Cultura

Pubblicato il 18 dicembre 2012 | da Redazione

0

Ardita solidale con i detenuti di Rebibbia

Una settimana fa la bella iniziativa all’interno della casa circondariale di via Majetti. Un “natale anticipato” per i detenuti raccontato da due giovani ragazzi della squadra di San Paolo

Un’iniziativa che non poteva passare inosservata. L’Ardita San Paolo a Rebibbia, formalmente per festeggiare il Natale dei detenuti (organizzato dall’UISP), nella sostanza per dimostrare solidarietà a coloro che sono costretti a sopravvivere in un sistema, quello carcerario, che non funziona, fatto di celle sovraffollate, di persone dimenticate a se stesse e alla loro pena da scontare, un luogo dove i diritti fondamentali non valgono per tutti. Ne è uscita fuori una lezione di vita, soprattutto per i giovani ragazzi dell’Ardita. Due di loro, Iacopo e Dario, hanno raccontato questa giornata nel carcere romano di Rebibbia,

Racconto di Iacopo Spagnoli.

<< La partita è appena finita. Una sconfitta netta, siamo stati dominati dall’avversario. Si avvicinano tutti i detenuti. Risate, pacche sulle spalle. Comincio ad intrattenere una conversazione con due ragazzi. Hanno la mia età, sono dentro da quasi 5 anni, fra pochi mesi saranno liberi. I loro sguardi sono profondi. “Che si fa il sabato sera fuori? Si sente la crisi? Dillo che noi siamo ragazzi normali, tranquilli. Non siamo mica delle bestie. Lo sai si?. Qui fa freddo, ci regali lo scaldacollo?” Mi offrono una sigaretta, facciamo un giro. Sono così contenti di parlare con qualcuno che viene da fuori. “Com’è la liberta? Lavori? Si trova lavoro? Vedi quello? Deve scontare 27 anni! Si, si. L’hai visto il centrocampista? Fine pena mai per lui”. Ascolto, parlano loro. E’ una sensazione particolare, sono emozionato. Altra sigaretta. “Il fine pena mai ci distrugge! Cazzo, meglio una condanna a 25 anni, almeno abbiamo un obiettivo, contiamo i giorni, sappiamo che usciremo prima o poi. Il fine pena mai, no! – il loro sfogo continua - E quando uscirò? Farò le stesse cose, che devo fare? Ormai sono etichettato, sono un povero Cristo, non voglio morire di fame tutta la vita, non voglio lavorare per due spicci, non voglio essere sfruttato. Rifarò le stesse cose, e rientrerò, girerò per le carceri italiane. Sarà così.”

Il suo è un ragionamento molto lucido. Non giudico, qui nessuno deve farlo. Siamo tutti uguali. Non c’è spazio per i moralisti, non c’è spazio per “ quello è un assassino, quello ruba, quello ha sparato”. Tempo e spazio si sono fermati. Siamo tutti in carcere ora. Per un momento penso come sarebbe vivere lì. Gli dico che non reggerei due giorni di fila. “Non dire cazzate Iacopo! Poi ti abitui, fidati di noi. Qui c’è molta solidarietà. Vedi quel marocchino, non aveva le scarpe, non ha nessuno, nessun colloquio, niente! Lo vestiamo noi. Lo facciamo fumare. Certo, c’è anche chi vuole stare per cazzi suoi, c’è anche chi ci controlla e riferisce alle guardie. Li abbiamo scoperti quasi tutti…”

La sensazione è quella di un carcere “aperto”, pieno di verde, con poco controllo. “Le guardie non rompono troppo i coglioni! Ci aprono alle 8, ci chiudono alle 20, stiamo tutto il giorno qui al campo, meno si fanno vedere meglio è! Però, Ià, qui è una merda. Lo sai quanti siamo in cella? Siamo dodici!. Scusa se sono diretto, ma neanche una sega posso farmi. Come le bestie. Non c’è privacy, si dorme poco, si litiga spesso, i nervi sono tesi, basta poco per fare a botte.

Il nostro tempo sta finendo. Vorrei rimanere ancora con loro. “E’ tempo buttato Iacopo, va fuori, respira, goditi ogni secondo. Ci rivediamo fuori, qui non ti voglio più rivedere. E se fosse solo per una partita? “Perfetto!” >>

Racconto di Dario Emanuele.

<< La giornata è iniziata con un avvenimento che potrebbe non sembrare rilevante ai fini della storia. Avevamo l’appuntamento a Rebibbia alle 9, quindi mi sveglio alle 7 faccio colazione arrivo alla banchina della metro Garbatella alle 8 e dopo 43 minuti di imprecazioni riesco finalmente ad entrare in una metro. Incontro Alessandro, un mio compagno di squadra, e con un ritardo semi decente riusciamo ad arrivare all’appuntamento davanti al carcere. Dopo un ora più o meno al freddo e al gelo (c’erano 0 gradi alle 8) riusciamo ad essere tutti e ci fanno entrare.

All’entrata ci spiegano un po’ com’è l’organizzazione del carcere, come è suddiviso, quante persone ci sono e ci viene detto che stiamo per entrare in uno dei “migliori” carceri d’Italia perché i reclusi hanno la possibilità di stare all’aperto, possono giocare a calciotto, tennis, bocce e fare un po’ di palestra. Dopo aver passato i controlli (divieto di introdurre cellulari e macchine fotografiche), anche un po’ finti, ci introduciamo nella casa circondariale. Aspettiamo che Zingaretti entri per fare una conferenza stampa legata all’evento che altro non è stato che una specie di festa di natale “anticipata” per i carcerati perché gli sono stati dati anche dei panettoni e cose simili. Durante tutte queste attese si è parlato del più e del meno ma abbiamo cominciato a chiederci anche come fosse la vita in carcere e su come saremmo stati accolti. Ci portano nella caserma per farci cambiare in un posto un po’ squallido, facciamo colazione, per alcuni offerta gentilmente ed inconsapevolmente dalle forze dell’ordine, e siamo pronti ad entrare nella parte del carcere dove ci sono i detenuti. Veniamo accolti da frasi del tipo “che facce c’avete… sembrate voi i detenuti”. In realtà non erano volti impauriti o quant’altro ma eravamo morti di freddo e in un qualche modo, questa frase detta quando noi eravamo ancora dall’altra parte del cancello, era un modo per rompere il ghiaccio e per farci capire che da lì a poco saremmo stati travolti da una comicità e da un senso dell’ironia molto particolare. Entriamo e all’inizio non abbiamo un vero contatto, ci stringiamo solo la mano con alcuni giocatori per poi iniziare subito il riscaldamento. Alcuni ragazzi di colore mi chiedono da quale carcere veniamo, io rispondo che noi non siamo carcerati e loro mi dicono: “ma come siete liberi?” Questo mi lascia non po’ interdetto, mi potrei definire in mille modi ma l’ultima cosa che mi sarebbe venuta in mente prima di ieri sarebbe stata libero. Il campo era un piccolo tappeto d’erba di quelli vecchi, adagiato su cemento e terra, duro come una pietra, inadatto ai nostri scarpini da calcio. Nelle zone in ombra era completamente ghiacciato. Tutto intorno al campo, erano presenti almeno duecento detenuti che ci guardavano, prendevano in giro i detenuti che giocavano e insultavano il nostro portiere. Dopo qualche minuto di riscaldamento Zingaretti batte il calcio di inizio e cominciamo a giocare.

La partita ve la racconto proprio in breve, questi correvano come matti, noi non stavamo in piedi e abbiamo giocato malissimo, ogni tiro che hanno fatto è entrato in porta. In tutto questo mentre giocavi continuavi a sentire urlare “ah pippe… non li dovete fa vince perché so’ carcerati… il portiere è un citofono!, ma che siete venuti a fa!” un tale, chiamato da tutti Garbatella e vestito con la tuta della Roma, accennava cori da stadio. È finita 6 a 1. Loro avevano un paio di ragazzi davvero bravi e il loro portiere ha fatto due ottimi interventi. L’arbitro, che era un ergastolano, mi ha annullato un gol dicendo che l’avevo presa di mano, la metà di pubblico dalla parte di dove attaccavamo ha iniziato ha urlare “arbitro venduto”, l’altra metà ha iniziato ad insultarmi dicendo: “e poi semo noi i ladri, ah merda… proprio qua voi venì a rubbà, non c hai capito un c…”, tutto in un clima di festa, molto gioioso. Finita la partita abbiamo avuto il nostro primo vero contatto con i detenuti. A gruppetti di due tre si iniziano ad avvicinare con domande semplici del tipo “chi siete, da dove venite, ma ce sta ancora quel bar a San Lorenzo?” Abbiamo fatto discorsi semplici, quasi banali, ma alcuni mentre parlavano continuavano a ripeterci voi liberi, voi liberi. Nei loro volti si vedeva che la nostra presenza era una boccata di ossigeno puro, per loro noi non eravamo dei ragazzi che erano li per giocare a calcio, eravamo uomini liberi che potevano essere dove volevano in giro per Roma o per il mondo e che invece avevano deciso di essere li con loro. D’un tratto ho pensato “ma che mi bestemmio io che ho aspettato la metro 40 minuti quando qui c’è gente che aspetta tutta la vita chiuso in una gabbia”. È stata un’esperienza molto particolare, con uomini che ti parlavano e ascoltavano con tanta gioia e malinconia, gente come altre milioni di persone a Roma, con le quali parli al bar, alla fermata del bus, allo stadio, che avevano tanta voglia di raccontarti cose delle più disparate, dal perché erano stati incarcerati, di come stavano le famiglie fuori, di come era la vita in carcere.

Due cose mi hanno colpito in particolare: un uomo, un tipico romano di quelli grossi, un po’ veraci ma con la faccia buona, che domanda a Marco: “ma te quanti anni hai?” Marco gli risponde che è dell’89. E questo che fino a un secondo prima stava a ridere e scherzare, abbassa lo sguardo e dice: “c’hai gli stessi anni miei di carcere”. Non ho idea di cosa abbia fatto quest’uomo ma vi rendete conto che significa passare quella che è la nostra età in un carcere. In 23 anni quante cose uno può fare, senti la gente che si lamenta delle cose più assurde e ci sono persone che passano la loro intera esistenza in un carcere. A guardarlo, un uomo sereno, tranquillo, non voglio dire rassegnato, ma una persona che non è impazzita a stare 23 anni rinchiuso, un uomo per il quale parlare con noi di come era diventata San Lorenzo è stato un evento cosi eccezionale che probabilmente rimarrà nella sua testa per parecchio tempo. La seconda cosa è che tutti i detenuti erano contenti di stare a Rebibbia, di gran lunga il miglior carcere in cui arano stati (alcuni avevano cambiato 12 carceri in 13 anni). A questo punto mi chiedo: se Rebibbia è bello ma che merda sono gli altri carceri? Ci spiegano che Rebibbia è una specie di carcere autogestito nel senso che loro devono passare 12 ore in cella e 12 ore possono fare quello che vogliono, come andare a giocare a calcio, a girare per i corridoi o andare a scuola

Dopo che anche l’altra squadra ha beccato 6 gol, entriamo dentro il carcere per un rinfresco. Nel carcere fa più freddo che fuori, si capisce perché alcuni ragazzi napoletani sono venuti a chiederci se gli regalavamo gli zuccotti perché fa troppo freddo la notte per dormire. Anche dentro, in cui ci vengono offerti dei pasticcini cucinati da altri detenuti, continuano a prenderci in giro e c’è sempre un area di malinconica festa. È stata un’esperienza molto particolare, una esperienza che rifarei molto volentieri, un’esperienza per la quale sono felice di far parte dell’Ardita San Paolo. >>


Autore



Back to Top ↑