Intervista a Ricci/Forte: il futuro della scena è nelle loro mani
Dal 25 aprile saranno in scena al teatro Palladium con Grimmless e Macadamia Nut Brittle. A tu per tu con il teatro di ricerca italiano.
Dopo aver visto uno spettacolo di Ricci/Forte non si è più gli stessi. Non in senso catartico e caratteriale, ma per quel tipo di riflessione che ogni grande emozione innesca nel cuore e nella mente di chi sa guardare. Stefano Ricci e Gianni Forte, sono due giovani artisti che insieme al loro ensemble composto da 19 performer, stanno progressivamente percuotendo il panorama teatrale e culturale italiano. Un risveglio necessario visti i successi riportati in giro per il nostro paese e in Europa. Il Palladium alla Garbatella li ospiterà dal 25 al 29 aprile (palladium.it) con l’ultima produzione Grimmless e con Macadamia Nut Brittle del 2009. Abbiamo avuto la fortuna di parlare con Stefano Ricci, che nell’intervista che seguente racconta come nascono i loro spettacoli, cosa significa fare teatro e come vedono il futuro dello spettacolo dal vivo nel nostro paese.
Domanda – Le vostre produzione, tra cui Grimmless e Macadamia Nut Brittle, attraverso un immaginario contemporaneo ed un linguaggio antinaturalistico raccontano scenari della società odierna. Attraverso questa indagine c’è la necessità di trasmettere un messaggio al pubblico?
Risposta – Sia Grimmless che Macadamia Nut Brittle sono due gradini di un percorso che da qualche anno affrontiamo con il nostro ensemble. Non c’è un tentativo di critica verso la società dei consumi e la società contemporanea, piuttosto un analisi sul terreno in cui ci muoviamo. Ciò che viene posto sotto la lente dell’indagine sono tutte quelle derive che trasformano l’etica di una persona cresciuta in una società come la nostra. Non c’è un intento pedagogico, non ci sono messaggi se non nello sforzo fatto da me e Gianni, insieme al nostro ensemble nella voglia di trovare, attraverso la pratica scenica, delle soluzioni ad un presente che ci costringe a continui spostamenti e aggiustamenti di mira per adeguarsi ai continui modelli che ci vengono imposti. Direi che si tratta più di una disamina del presente, piuttosto che di una critica oggettiva. È un’indagine alimentata da uno sguardo poetico e visionario.
D- Grimmless ha come oggetto d’indagine la fiaba. Come mai avete deciso di usare l’impianto narrativo fiabesco come culla di questo ultimo lavoro?
R- Ci ha spinto la necessità di comprendere da dove nascesse la causa di molti dei mali dell’uomo ed è proprio nell’infanzia che si sedimenta una sorta di mistificazione. È una mistificazione del reale costruita attraverso le fiabe, perché le aspettative che sono alla loro base ci lasciano credere che crescendo si possa ritrovare quell’attitudine al prodigioso che la fiaba ci lascia credere. Abbiamo cercato attraverso il mondo dei fratelli Grimm, che è un mondo più autentico e brutale di quello delle fiabe edulcorate delle Disney, la crudeltà della vita di tutti i giorni. Ogni personaggio della fiaba attraversa una piccola morte che può essere l’arrivo del lupo cattivo, il passaggio nel bosco, piccole morti che raccontano un passaggio, una metamorfosi che è poi l’arrivo alla vita adulta. Grimmless, già dal titolo è un manifesto di assenza della fiaba, raccontiamo proprio la privazione dell’incantamento fiabesco del nostro tempo.
D- Le fiabe, anche quelle più crudeli, hanno comunque un happy end. Grimmless contempla una via di fuga?
R- L’happy end c’è nell’opposizione pervicace ad un reale che tende a schiacciare e massificare. In Grimmless la sensazione di perdersi nel bosco in una sorta di stato pre comatoso è sviscerata dai cinque performer in scena. Attraverso l’uso di un telecomando realizzano il loro magico e personale mondo di fiabe. Sono loro che creano la scena, che determinano la partenza delle musiche, l’interruzione delle emozioni. Comprendiamo che siamo noi stessi, illusi da una società che ci impone di credere ad una realtà che non è reale e dall’altra ci siamo noi che ci accomodiamo come dei paziente in coma riscaldati da una luce solo apparentemente accogliente.
4 Nella vostra metodologia di lavoro il performer ha un ruolo fondamentale, ma la vostra formazione poggia anche su salde basi drammaturgiche. Che ruolo ha la scrittura nei vostri lavori?
A volte sulle nostre produzioni c’è il fraintendimento che noi si lavori soltanto sul teatro immagine quando invece c’è un lavoro drammaturgico assolutamente centrale. L’unione del testo con l’immagine mescolati e fusi insieme con l’energia del performer fanno sì che ogni volta si produca una lava che dà risultati inaspettati sul pubblico. C’è un uso differente della scrittura. Dove non arriva la parola giunge lo spasmo del corpo del performativo. La parola ha lo stesso ruolo del corpo, come questo della coreografia e della scenografia.
D- Senza voler smascherare i vostri segreti, avete un serbatoio da cui attingere e dal quale stimolate la vostra creatività?
R- Credo di usare gli stessi bacini di utenza che usano tutti: la nostra esistenza, la vita di tutti i giorni, ciò che ci succede, chi incontriamo, i nostri performer, ciò che sogniamo tutto quello che riguarda la nostra capacità di guardare, è come guardiamo a fare la differenza. La possibilità di mettere in scena il proprio sguardo personale arricchito da elementi che incontriamo per strada e poterlo raccontare in modo personale, sempre legati verso un’etica e un rispetto della pratica teatrale e del performer in scena perché è lui, e l’infinità di variabili che il suo corpo produce, il centro di tutto. Sono loro il potere irradiante della nostra fantasia.
6 Da diversi anni siete diventati un punto di riferimento nel panorama del teatro di ricerca italiano. Che rapporto avete con il pubblico che segue i vostri spettacoli?
Abbiamo instaurato, anche a causa dell’impianto emozionale dei nostri lavori, un intenso rapporto con il pubblico. è un pubblico che ci dimostra il suo affetto aspettandoci fuori il teatro per parlare delle loro impressioni sullo spettacolo appena visto o entrando in contatto con noi attraverso facebook o il sito della compagnia. In tal modo riusciamo a percepire il polso di un gruppo eterogeneo che attraverso un confronto, per noi fondamentale, ci fa capire che i nostri spettacoli sono a rilascio graduale nel senso che non finisco nel momento in cui si esce dalla sala ma restano dentro e ramificano sensazioni e punti di domanda che sviluppano quella volontà di continuare a vedere una messa in scena. In proposito ci sono spettatori che macinano chilometri per vedere più volte lo stesso spettacolo sapendo che ogni volta avrà un effetto diverso su di loro. Nonostante ci sia un impianto molto rigoroso, ogni spettacolo è sempre differente poiché è nella percezione che il performer ha del pubblico, e viceversa che si sposta l’asse e cambia il flusso che unisce la platea col palcoscenico.
D- Pensi che la tipologia dei vostri spettacoli sia indirizzata ad un pubblico tendenzialmente giovane?
R- No, non credo. è vero che c’è una cordata pop in cui le nuove generazioni possono ritrovarsi perché posseggono la bussola giusta, ma le stratificazioni di ogni lavoro sono così approfondite e investono l’uomo di per sé indipendentemente dal contesto e dai perimetri che può conoscere, lo investono a livello emotivo e profondo, così da coinvolgere direttamente tutte le fasce. Abbiamo avuto la fortuna anche di entrare in teatri stabili, frequentati sopratutto da abbonati con pubblico adulto e è proprio questo pubblico che ci stupisce nello scoprire quanta volontà ci sia anche da parte loro di ritrovare una fonte energetica a teatro, di scoprire che il teatro non è solo intrattenimento, non soltanto una bella storia da raccontare ma un evento da vivere. È teatro anche quello che fa sobbalzare, un teatro che serve non soltanto a riflettere, non è un teatro concettuale e né un teatro di costumi e scenografie, è un teatro che si interroga e che interroga lo spettatore stesso indipendentemente dalle fasce generazionali e in questo senso che il nostro paese ha ancora molti passi da fare.
D- La cultura ha un ruolo importante nel welfare di ogni Stato, eppure spesso è stata colpita da forti tagli economici. Come siete riusciti a sopravvivere? Pensate che la qualità di un prodotto venga sempre ripagata?
R- è impossibile ignorare le difficoltà oggettive di continuare a lavorare nella cultura. Abbiamo come tutti difficoltà a portare avanti un lavoro che richiede uno sforzo economico. Per esempio il nostro ultimo progetto Imitationofdeath che debutterà a ottobre a Roma durante RomaEuropa festival, richiede l’utilizzo in scena di 16 performer e di conseguenza un grande sforzo economico che è stato difficilissimo rintracciare. C’è voluto l’aiuto di diverse entità teatrali, di strutture che ci hanno permesso nell’unione la possibilità di realizzare qualcosa. Ed è questo appoggio, la stima da parte di alcune strutture che nonostante i tagli ci permettono di portate avanti il nostro lavoro. I nostri spettacoli sono stati distribuiti anche all’estero e questo è un sinonimo di qualità perché all’estero c’è un rispetto verso la creazione intellettuale che è del tutto assente qui in Italia. Sicuramente anche nel nostro paese abbiamo una buona distribuzione, ma non credo che sia indicativa la qualità. Questo perché c’è ancora una divisione in feudi che impedisce di capire quale sia la qualità, ma si basa quasi esclusivamente, proprio a causa della condizione economica disastrosa, sui rientri al botteghino e soprattutto nei teatri più grandi la richiesta è quella di riuscire ad ottenere un buon esito al botteghino. Per questo l’affetto del pubblico rimane sempre il nostro ossigeno.

