Venti anni fa l’omicidio del “vesuviano”
L’agguato di via Mantegna: l’eliminazione di un “collaboratore” screditato da tutti, dalla giustizia e da una holding criminale senza più capi ne regole
Era il 18 novembre di venti anni fa quando quattro colpi di pistola sconvolsero la tranquilla via Mantegna, tra i quartieri di Tor Marancia e Montagnola. Vittima dell’agguato uno dei boss “decaduti” della famigerata banda della Magliana: Claudio Sicilia, detto il “vesuviano”.
Nato nel 1949 a Giugliano, in provincia di Napoli, Sicilia giunse nella capitale verso la fine degli anni ’70. Imparentato con i clan camorristici dei Maisto e degli Iacolare, dovette assumere subito una certa importanza agli occhi della emergente banda romana, soprattutto per essere anche il pupillo di un altro boss della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, conosciuto durante un precedente periodo di detenzione. Così Claudio Sicilia, un ragazzo di trent’anni dalla faccia pulita e dalle amicizie importanti, entrò a pieno titolo negli affari della Banda della Magliana. A dimostrarlo fu il suo libero accesso, già nel 1979, all’insospettabile nascondiglio di armi situato negli scantinati del Ministero della Sanità di via Liszt. Accessibilità, si saprà successivamente, riservata a pochi elementi della banda e terroristi neri.
Forse perché legato a “Marcellone” Colafigli, la sua base operativa divenne la zona di San Paolo, precisamente il bar di via Chiabrera, importante base di smercio degli stupefacenti controllati da questa holding criminale. Fu proprio nella zona controllata da Marcello Colafigli che Sicilia iniziò a ritagliarsi un ruolo importante nella mala e fare un po’ a “modo suo” quando il ras di San Paolo venne arrestato in seguito all’agguato contro i pesciaroli in via di Donna Olimpia, dove perse la vita Maurizio Proietti, ritenuto responsabile per la morte di Franco Giuseppucci avvenuta nel settembre del 1980.
Il “vesuviano” non fu mai considerato un vero e proprio boss, né dagli inquirenti né dagli stessi membri della banda. Ma dalle dichiarazioni di Maurizio Abbatino si evince che il Sicilia, nonostante non fosse uomo di pistole, era una pedina fondamentale non solo nel traffico degli stupefacenti ma soprattutto nel sostituirsi ad altri esponenti del clan che dovevano affrontare lunghi periodi di detenzione. Così dovette avvenire nel 1983 quando il primo grande pentito, Fulvio Lucioli, decise di collaborare con la giustizia. La decapitazione sommaria della banda però non colpì Claudio Sicilia che da gregario si ritrovò nel delicato ruolo di boss. Delicato in quanto iniziarono in quel periodo le rivalità intestine tra i gruppi della Magliana, guidata da Edoardo Toscano, e i testaccini di “Renatino” De Pedis. Il doppio gioco messo in atto da Claudio Sicilia tra i due rami della banda, i suoi ormai compromettenti legami con altri esponenti della camorra in contrasto con la mafia siciliana e le sue “confidenze” ai funzionari di polizia sempre più pressanti, lo portarono a temere per la sua vita e della sua compagna Claudiana. Nel marzo del 1986 un uomo gli spara per la strada accusandolo di essere un infame. Sicilia sfuggì all’agguato ma la sua situazione si fece sempre più complessa. Arrestato per una questione di armi, decise di collaborare definitivamente con la giustizia. Il “vesuviano” diventa un fiume in piena che non risparmia nessuno. Le ordinanze di cattura che ne seguirono ammontarono inizialmente a una settantina: due settimane dopo furono quasi tutte revocate e il testimone Claudio Sicilia venne considerato inattendibile. Una sentenza di morte per lui: aveva “cantato” senza essere creduto.
Tornato in libertà rimase un confidente senza alcuna protezione e per un certo periodo riprese anche i suoi affari. Ma sapeva di avere le ore contate. Nel 1991 era stato chiamato in causa come testimone nel processo riguardante la strage sul treno Rapido 904. Molto probabile che una sua testimonianza non avrebbe creato fastidi alla sola banda della Magliana, giunta ormai al tramonto.
18 novembre 1991, ore 20,30. La dinamica è sempre la stessa: con una moto di grossa cilindrata, due uomini intercettano Claudio Sicilia lungo via Mantegna. Il passeggero scende e la vittima, consapevole del pericolo, cerca riparo in un negozio di scarpe dove però non troverà scampo. Fu la conferma che il testimone “inattendibile”, l’infame, aveva detto la verità.

