Cultura caso chilelli banda della magliana

Pubblicato il 28 dicembre 2016 | da Matteo Picconi

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Mala e malapolizia, il caso Chilelli

Un caso di malapolizia negli anni della banda della Magliana: connivenze e affari tra un “piccolo” sottoufficiale del commissariato Colombo e “grandi” boss come Colafigli e Abbatino

Rileggere la storia della banda della Magliana attraverso gli atti giudiziari, le testimonianze e gli interrogatori, offre numerosi spunti per capire il fenomeno della criminalità organizzata romana in quei travagliati anni ’70 e ’80. Soprattutto è possibile scorgere delle “micro-storie” che più di altre spiegano meglio il controllo sul territorio dei personaggi più in vista della famosa “holding criminale” della Capitale. Un potere che si legittimò “dall’alto” tramite collegamenti con Cosa Nostra, NCO, P2, Servizi Segreti, ambienti politici…, ma anche “dal basso”, con il coinvolgimento di poliziotti, impiegati dello Stato, oltre a comuni lavoratori occupati in settori strategici. Un caso poco conosciuto riguardò anche il commissariato Colombo: falso in atto pubblico, furto, detenzione e vendita illegale di armi,… sono alcune delle imputazioni che emergono dagli atti dei due grandi processi alla banda, basati sulle dichiarazioni dei pentiti Claudio Sicilia e Maurizio Abbatino. Vicende che ruotano intorno a un nome in particolare, il sovrintendente Walter Italo Chilelli, il quale, insieme ad altri colleghi, divenne punto di riferimento dei c.d. boss di zona, tra cui i fratelli Colafigli, Sicilia e Sestili.

I fatti riguardanti il sottufficiale nativo di Amantea si inquadrano tra il 1979 e il 1983. Come si legge nella ordinanza del giudice Otello Lupacchini, il Chilelli figura come “uomo di fiducia” dei Colafigli, in particolare di Alberto, fratello maggiore del più noto “Marcellone”. Quello che non emerge è quando e in che modalità fosse nata questa collaborazione tra il poliziotto e i ras di San Paolo. Il primo fatto che lo lega alla banda della Magliana è del 16 agosto 1979, in occasione della spedizione punitiva all’idroscalo di Ostia «contro lo spacciatore Giovanni Piarulli, il quale ha avuto un alterco con Marcello Colafigli e l’ha schiaffeggiato» (Gianni Flamini in “La banda della Magliana”, Kaos edizioni, 1994). Nella già citata ordinanza del ’94 viene riportato un interrogatorio (21 ottobre 1986) del deceduto Claudio Sicilia in cui si focalizza il ruolo del Chilelli sul tentato omicidio di Piarulli: «In merito a questo episodio ricordo che Chilelli riuscì a procurare i verbali di interrogatorio dal commissariato di Ostia resi dai Piarulli. Detti verbali mi vennero mostrati personalmente da Marcello Colafigli (…) il giorno successivo o qualche giorno dopo il Colafigli, temendo che le persone ferite avessero parlato, chiese al Chilelli di procurargli se possibile i verbali di interrogatorio del Piarulli e dei suoi familiari». L’aver fornito un rapporto giudiziario, redatto da altri funzionari (di un altro commissariato), già denota un significativo “coinvolgimento” del poliziotto negli affari della banda. Ed è solo il primo esempio.

Chilelli M12 Ministero sanità 1981Nel novembre dello stesso 1979 l’allora sottoufficiale avrebbe partecipato (come risulta dagli atti) a un vero e proprio “colpaccio” per l’epoca, un furto in concorso con una decina di persone (tra cui Manlio Vitale, Massimo Barbieri e Angelo Angelotti) che «si impossessavano, a fine di profitto, di un ingente quantitativo di pellicce, per un valore superiore a 1.000.000.000 di lire, che sottraevano all’interno di un deposito-laboratorio di pellicceria di Rosi Antonio» (capo 160 ord. Lupacchini). La mandrakata da un miliardo rappresenta un caso a parte, per così dire esterno alle funzioni del Chilelli. Non si può dire lo stesso per i tre capi d’accusa riguardanti il 1981, un anno particolare anche per la banda della Magliana in quanto fu scoperto (25 novembre) l’arsenale nascosto negli scantinati del Ministero della Sanità di via Liszt, all’EUR. Tra le armi rinvenute fece scalpore la presenza di una Beretta M12, pistola mitragliatrice in dotazione alle forze dell’ordine. Quella M12 non era il bottino di nessuna rapina, tanto meno di una “regolare” compravendita: Chilelli «abusando della sua qualità di sottufficiale di P.S. presso il comm.to Cristoforo Colombo, illegalmente deteneva, portava in luogo pubblico e cedeva a Colafigli Marcello una machine-pistola Beretta M12 calibro 9 – arma da guerra» (capo 158 //). Il capo d’accusa successivo (159) specifica la “provenienza” dell’arma: «…per avere sottratto, al fine di trarne profitto, all’Amministrazione Militare la Machine-Pistole M12…». Il furto dell’M12 da parte del Chilelli, avvenuto proprio presso il deposito armi del commissariato Colombo, trovò riscontro pochi anni dopo nelle dichiarazioni del Sicilia: «…in particolare vidi un mitra M12 che precedentemente il Chilelli del comm.to Cristoforo Colombo aveva venduto a Marcello Colafigli per lire 5.000.000; ero stato presente personalmente alla consegna dell’arma che era avvenuta tra le 23,00 e le 24,00 in Via Chiabrera». La “compravendita” avvenuta presso il noto bar De Angelis di San Paolo non restò un fatto isolato.

Nel libro “Mai ci fu pietà” (Castelvecchi 2009) Angela Camuso traccia un profilo molto “forte” del Chilelli: «Ispettore dal curriculum pieno di encomi e riconoscimenti al valore (…) lo conoscevano bene, i banditi, quel Chilelli. Era un ambizioso, uno spericolato (…) si era fatto comprare una macchina dai banditi, faceva shopping a spese loro in un negozio di scarpe e ritirava costosissimi cesti natalizi, da diverse centinaia di migliaia di lire, in un bar “convenzionato” sulla Laurentina». Oltre al profilo “personale” la Camuso si sofferma sul rapporto tra Chilelli e il “vesuviano”: «Il brigadiere intratteneva, pericolosamente, anche un rapporto a doppio filo con Claudio Sicilia, il quale all’epoca, molto prima di “pentirsi”, si prestava a fare l’informatore. Sicilia, qualche volta, era andato a casa di Chilelli, sulla Tiburtina: gli aveva “soffiato” particolari riservati sul traffico di droga, informazioni che si erano tradotte in brillanti operazioni di polizia. “Sei una sporca spia!” rinfaccerà al bandito il brigadiere, quando si troverà travolto, senza rimedio, dalle inchieste giudiziarie».

caso chilelli omicidio maglioloNelle indagini riguardanti il ritrovamento dell’arsenale di via Liszt emerse che molte armi avevano la medesima provenienza, l’armeria “La Pizzarda” di via Baldo degli Ubaldi. Ancora una volta viene tirato in ballo il “brigadiere ambizioso e spericolato” che il 23 marzo ’81 acquistò in detta armeria, a suo nome, una pistola “Browning”. L’arma, in realtà, non venne mai ritrovata ma è ancora il Sicilia, nell’interrogatorio del 20 ottobre ’86, a fornire utili informazioni: «Buona parte delle armi che vennero portate al Ministero della Sanità, e buona parte delle armi successive (…), sono state acquistate dall’Abbatino Maurizio per il tramite di una persona che lavorava in una armeria di Via Baldo degli Ubaldi. (…) Questa persona che so amica di Abbatino, è quella che ha venduto con regolare atto al m.llo Walter Chilelli una Browning semiautomatica bifilare a 14 colpi per Lit. 700.000 circa. Detta arma venne immediatamente ceduta dal Chilelli all’Abbatino Maurizio nel retrobottega di un bar ubicato al 122 di Via Chiabrera, gestito da tale Ubaldo De Angelis. Ero presente alla consegna dell’arma. L’Abbatino ricordo diede al Chilelli 1.300.000 oltre alle 700.000 già consegnate» (ord. Lupacchini). Sempre il bar di via Chiabrera e un altro affare d’oro con il “crispino”. Per citare ancora la Camuso, in sede processuale il poliziotto giustificò l’acquisto mediante una versione “stravagante”: «davanti ai giudici Chilelli proverà ad arrampicarsi sugli specchi: dirà che aveva comprato l’arma per fare un favore a suo fratello, ammalato di cancro, e che la pistola era sparita, il fratello poi era morto e non gliel’aveva mai ridata». Come specifica il capo d’accusa n° 161, il sottufficiale, tra il giugno e il novembre del 1981, «illegalmente deteneva, portava in luogo pubblico e cedeva a Toscano Edoardo una pistola a rotazione calibro 32». Seppure smentite successivamente in sede processuale, le indagini portarono a sviluppi e ipotesi molto delicate: il 24 novembre 1981 fu lo stesso tipo di pistola ad eliminare Giuseppe Magliolo, detto “il killer”, uomo di fiducia di Nicolino Selis, ucciso pochi mesi prima nella sua Acilia. Tra gli esecutori materiali fu riconosciuto proprio Toscano. In mancanza di prove rimarranno solo ipotesi.

Chilelli non era certo l’unica “mela marcia” della polizia. Nella suddetta ordinanza del 1994 risultano coinvolti altri colleghi del medesimo commissariato per reati simili commessi nello stesso periodo. È il caso dei due pubblici ufficiali Guglielmo Salvi e Nicola De Angelis, i quali ricevevano da Marcello Colafigli «somme di denaro, ammontanti a centinaia di migliaia di lire per volta, ed altre utilità, affinché gli rendessero illecite informazioni e vari altri “servigi” contrari ai loro doveri di ufficio» (capo 70 per M. Colafigli). Stesso tipo di imputazione (soldi, informazioni, armi) per gli agenti Giuseppe Patruno e Michienzi, entrambi in stretto contatto con Alberto Colafigli e lo stesso Sicilia. L’episodio della Browning però non fu l’ultimo reato del sottufficiale calabrese che nel 1983 incorse nel falso in atto pubblico per rilasciare un passaporto a Gianfranco Sestili. Molti dei capi di imputazione cadranno per insufficienza di prove o per l’amnistia del 1986. Dal 13 agosto 1994, data in cui viene rinviato a giudizio insieme ad altri 100 imputati, Chilelli sparisce dalle cronache. Ma la sua vicenda, indipendentemente dagli sviluppi processuali successivi, è uno spaccato significativo del grande capitolo riguardante la banda della Magliana,  una storia da “romanzo criminale”, una storia, quindi, da raccontare.

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