Cultura

Pubblicato il 19 ottobre 2011 | da Lorenzo Anzi e Sirio Tessitore

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Non un passo indietro

Uno sguardo agli All Reds: la nascita ad Acrobax, l'iscrizione alla Federazione, la conquista del diritto di poter disputare le partite casalinghe nella struttura dell'ex-cinodromo

Era il 2 Novembre 2008 quando, per la prima volta nella storia dello sport italiano, una partita ufficiale veniva disputata  dentro uno spazio occupato. All’interno del Loa Acrobax, nell’ex-cinodromo di Roma, si giocava All reds-Fabraternum, valida per la serie C di Rugby: una partita ma anche, al di là del risultato, un traguardo storico per la squadra degli All Reds. Dopo due stagioni in serie C disputate senza potersi avvalere del proprio stadio, il campo in erba con tanto di tribune dell’ex cinodromo, la compagine dei rossi del rugby è riuscita finalmente ad ottenere una vera “casa” in cui giocare sia il campionato chela Coppa Italia.Non si tratta, tuttavia, dell’unico risultato di rilievo raggiunto in questi due anni di vita: gli All Reds, infatti, sono riusciti a diventare l’icona di una diversa concezione del praticare e seguire uno sport particolare come il rugby, pieno di luoghi comuni che giocatori e tifosi della squadra nata ad Acrobax sono fermamente intenzionati a sfatare.

Primo tra tutti, quello che inquadra il rugby come uno sport intriso di un certo machismo, dove l’abilità nel gioco sembra dover necessariamente essere proporzionale alla virilità ed all’esaltazione fascisteggiante di cui qualunque pratica può invece, secondo noi , fare tranquillamente a meno. Una visione che tende a relegare questo sport in una dimensione che sostanzialmente, e storicamente, non gli appartiene affatto. Il rugby difatti nasce e si perfeziona verso la seconda metà dell’Ottocento nei college inglesi, dove si è sviluppato anche lo spirito sportivo di rigoroso rispetto delle regole e dell’avversario necessario a far sì che , nonostante la sua natura di “sport di contatto”, il numero degli incidenti e degli infortuni tra i praticanti di rugby sia drasticamente ridotto rispetto a quanto si potrebbe pensare. Un vecchio detto del Regno Unito dice : “Il calcio è uno sport per gentiluomini praticato da bestie, il rugby è uno sport per bestie praticato da gentiluomini”. Al di là della genericità, questo chiasmo popolare rende l’idea anche dell’ambiente aristocratico in cui il rugby affonda le sue radici e si sviluppa anche culturalmente (in particolare il rugby a 15, altrimenti detto rugby union): anche qui gli All Reds rappresentano l’affermazione di un approccio decisamente differente. Praticare questo sport non è più un passatempo per aristocratici desiderosi di “sporcarsi le mani”, bensì la restituzione alle classi popolari di una disciplina all’apparenza rude, ma dotata di caratteristiche che nobilitano la fisicità, incanalandola in un contesto di regole e valori che esaltano tanto la necessità di dare il meglio di sé in una competizione sportiva quanto lo spirito di gruppo, la socialità ed il rispetto dell’avversario.

Giocare a rugby con lo stesso spirito con cui si sta al mondo, o, all’occorrenza, il viceversa. Le parole scritte sul sito della Polisportiva, che comprende anche una squadra femminile, sono indicative di questa mentalità: “A rugby si gioca con le mani e con i piedi, ma soprattutto con la testa. Lealtà e rispetto per la propria squadra e per l’avversario, e non sete di annientare il “nemico” di turno; Dignità e agonismo, e non onore e trionfo; Collettività nella difficoltà e non personalismo nella gloria; Socialità e non individualità”.

 

Decidiamo di entrare nel vivo di questo sport facendo due chiacchiere proprio con gli atleti dei Reds, e,  in un freddissimo pomeriggio dicembrino, ci affacciamo all’ Acrobax occupato per incontrare Francesco, “Orko” per i compagni, uno dei piloni della squadra. Lo troviamo indaffaratissimo a spazzare e rimettere a posto quello che i recenti temporali hanno scombinato nel centro sociale; dopo esserci presentati ci mostra una stanza che ha tutta l’aria di essere uno studio di registrazione. Rugby a parte, Orko ci racconta la sua passione per la musica: nei locali di Acrobax lui e altri ragazzi sono riusciti ad attrezzare uno spazio per provare e registrare, utilizzabile gratuitamente da tutti. L’energumeno barbuto, chiamato anche scherzosamente “la falce della morte” per il suo modo potente di placcare, ci sembra qui invece soltanto un ragazzo innamorato della musica e del suo lavoro di produttore musicale, appunto.

L’intervista è una piacevole chiacchierata che spazia tra lo sport, la musica e l’Irlanda, nazione in cui, ci spiega Francesco, la stragrande maggioranza della popolazione è iscritta in un qualche circolo di rugby. Abbiamo scelto lui per farci raccontare qualcosa di questo sport perché nel nostro immaginario di appassionati ma profani la prima linea del rugby, e la posizione del pilone appunto, rappresenta proprio quell’idea di contatto fisico e di agonismo. Ci spiega nei dettagli come questo ruolo sia colonna e motore della mischia ordinata. I piloni insieme al tallonatore formano la prima linea, il fronte di impatto che a capo chino va a cozzare direttamente contro gli avversari. E’ un ruolo particolarmente sfiancante, soprattutto nelle categorie minori dove il numero di mischie può arrivare a più di venti a partita. “Quei secondi subito precedenti l’impatto con la prima linea avversaria”, ci racconta Francesco “sei assolutamente lucido, pieno di adrenalina, guardi il pilone avversario e sai che lo scontro sarà potenza allo stato puro; una manciata di secondi per renderti conto che vuoi proprio vincere e non indietreggiare mai… Salvo poi”, si interrompe Orko, ridacchiando e ironizzando, “il giorno dopo passarlo a letto a spalmarsi voltaren su tutto il corpo!”

Entrando più a fondo nel merito del progetto All Reds, ci viene spontaneo chiedere “sport e impegno politico? Ma non sarà un binomio improbabile? E soprattutto perché proprio il rugby per fare sinistra?”. “Ve lo spiego proprio attraverso questo che è per me lo sport più bello del mondo”, comincia Orko “nel rugby c’è una regola fondamentale, la palla si passa solo indietro, quindi l’azione di gioco deve per forza rendere partecipe tutta la squadra in una manovra di avanzamento collettiva e decisa. A differenza del calcio ad esempio dove l’iniziativa individuale può portare grandi risultati, nel rugby non si vince se non si gioca di gruppo, chi è davanti e corre portando palla deve per forza girarsi spesso e controllare se gli altri lo seguono, mentre chi è indietro e vede scattare un proprio compagno si fa forza anche se è senza fiato e ricomincia a macinare metri portando il proprio supporto. E questa”, continua Orko “è la filosofia degli All Reds anche fuori dal campo, una squadra fatta di persone che non scelgono la neutralità, che sentono il bisogno di ribadire almeno tre concetti fondamentali e fondanti della società civile: antifascismo, antirazzismo e antisessismo”. Questi ragazzi sono  atleti, insomma, ma soprattutto uomini che hanno scelto il rugby per testimoniare che uno sport pulito e accessibile a tutti non è solo un’ utopia, bensì una possibilità concreta.

La conclusione di breve panoramica rugbystica ce la regala una battuta del capitano della squadra, il tallonatore Darione “Moover” Biagetti , che riportiamo perché dà l’idea del clima scherzoso e allegro imperante  negli spogliatoi dei Rossi: mentre insistiamo nel chiedere  se secondo lui ci sono dei ruoli particolarmente importanti nella squadra, se ci sono delle teste di serie, lo punzecchiamo cercando qualche punto debole, insomma vogliamo sapere come funziona il criterio di scelta dei titolari e dei panchinari “Dario, ma allora chi è il giocatore più brillante della squadra?”. Alla fine, Dario risponde “ Quello che usa Vetril, no?” 




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