Cultura Suburra

Pubblicato il 25 ottobre 2015 | da Sebastiano Palamara

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Suburra, la Roma corrotta di oggi tra cronaca e romanzo

Un coinvolgente noir d’inchiesta, realistico e anticipatore; alcune riflessioni sul libro di Bonini e De Cataldo alla vigilia del processo di Mafia Capitale

Suburra di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo è un noir pregevole e avvincente, che cattura l’attenzione del lettore attraverso la descrizione profondamente realistica di personaggi, contesti sociali e meccanismi politici ed economici, ponendo problemi e sollevando interrogativi che perdurano ben oltre la semplice lettura del libro. Il ritratto che emerge della Roma dei nostri giorni è crudo ed impietoso, tragico e grottesco allo stesso tempo: viene descritta infatti una città profondamente corrotta, degradata da un punto di vista etico e culturalmente imbarbarita, in cui è marginale e sostanzialmente ininfluente qualunque agire che non sia finalizzato all’accumulo di denaro e potere, o al raggiungimento di uno scalino un po’ più alto della piramide sociale. Nella Città Eterna, del resto, questa degenerazione ha origine in un tempo così lontano che il titolo stesso del romanzo, Suburra, ha nelle intenzioni degli autori un significato chiaramente metaforico, in quanto evocativo del carattere pressoché intramontabile di queste dinamiche; suburrala Suburra era infatti un enorme, pericoloso e malfamato quartiere dell’antica Roma che si estendeva tra Quirinale, Viminale ed Esquilino (ed oggi corrispondente pressappoco al rione Monti), il cui nome è diventato sinonimo di bassa delinquenza, corruzione e malaffare, pertanto metafora “di una città irredimibile. Casa di una plebe violenta e disperata, che secoli prima si era fatta borghesia e che della città occupava il centro geografico. Perché ne era e ne restava il cuore. La Suburra, l’origine di un contagio millenario, di una mutazione genetica irreversibile” (cit. Suburra).

E’ di primaria importanza, ai fini della comprensione di Suburra, riconoscere al suo interno l’oscillazione continua tra cronaca e finzione, tra realtà e romanzo, ovvero lo sdoppiamento essenziale di cui consiste il noir nella sua essenza. Questa ambivalenza, costitutiva del genere, permette al libro di descrivere attraverso la finzione letteraria i meccanismi criminali (e non) della città reale, fornendo così con la narrazione strumenti utili a comprenderla e a decifrarla. Il romanzo si rivela così più istruttivo ed eloquente di decine di saggi sociologici e politologici proprio in virtù di questa profonda aderenza tra dinamiche raccontate e realtà. “I giornali non danno più notizie, la libreria è il luogo della notizia”, ha dichiarato in una recente intervista Carlo Bonini. Come nella migliore tradizione dei noir d’inchiesta, la costruzione del racconto di Suburra non prescinde e anzi si basa sulla raccolta di informazioni e materiali, perizie e atti giudiziari, e quindi su una profonda conoscenza del ricettacolo di illegalità, connivenze e relazioni indicibili che è Roma, di cui i due scrittori, anche in virtù delle loro professioni “originarie” (magistrato De Cataldo, giornalista investigativo e d’inchiesta Bonini) possono dirsi osservatori privilegiati. Così, in modo consequenziale a quanto detto, alla realtà sono ispirati diversi personaggi di Suburra, su tutti il Samurai, padrone assoluto della strada ma al tempo stesso ben al di sopra di essa, personaggio nel quale non è difficile riconoscere la figura dell’intramontabile Massimo Carminati (ex NAR, ex killer della banda della Magliana, già processato e assolto per l’omicidio di Mino Pecorelli e coinvolto processualmente in un numero enorme di vicende).

suburraGià il prologo di Suburra è un’istantanea del potere del Samurai e insieme dell’indissolubile rapporto tra la criminalità e le istituzioni. Il libro, infatti, si apre con il racconto del furto (realmente avvenuto) nel caveau della filiale della Banca di Roma interna al tribunale di Piazzale Clodio, furto nel quale vennero svaligiate 147 delle 900 cassette di sicurezza. Il libro ambienta questa vicenda nel 1993, mentre in realtà il fatto avvenne nel 1999 (nel 2000 la Cassazione riconoscerà Massimo Carminati colpevole di essere la mente dell’operazione condannandolo a 4 anni). Tra fascette di banconote di grosso taglio e qualche etto di cocaina, nel “doppio fondo di quella che chiamano Giustizia e che è solo Potere”(cit. Suburra) il Samurai, attraverso i suoi accoliti (tre criminali romani soprannominati “Lothar”, “Botola” e “Mandrake”, dei quali si sbarazzerà a colpo appena concluso), si impadronisce delle ricchezze custodite in quelle cassette da magistrati, avvocati, notai, sbirri, e soprattutto entra in possesso dei documenti segreti e degli estratti conto delle banche in cui era confluito il denaro con cui questi zelanti servitori dello Stato erano stati corrotti nel corso degli ultimi decenni. Questo è l’incipit, il punto di partenza narrativo e insieme l’atto fondativo delle vicende di Suburra, questo è il sottofondo e il “peccato originale” (si fa per dire) a partire dal quale si svilupperanno le vicende del romanzo; questo è il “nuovo Natale di Roma”, penserà il Samurai a colpo appena concluso, una nuova fondazione criminale della città millenaria, in cui è pienamente esplicitato il legame tra il vertice della criminalità romana e le Istituzioni, in questo caso impersonate da chi rappresenta la Giustizia. Un colpo clamoroso, che per il Samurai diventa garanzia di intoccabilità e impunità, fornendogli da un lato un eccezionale passe-partout per ottenere informazioni sensibili e per poter entrare in affari sempre più grandi e redditizi con la connivenza di potenti interlocutori, dall’altro una formidabile arma di trattativa e ricatto qualora le cose dovessero prima o poi mettersi male sul piano giudiziario, un arma micidiale per limitare al massimo i danni, salvare interessi e capitali, uscirne nel modo più indolore possibile.

Tra gli elementi eloquentemente descritti sin dalle prime pagine del libro c’è la presenza stabile in città delle grandi organizzazioni criminali, italiane e non (i calabresi di Rocco Perri e i napoletani di Ciro Viglione su tutti), la diffusa corruzione delle forze dell’ordine e dei vari apparati dello Stato (Carabinieri e magistrati), la continuità della vecchia criminalità della Banda della Magliana con la nuova. A proposito di connivenze, nel primo capitolo, si fa la conoscenza di un importante personaggio, l’onorevole calabrese Pericle Malgradi, custode dei valori cristiani della famiglia, così almeno viene presentato pubblicamente, che una notte, dalla suite di un albergo del centro in cui si trova in compagnia di due puttane, piscia in testa agli “sfigati che lavorano la notte” e ci spiega che c’è chi sta sopra e chi sta sotto: “così funziona la vita”, altro che moralità e spending review, certe cose non cambieranno mai. Nei capitoli successivi vediamo il susseguirsi di un’umanità varia sulla scena del romanzo, un’umanità spesso socialmente ben integrata e perciò non marginale: viscidi monsignori (Mariano Tempesta) e faccendieri ruffiani (Benedetto Umiltà), ristoratori sommersi di buffi (Tito Maggio) e cravattari grassi e unti (i “Tre Porcellini”), nonché carabinieri corrotti (Carmine Terenzi) e PM col vizio del gioco, ex nazisti che, abbandonata la ricerca dell’Io assoluto e della purezza della razza, scoprono un’inaspettata vocazione imprenditoriale o giornalistica (Spartaco Liberati e altri vecchi amici del Samurai), per arrivare a produttori radical-chic, coatti di Cinecittà e papaveri dei pizzardoni, oltre a ragazze belle e spregiudicate, transessuali e arrampicatori sociali di tutti gli ambienti. La vicenda specifica, che nel romanzo farà da collante tra clan, ambienti politici ed ecclesiastici, è il progetto di una gigantesca speculazione edilizia, il cosiddetto Waterfront, milioni di metri cubi di cemento tra Roma e Ostia che rappresenteranno il punto di convergenza negli interessi delle varie parti in gioco.

suburraIn Suburra la descrizione di situazioni e contesti sociali e criminali è talmente verosimile rispetto ai meccanismi regolatori e dominanti all’interno della città reale da tratteggiare un quadro difficile da accettare ad un lettore che creda a una visione “consolatoria” della realtà, come ad esempio quella impersonata letterariamente dal poliziesco classico, in cui sono ovviamente presenti criminali impegnati nei loro traffici, così come figurano sempre le cosiddette “mele marce” all’interno delle Istituzioni e dello Stato, ma dove il “Bene” e la “Giustizia” alla fine trionfano sempre. Al termine di Suburra non trionfa il “Bene” e ad esser marcia non è qualche mela ma l’intero albero, anche se, pur in un quadro moralmente putrefatto come quello rappresentato, svettano delle figure che almeno nelle intenzioni si sottraggono al marciume dilagante; Bonini e De Cataldo non fanno così mancare la presenza di “personaggi positivi”, le cui azioni, guidate da correttezza, onestà e da un tenace disinteresse personale, non riescono quasi mai ad essere risolutive, ma restano una testimonianza poco più che fine a se stessa, che pur risultando molto importante da un punto di vista simbolico, è spesso destinata a infrangersi contro gli argini di un sistema sociale imputridito ma molto ben congegnato. Ci riferiamo, in primis, al tenente colonnello Marco Malatesta, in un certo senso alter ego del Samurai, di cui era stato seguace da giovane e da cui poi si era staccato, avendo riconosciuto l’assenza di scrupoli e l’ipocrita strumentalità con cui quello imbastiva altisonanti e nazistoidi discorsi di perfezionamento spirituale ai ragazzi “curvaioli” o della Roma bene che ammaestrava e da cui era idolatrato. Il colonnello Malatesta, anche se in parte idealizzato nella figura un po’ clint-eastwoodiana del militare che disobbedisce agli ordini e fa di testa sua per amore della “Giustizia”, risulta essere un elemento sostanzialmente corretto, del quale pure si evidenzia a tratti un’ottusità e una durezza molto “sbirresca” e tutt’altro che nobile. C’è poi l’integerrimo generale Emanuele Thierry de Roche, la cui descrizione rasenta a tratti il ridicolo nell’esaltazione di quegli antichi e presunti alti valori dell’Arma dei Carabinieri; e soprattutto ci sono i ragazzi dell’occupazione di Ostia che, insieme all’attivista e blogger Alice Savelli, hanno il coraggio di denunciare lo strapotere della famiglia Adami sul litorale romano, forse un po’ effimeri in quanto piccolissima minoranza ma coraggiosi, importanti nel rappresentare una sacca di resistenza e nel tenere accesa la fiaccola di un pensiero che va controcorrente.

Di “pulito” c’è poco altro. Se nella descrizione dei personaggi “positivi”, soprattutto istituzionali, a volte prevale un certo idealismo, per tutti gli altri vale invece una certa stereotipia che a tratti sconfina nella satira, (vedi Cesare Adami detto il “nummero” 8, testa rasata ad eccezione di una palla da biliardo, appunto la 8). Questo è un aspetto del libro che non può assolutamente definirsi come difetto, ma piuttosto come rappresentazione dell’inconsistenza culturale e del “nulla umano” che caratterizza chi decide sulle nostre vite e tiene i fili delle attività che contano in città, politiche o economiche che siano. Dalla descrizione di questi aspetti caricaturali, in riferimento soprattutto agli ambienti criminali, emerge la perdita del pur modesto orizzonte culturale e simbolico che poteva forse esserci in alcuni banditi di un tempo. Non c’è più niente.suburra Il Samurai stesso, una sorta di “superuomo” post-nazista in salsa romana (preso atto della sua fonte d’ispirazione Massimo Carminati), è forse nobilitato eccessivamente dagli autori, con quell’eleganza orientaleggiante continuamente ostentata e quella supposta raffinatezza, volta a mostrare la superiorità (comunque innegabile) del personaggio rispetto all’ambiente nel quale sguazza, superiorità certamente non morale ma intellettuale, vista la sua enorme abilità nel manovrare per i suoi scopi la “feccia” dalla quale è circondato e verso la quale non perde occasione per sottolineare il suo profondo disprezzo. Suburra, pubblicato (vale la pena ricordarlo) nel Settembre del 2013, anticiperà alcuni elementi emersi nell’inchiesta su Mafia Capitale alla fine del 2014 per esempio sul ruolo di punta esercitato, sulla maggior parte degli affari non troppo leciti della Capitale, dallo stesso Carminati. Quella che in un certo senso appare come capacità “anticipatrice” del romanzo è in alcuni aneddoti e dettagli certamente degna di interesse (ad esempio viene raccontata a inizio romanzo una strage degna del miglior Tarantino compiuta dal Samurai con una spada tradizionale giapponese, la Katana, spada che, per l’incredulità di De Cataldo, sarà poi realmente sequestrata a casa di Carminati) ma non può realmente stupire, dal momento che già nel dicembre del 2012 L’Espresso, all’interno di un inchiesta sulla criminalità romana (“I quattro re di Roma”), indicava Carminati come uno dei boss ancora più importanti e potenti della città. Bisogna aggiungere che in tale inchiesta erano affiancati al vertice criminale della città insieme a Carminati altri soggetti che hanno ispirato personaggi chiave del romanzo: Michele Senese, detto ‘O Pazzo, alla cui figura è chiaramente ispirato il personaggio del camorrista Ciro Viglione (anch’egli – come Michele Senese – stanziale a Roma da molti anni dove “sconta” la sua pena nella clinica di lusso del fratello dell’onorevole Malgradi, non disdegnando però frequenti e indisturbate uscite in Porsche per le vie della città), ed esponenti della famiglia Casamonica (ribattezzati Anacleti nel romanzo), padroni incontrastati del quadrante sud-est della Capitale.

Del resto Roma è una città che ha un rapporto malato con la verità, una città in cui si vede montare per qualche giorno una strumentale indignazione mediatica e politica di facciata riguardo l’enorme potere di organizzazioni criminali e mafiose, ma quasi sempre dopo l’intervento della Magistratura e in ogni caso limitando spesso la rappresentazione della malavita agli aspetti folkloristici della stessa, facendo passare l’idea che si tratti di settori stagni che operano separati dal resto della società, suburraomettendo perciò quasi sempre lo strettissimo legame che invece intercorre tra le varie parti del corpo sociale, in questo caso tra quelle criminali e quelle di vertice. E’ davvero ipocrita indignarsi quando montagne di petali colorati vengono lanciati sul cielo di Cinecittà da un elicottero, come in occasione dei funerali di “Zi’ Vittorio”, quando da almeno trent’anni anche i sampietrini a Roma sanno chi sono i Casamonica. Come già indicava eloquentemente il nome dell’inchiesta su Mafia Capitale “Mondo di mezzo”, e come spiegava in un’intercettazione ambientale lo stesso Carminati, a cui si deve la paternità del nome dell’inchiesta, nel romanzo è brillantemente illustrata l’importanza che hanno quei personaggi “regolari” che però operano nella zona grigia limitrofa alle situazioni propriamente dette criminose, mostrando come la “classica” rappresentazione di una criminalità che agisce in contesti separati dai settori (cosiddetti) sani della società sia oramai poco meno di una favola per bambini.

E’ in un contesto marcio come quello finora descritto che la scrittura e la letteratura possono porsi come argine al dilagare delle falsità mediatiche e istituzionali, nell’intrinseca capacità, propria della trama elaborata di un romanzo, di descrivere relazioni, comunanze di interessi e meccanismi, e questo è senz’altro ciò che un libro come Suburra riesce a fare. Sconsigliato a lettori che cerchino solo una lettura ricreativa e/o consolatoria, in questo caso si sbaglierebbe completamente titolo. Senza nulla togliere ai meriti squisitamente letterari del romanzo (e quindi dei suoi due autori), che pure sono significativi, il racconto è usato principalmente come pretesto per descrivere e raccontare il contesto politico, sociale ed economico nel quale avvengono i fatti, ovvero la martoriata Roma dei nostri giorni.

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