asciugare. Le tende, abbastanza grandi da ospitare fino a otto/dieci persone, le ha fornite la municipalità di Suruc, coamministrata dal BDP, che con molta tenacia affronta l’emergenza come meglio può ma è a corto di risorse. Le tende non hanno nessun isolamento dal terreno, sono quindi normalemente umide ed in caso di pioggia si allagano facilmente. All’ingresso, un picchetto di sorveglianza discreto ma efficiente e subito a lato l’unica grande tenda blu e gialla che ospita la scuola del campo, con tanto di banchi e lavagna. Oggi pero’ niente lezioni, causa allagamento scuola.

I medici che operano nei campi profughi intorno Suruc al momento sono tre, piu’ un giovane laureando. Fanno quel che possono, lavorano da matina a sera a titolo volontario e vivono enormi frustrazioni per la mancanza di molte de le cose che servirebbero.

I nostri compagni medici della staffetta hanno praticamente visitato tutti i nuclei familiari del campo. Hanno potuto rilevare nei bambini una situazione di varicella endemica, diffusa ormai praticamente in tutto il campo ma fortunatamente ancora senza complicazioni e una varietà di infezioni cutanee e di malattie respiratorie.
Molte donne sono in gravidanza e molte altre hanno scompensi ormonali difficili da diagnosticare ma spesso ascrivibili alle condizioni di stres attule e pregresso. Non va dimenticato che stiamo parlando di persone strappate alle loro case, alla loro vita e che hanno, tutte, compagni, figlie, familiari che combattono con l’YPG e l’YPJ a Kobane e avere loro notizie è difficile. Gioco facile per la diffusione degli streptococchi e le tende sono sature di acari.
L’altro elemento significativo è dato dallo scompensarsi delle malattie croniche, negli anziani soprattutto, in ragione della sospensione forzata delle terapie di mantenimento: scompensi diabetici, ipertensione grave e malattie respiratorie non più trattate.
Ci sono poi situazioni gravi che andrebbero curate in ospedale. E qui ci si scontra con due fattori concomitanti. L’inadeguatezza del piccolo ospedale di Suruc, pensato per una popolazione di poche migliaia di abitanti a fronte dei circa centomila profughi presenti attualmente nel territorio e la palese colpevole discriminazione etnico/politica nei confronti dei pazienti kurdi agita dai medici turchi in aperto contrasto con qualunque minima etica professionale. L’ospedale di Saliurfa, più grande e poco lontano, adotta lo stesso sistema discriminatorio. Ci hanno raccontato di pazienti rimbalzati da un ospedale all’altro senza avere le cure necessarie e di bambini trattati con lo stesso criterio da medici che gli stessi rifugiati non esitano un momento a definire fascisti.
La farmacia allestita dall’organizzazione risiede nel Centro Culturale di Suruc, è rifornita dalla vasta rete internazionale di solidarietà, anche i compagni delle staffette che si susseguono portano con sé farmaci raccolti nelle varie strutture da donare, ma mancano ancora alcune specificità e soprattutto gli strumenti diagnostici ‘da campo’, kit per rilevare la glicemia, strumenti per misurare la pressione, test di gravidanza, ecc.

Dal punto di vista dele condizioni igienico/ambientali, l’acqua è ovunque potabile sebbene venga razionata durante il giorno, ed è la stessa che si può bere nelle case di Suruc in quanto fornita dall’acquedotto cittadino.
Gli scarichi sono allacciati alla rete fognaria, cosa di estrema importanza per l’igiene generale del campo. Ogni tenda ha un allaccio alla rete elettrica cosi che tutti hanno stufe e termosifoni nelle tende e qualcuno pure televisore e parabola…sul tetto, si fa per dire. I servizi igienici non sono molti, ne abbiamo contati una cinquantina in tutto per duemila persone, divise per maschi e femmine e la razionalizzazione inevitabile dell’acqua non facilita la pulizia e l’igienizzazione degli ambienti.
Problematica anche la situazione alimentare: una volta al giorno arriva un furgone della Mezza Luna Rossa, un piatto indifferenziato per adulti e bambini. Grano o altro cereale bollito e zuppa di fagioli o ceci col pomodoro. Evento straordinario accolto sempre da concitazione quando arrivano le cassette di arance o altra frutta. Le modalita’ di distribuzione del personale turco sono assimilabili a quelle dei militari nelle caserme, arroganti e autoritarie, mal sopportate dai profughi. La gran parte dei piatti rimane nelle tende e finisce poi nella spazzatura perché ai bambini si sa non piacciono molto i legumi e non tollerano la stessa pietanza ogni giorno mentre gli adulti, ugualmente insofferenti, in quanto kurdi siriani, hanno tutt’altre abitudini alimentari e vivono questo fatto come l’ennesima sopraffazione del governo turco. Al resto dell’approvvigiamento alimentare provvede come può la rete militante delle organizzazioni kurde che ricevono aiuti da tutte le comunita’ dislocate nei vari paesi d’europa e distribuiscono quel che ricevono in tutti i campi e nei villaggi dove molti hanno trovato ospitalità nelle case dei residenti. Mancano comunque alimenti specifici per bambini, c’è carenza di frutta e verdure e dunque di fibre e vitamine con tutto quel che consegue ad una alimentazione povera e poco variata.

Quello che colpisce difronte al dramma della guerra che si sta combattendo e l’esilio forzato è la buona tenuta del tessuto sociale e l’esplosività incontenibile dei bambini che vivono comunque un’esperienza comunitaria molto stimolante al netto delle privazioni e della provvisorietà della situazione.

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Un capitolo a sé merita l’aspetto organizzativo che diviene politico, che fin qui abbiamo appreso solo per cenni con l’impegno di approfondirlo ulteriormente. L’organizzazione dei campi è il dato eccezionale, si basa sull’autogestione e richiama immediatamente i valori della democrazia diretta, della messa in discussione del potere autoritario, delle gerarchie, delle discriminazioni di genere. Con tutte le difficoltà contingenti la Carta della Rojava che a Kobane si difende con le armi, nei campi si afferma ogni giorno nella convivenza.

Così si fa fronte all’aspetto sanitario. Ogni campo è diviso in strade e ogni strada ha una responsabile della salute eletto dagli abitanti di quella via che formano un quartiere. Ogni campo ha un coordinatore sanitario eletto tra i responsabili delle singole strade con incarico che ruota ogni mese tra i singoli responsabili. Una volta al mese tutti i coordinatori di campo si riuniscono, discutono e decidono. Coordinatori sono pure nei villaggi che ospitano i profughi che, grosso modo nell’area attorno a Suruc si aggirano sulle centomila persone. Ogni mattina i responsabili della salute di ciascun campo si riuniscono e incontrano i medici, quando ci sono, al quale rappresentano i problemi più urgenti ed il fabbisogno di medicinali. Il giorno seguente il medico torna e porta quanto richiesto se è nelle disponibilità della farmacia. Ogni responsabile li custodisce nella sua tenda e provvede alla distribuzione tra i pazienti della propria strada. L’aspetto più interessante e di per sé rivoluzionario, è quello della formazione/istruzione progressiva e crescente dei vari responsabili di strada e di campo. Ciascuno apprende a fare le prime valutazioni diagnostiche e ad effettuare gli interventi di primo soccorso e di somministrazione delle terapie e, allo stesso tempo, forma e informa i pazienti all’autovalutazione ed all’autosomministrazione. La salute diventa così immediatamente affare collettivo, un sapere comune e non più appannaggio esclusivo di specialisti che accumulano potere e discrezionalità. Questa la forza dell’autogestione.

tratto da: Staffetta sanitaria per Kobane

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