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Pubblicato il 14 marzo 2016 | da Fabio Ferrari

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Rachel Corrie, nel segno della pace in Palestina

Il 16 marzo a Largo delle Sette Chiese, h 18, iniziativa in ricordo della giovane attivista uccisa da un bulldozer israeliano

Era il 16 marzo del 2003 quando una ruspa israeliana mise fine alla giovane vita di Rachel Corrie. La ventitreenne, attivista statunitense dell’International Solidarity Movement, stava tentando di evitare la demolizione dell’abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza.

Nel 2000, la visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, luogo sacro per musulmani ed ebrei situato nella Città Vecchia, aveva scatenato un’ondata di proteste e violenze che sarebbero durate quasi cinque anni.

Una stagione passata alla storia come Seconda Intifada, che provocò oltre 5000 morti tra Cisgiordania e Gaza. Alla morte di Rachel seguirà dopo pochi mesi la fine di Yasser Arafat, storico leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Costretto dall’esercito israeliano al confino nella sua residenza di Ramallah dal dicembre del 2001, Arafat morirà per una misteriosa malattia del sangue a Parigi, dove gli fu consentito di recarsi solo nel novembre 2014.

Le conseguenze della seconda intifada vedranno poi in Israele il successo elettorale dell’estrema destra e la recrudescenza della repressione nei confronti dei palestinesi. A Gaza, l’ascesa inarrestabile di Hamas a discapito delle altre formazioni.

L’arroganza delle autorità isrealiane nella vicenda legata alla morte di Rache Corrie è inquietante. Dopo un giudizio lungo 7 anni, nel 2012 la Corte di Haifa ha respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata dai genitori della giovane nei confronti dello Stato d’Israele. Secondo il giudice si sarebbe trattato di un incidente, la cui colpa ricadrebbe sulla vittima, rea di non tenersi a distanza di sicurezze mentre il conducente del bulldozer non la vedeva. Nonostante Rachel nei momenti precedenti la sua morte si stesse opponendo con il proprio corpo all’avanzata del bulldozer, il giudice ha sollevato da ogni resposnabilità il militare che conduceva il mezzo – e quindi lo Stato d’Israele – in quanto impegnato in un combattimento.

Come ben riportato dall’agenzia Nena News, i tribunali israeliani, pur di non riconoscere alcun merito all’azione dei tanti attivisti che, come Rachel hanno tentato con azioni pacifiche di opporsi alla repressione contro i palestinesi, utilizzano “l’eccezione delle attività di combattimento” con estrema disinvoltura. Nel febbraio 2015, la Corte Suprema ha rigettato l’istanza di appello presentata dalla famiglia Corrie, sostenendo che l’esercito israeliano non può essere ritenuto responsabile per azioni avvenute in una zona di guerra. Come era Rafah all’epoca, secondo Tel Aviv.

In ricordo del generoso sacrificio di Rachel Corrie, mercoledì 16 marzo, ore 18, gli attivisti del Csoa La Strada rinnoveranno, durante un momento pubblico, il ricordo della giovane presso la Largo delle Sette Chiese, nei pressi della targa a lei dedicata. A seguire, nei locali del centro sociale verrà proiettato  il documentario sulla Palestina We Want To Live.

Qui il dettaglio del programma.

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