Dispacci DiBaTotti

Pubblicato il 5 gennaio 2016 | da Matteo Picconi

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DiBa Totti, due capitani, una stessa passione

Presentato ieri alla Garbatella il libro “DiBa Totti, nati ultrà” del giornalista Mauro De Cesare

Agostino Di Bartolomei e Francesco Totti, due personaggi molto diversi ma allo stesso tempo due icone di una stessa passione, Roma e la Roma. “DiBa Totti, nati ultrà” (Goal Book Edizioni) è l’ultimo libro del giornalista sportivo Mauro De Cesare, che è stato presentato ieri all’osteria Il Ristoro degli Angeli, in via Orlando, nel cuore della Garbatella.

Accostare i capitani degli ultimi due scudetti giallorossi potrebbe sembrare una forzatura. Lo stesso filo conduttore “nati ultrà” sembra quasi fuorviante, inappropriato. Eppure sta proprio in questo il messaggio lanciato dal libro di De Cesare: essere capitani “andando oltre”, per amore della maglia e per i colori della propria città. In questo Di Bartolomei e Totti non sono secondi a nessuno.

DiBa 2Tanti ospiti, tra cui noti giornalisti ed ex calciatori, hanno partecipato alla presentazione di ieri sera. Sul filo dei ricordi ha aperto l’incontro Luigi Ferrajolo, attuale presidente dell’USSI (Unione Stampa Sportiva Italiana): «Ho conosciuto Agostino giovanissimo, quando militava nella primavera. Le nostre chiacchierate avvenivano spesso al mercato di Tor Marancia, dove lui abitava, di fronte al banco del pesce di cui era cliente. Una volta mi portò nel campo di calcio dove aveva iniziato, un campo di terra battuta, il Nistri, della società Omi. Ci sedemmo su una panchina e mi raccontò tutta la sua vita. Una volta mi bussò a casa per portarmi la sua maglia, gesto poco consueto già allora per un giocatore di Serie A…».

Ferrajolo ha chiuso il suo intervento con una “critica” all’autore in merito al concetto di ultrà, a suo avviso sinonimo ormai di tifo organizzato, spesso incline ad altre realtà e quindi difficilmente attribuibile ai due capitani giallorossi. «Per spiegare il concetto di ultrà – ha risposto Mauro De Cesare – parto da due prospettive: da un lato sentimentale, un po’ poetico e romantico, cioè quello dell’attaccamento alle proprie radici, che Di Bartolomei e Totti rappresentano in pieno e che poco hanno in comune con le degenerazioni di una piccola parte del tifo organizzato; da un lato sportivo, perché chi sceglie di vincere un solo scudetto, anziché vincere tutto altrove, fa un gesto d’amore veramente ultrà, che appunto va oltre i comuni obiettivi di un calciatore. È questo il messaggio che lascio in questo libro».

DiBa TottiLa parola è passata poi ad un ex calciatore e compagno di squadra di Di Bartolomei, Roberto Scarnecchia, che vestì la maglia giallorossa a cavallo degli anni ’70 e ’80: «Agostino è stato il compagno di squadra con cui ho giocato di più nella mia carriera di calciatore, anche quando approdai nel Milan. Sembrava molto introverso ma capace di gesti “ultrà”, che appunto andavano oltre. Ricordo come per lui, noto ex calciatore, il non riuscire a rientrare nel mondo del calcio fosse una cosa drammatica e difficile da digerire. Eppure era uno tutto d’un pezzo, un vero capitano, parlava sempre per tutti, a modo suo era un gran motivatore, di poche parole, proprio come il nostro allenatore Liedholm. Lui e il Barone erano molto simili. C’è un episodio che lo riguarda e che spiega molto il personaggio di Agostino. Lui era un collezionista di orologi. Un giorno a tavola gliene mostrai uno, era un RADO, me lo aveva regalato mio padre. Scherzosamente gli chiesi di rompermelo e lui prese una forchetta e la sbatté sul mio orologio. Il RADO si ruppe davvero e Agostino ci rimase male, non l’aveva fatto apposta. Mi chiese l’orologio e me lo riportò col vetro aggiustato pochi giorni dopo. Era di una sensibilità e di un’intelligenza ben al di sopra di molti calciatori. Io stesso, che già devo ritenermi fortunato di aver militato in serie A, ero molto diverso, mi davo pure delle arie perché frequentavo l’università. Lui non lo ha mai fatto».

«Ho conosciuto solo la parte finale della vita di Di Bartolomei, ancora adesso fa pensare la sua disperazione e il dispiacere di non aver avuto una seconda chance nel calcio – ha raccontato Guido D’Ubaldo, giornalista del Corriere dello Sport – Mi è rimasto impresso il racconto di Giorgio Rossi (massaggiatore dell’AS Roma dal 1972 al 2012 NDR) su uno dei tanti ritiri di squadra in cui la sera, prima di dormire, lui passava per le camere dei giocatori. Chi chiedeva un tè, chi altro. Agostino non chiedeva mai nulla. E nel racconto di Rossi emerge sempre quella pistola sul comodino. È strano pensare a un uomo che DiBa Tottiha tutto, e niente da temere, e che si porta dietro quella pistola (…). Credo che ci siano molti punti in comune tra Di Bartolomei e Totti, primo fra tutti il senso di appartenenza. Anche per Francesco vale il concetto di “ultrà” utilizzato nel libro, anche lui molte volte si è esposto, ha parlato per tutti, contro il potere del Palazzo (…). Pur non avendo lo spessore intellettuale di Ago, entrambi condividono lo spessore umano, non solo quindi in veste di calciatori».

A chiudere la rassegna degli interventi è stato un altro ex compagno di squadra di Di Bartolomei, nonché protagonista di primo piano nel secondo scudetto giallorosso del 1983, Odoacre Chierico. Tradito dall’emozione, “Dodo” ha provato a ricordare il suo capitano: «L’emozione, nel parlare di Ago, è sempre forte. Tra i miei privilegi, tra cui quello di aver giocato e addirittura vinto con la maglia della mia città e di cui sono tifoso, c’è quello di aver giocato con lui. Anch’io ho fatto molta fatica a rientrare nel mondo del calcio, ci sono voluti anni (…). Lui era un esempio, un po’ come un genitore, di quelli che parlano poco. Il suo affetto lo manifestava con i buffetti, le bottarelle, spesso mi faceva pure male ma era questo il suo modo di darti attenzione. Ci ha sempre messo la faccia, da vero capitano».

Poco prima del brindisi finale la parola è passata alla gestrice dell’osteria, Elisabetta Girolami: «Vorrei condividere con gli ospiti il calore intorno alla passione di questa squadra e di questa città. Nel giugno del 2001 stavo male, ero triste, per questioni personali. Un giorno uscii di casa in lacrime e fui invasa da un mare di folla in festa. La Garbatella, come tutta la città, stava festeggiando lo scudetto. C’erano delle persone che piangevano, come me, anche se le loro erano lacrime di gioia. Un signore mi vede, si avvicina e mi fa: “bella de papà” e mi abbraccia. Bè, mi sentii rinfrancata, fu quell’abbraccio, quel calore che solo una città come Roma, e un quartiere come la Garbatella, è in grado di dare».

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