Pasolini, un vuoto lungo quarant’anni
All’AAMOD di via Ostiense una giornata dedicata a PPP nel quarantesimo anniversario della sua scomparsa
“Fornire una visione non banale e non conformista dell’anticonformista Pasolini”. In questa direzione si è svolta ieri l’iniziativa “Pier Paolo Pasolini, 40 anni senza” presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico di via Ostiense. Lontana dalle celebrazioni televisive e giornalistiche di questi giorni, l’AAMOD ha voluto ricordare Pasolini attraverso filmati inediti e le parole di chi ancora oggi non ha dimenticato il suo coraggio di dire la verità.
«Una raccolta di filmati di sicuro non bastano a ricordare l’immensità della persona che è stata Pasolini – ha introdotto Vincenzo Vita, presidente dell’AAMOD – personaggio ora celebrato con determinazione ma per anni osteggiato dalla stessa sinistra come un eversivo, mentre dai democristiani e dalle destre era addirittura da censurare». L’iniziativa si apre con lo straordinario documentario “La canta delle marane”, diretto da Cecilia Mangini con testi originali di Pasolini. Ispirato al celebre romanzo pasoliniano “Ragazzi di vita”, il cortometraggio ci proietta nella periferia di Ponte Mammolo, poco distante dalla prima residenza romana di PPP, dove un folto gruppo di ragazzini di borgata si rinfresca in una marrana durante una torbida giornata d’estate. A seguire la proiezione risalente al 1967 “Primo piano: Pier Paolo Pasolini” di Carlo di Carlo, un documento eccezionale dove è lo stesso PPP a raccontarsi attraverso le sue opere realizzate fino ad allora. La prima parte dell’evento si chiude con un il breve documentario “I funerali di Pasolini” di Ferruccio Castronuovo, conosciuto solo in parte per le parole che Alberto Moravia gli dedicò in quella occasione.
I funerali di Pasolini del ’75 hanno introdotto il dibattito che ha occupato la fase centrale dell’iniziativa. «Un documentario in parte sconosciuto che dimostra quanto l’evento fosse considerato un fatto di cronaca secondario da parte della classe politica di allora» ha affermato Vincenzo Vita prima di passare la parola alla suddetta autrice e regista Cecilia Mangini: «La violenta morte di Pasolini fu amplificata e moltiplicata proprio da quella classe politica. Ricoperto di infamie successivamente alla sua morte, oggi se ne parla in termini di “santo subito”. Forse perché dopo di lui non c’è stato più nessuno». Capire e riscoprire Pasolini non può consistere solo in una ricorrenza. Il concetto viene ribadito da Francesca Chiavacci, presidente nazionale dell’ARCI: «finite le celebrazioni prepareremo un “40+1” e analizzeremo quanto la memoria intorno alla figura di Pasolini sia stata fedele. Resta comunque la necessità di raccontarlo e spiegarlo, soprattutto alle nuove generazioni. Un aspetto su cui partire è sicuramente il suo coraggio, quello di dire la verità». Anche Silvia Tarquini, direttrice della casa editrice ArtDigiland, ha insistito sul medesimo aspetto: «per quanto riguarda le celebrazioni credo che non ne abbiano potuto fare a meno, non tanto per la mitizzazione del personaggio: in lui c’è una forza, un senso di verità che ancora oggi incide, è molto presente». È proprio sul senso della verità, dell’onestà intellettuale e del coraggio che si incentra il film documentario, nonché libro edito dalla già citata ArtDigiland, “Un intellettuale in borgata” (2013) di Enzo De Camillis. «Tutto quello che Pasolini ha raccontato in “Ragazzi di vita” in parte l’ho visto e vissuto nel quartiere Monteverde – ha spiegato il regista del film – molto forte era la sua sensibilità rispetto al mondo che lo circondava. Spero che questa ricorrenza rappresenti un punto di svolta culturale».
L’attenzione si è nuovamente spostata sul proiettore dell’Archivio Audiovisivo con la visione del lungometraggio di De Camillis. Il film documentario, che vanta anche la preziosa collaborazione di Leo Gullotta, ci racconta di un Pasolini povero, appena giunto a Roma con la madre nel gennaio del 1950 nei pressi di Pietralata: non fu lui a scegliere le borgate, ci si trovò in mezzo. Di lì a breve l’amore per la classe operaia e una letteratura impegnata presero il sopravvento. Sono proprio i personaggi delle borgate a raccontare Pasolini, ancora oggi, a quarant’anni di distanza dal suo omicidio sul litorale di Ostia. A fare da controparte l’ottusità della società italiana di allora che, inverosimilmente, poco si discosta da quella attuale e che lo stesso Pasolini intuì e anticipò con grande lungimiranza. È proprio il nostro presente a dargli ragione. «Il futuro ha il cuore antico – ha affermato Elio Matarazzo, coproduttore di “Un intellettuale in borgata”, richiamandosi a Carlo Levi – sta a noi capire dove siamo per costruirci un futuro migliore».

