Cultura

Pubblicato il 5 febbraio 2016 | da Irene Salvi

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“Al sole come i gatti”, disegni d’amore per una città

Un’intervista a Marta Baroni, illustratrice e fumettista romana, in occasione della presentazione del suo ultimo libro al C.S.O.A. La Strada

Marta è minuta e ha gli occhi grandi, come i personaggi delle sue storie. Nata nel 1989 a Garbatella, cresciuta tra i lotti e le loro leggende, oggi vive a Bologna; quando le chiedi se Roma le manca risponde «Leggi il libro, lo capirai».

È tornata a casa per presentare al Csoa la Strada, dove passava da bambina andando con la nonna al mercato (“Cammina, a nonna, che lì ci stanno i drogati”) il suo Al sole come i gatti, edito da Bao publishing nella collana Le città viste dall’alto12592559_462391613966363_2111399242400112921_n (1)

Nel botta e risposta con ZeroCalcare, in apertura della serata benefit Police on my back, ha parlato di progetti passati e futuri, della sua etichetta di autoproduzioni indipendenti Tentacoli – attiva dal 2011 – e dell’ultima edizione del Festival del fumetto di Angoulême, conclusa fra le polemiche per la totale assenza di nomi femminili nelle liste dei premiati (“Siamo tante e siamo brave, va riconosciuto ma non ci servono le quote rosa” taglia corto lei).

Il libro restituisce, attraverso gli occhi curiosi della protagonista/autrice, una Roma sognante eppure nitidamente riconoscibile – dai portici dell’Esquilino alle strade di Centocelle – immersa in un continuo tramonto rosato: chi legge ha l’impressione di osservarla a volte dall’alto dei tetti, altre dalla prospettiva diagonale di angoli nascosti e scaldati dal sole. Come i gatti, appunto.

 

Marta, Roma è una città decisamente sovra-rappresentata, da sempre stretta fra celebrazioni idilliache e attacchi indiscriminati (riassunti, in questi tempi, nella facile retorica decoro vs. degrado); perciò raccontarla resta una sfida, qualunque mezzo si scelga. Da dove sei partita?

«Dalla voglia di costruire un racconto corale su Roma, partendo da uno spunto autobiografico – una ragazza che sale su un treno e incontra un ragazzo, con cui inizia a parlare della città che si sta lasciando alle spalle – per indagare il senso di appartenenza e la paura del distacco. Per lei, come per me, da ragazzina Roma finiva a Garbatella: crescendo lo sguardo si allarga e la città diventa sempre più grande, un po’ come se crescesse insieme a lei. Io trovo fondamentale la memoria dei luoghi e degli oggetti, sono sempre stata una collezionista compulsiva; forse per questo mi riesce facile raccontare l’adolescenza, il tempo in cui sembra che tutto sia immutabile e debba durare per sempre» (“Sembra che tutta l’adolescenza che mi è piovuta addosso sia rimasta ferma lì, eterna, pure lei, come la città”, confessa in un passaggio del libro).

«Tornando alla rappresentazione, mi è stato chiesto se non mi sia posta problemi nell’inserire anche ciò che viene comunemente considerato “brutto”, come le strade sporche o le scritte sui muri. Ma io disegno Roma così com’è, ed è così che la amo: sappiamo tutti che la città de “La grande bellezza” non esiste da nessuna parte».

Da due anni vivi a Bologna. Cos’è cambiato nella tua vita e nel tuo lavoro di fumettista?

«Molto. All’inizio sentivo fortissima la differenza nel contatto con le persone, io ero abituata al panettiere sotto casa che mi accoglieva urlando “Ah bella!” e questo a Bologna decisamente non si usa… ora, sembra banale ma più di tutto mi manca l’imprevedibilità, la vita a Roma è una sorpresa continua. Per quanto riguarda il lavoro, invece, direi che la scena romana è più underground e meno organizzata. Non cambierei per niente al mondo un festival come Crack al Forte Prenestino o il circuito delle autoproduzioni; ma dove sto adesso, facendo questo mestiere si ha la sensazione di essere presi più sul serio».

E allora, Roma ti manca o no?

«Certo, ma non mi sento mai davvero lontana. Perché alla fine è una questione di radici, di appartenenza: se hai chiaro da dove vieni, poi ti senti libera di andare ovunque».

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