Cultura

Pubblicato il 7 maggio 2011 | da Matteo Picconi

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Il “filo rosso” della nostra storia

Presentato lo scorso 4 maggio “Cuori rossi”, un’opera fuori dagli schemi che racconta le storie di tutti coloro che diedero la vita per le loro idee

06-05-2011

 

Dall’Italia del secondo dopoguerra fino alle aggressioni fasciste dei giorni nostri: è questo l’immenso quadro in cui si muove Cristiano Armati, autore di “Cuori rossi”, presentato due giorni fa presso il circolo Che Guevara di via Fontanellato.

 

Ad affiancare Armati il segretario del circolo di Rifondazione Comunista Luca Fontana che ha aperto il dibattito evidenziando innanzitutto l’importanza di un lavoro come Cuori rossi, non solo per la sua valenza storica ma per il tentativo, in questo caso ben riuscito, di amalgamare e di trovare quel “filo rosso” che accomuni le storie delle lotte di tanti personaggi, vissuti in periodi e contesti completamente diversi.

“Un libro necessario e soprattutto attuale – ha precisato Fontana – che sembra voler riprendere quell’importante strumento di lotta tanto caro al lontano PC di una volta, quello della cultura.”

Il segretario ha poi concluso il suo intervento proponendo una tematica intorno al concetto di violenza e di come questa sia cambiata in rapporto ai movimenti politici attuali, almeno in quelli di sinistra: “bisogna chiedersi se l’eredità degli anni di piombo abbia generato un contraccolpo nei confronti della violenza – ha concluso Fontana – per certi versi sembra che abbiamo disimparato tutto nei confronti di questa, intesa come strumento di lotta.”

 

La parola poi è passata all’autore che ha motivato subito l’origine del suo libro: “certamente questo lavoro nasce dalle mie passioni ma soprattutto ha cominciato a prender forma mentre stavo scrivendo Roma Criminale. Molto indicative furono per me le scritte sui muri di tutta la città e una mi colpì in particolare: quella su un muro di San Basilio riguardante Fabrizio Ceruso, ucciso dalla polizia nel 1974.”

Armati, nel suo intervento, è passato a spiegare il processo di formazione del suo libro: “iniziai ad intrecciare nomi e fatti, a fare instancabili ricerche e mi resi conto di quanto gli storici si fossero poco dedicati ai personaggi e alle loro vite. Quante volte abbiamo letto alla fine di una trattazione storica o di un articolo di giornale: sono morti tot o feriti tot…come un semplice dato statistico? Ebbene, nel mio libro ho voluto privilegiare non la storia ma le storie, le vite, le passioni e soprattutto le idee di quelle persone.”

Il giovane autore (classe 1974) ha poi ripreso la tematica lanciata da Fontana riguardo il rapporto con la violenza: “importanti e rivelatori furono i fatti di Genova del 1960, con le ripercussioni e gli scontri diffusi in tutta Italia dopo la provocazione del governo Tambroni. I partigiani scesero in piazza armati e non si verificarono stragi, se non un poliziotto deceduto a Roma. Discorso capovolto se si pensa ai fatti di Genova del 2001: nei dialoghi della polizia si parlava di “nemico”, sembrava veramente di leggere i bollettini di guerra. Non furono da meno alcuni esponenti del movimento No Global ma le differenze le dimostrarono i fatti.”

In base al rapporto con la violenza Armati ha esposto una distinzione di fondo tra il concetto di ribelle e quello di rivoluzionario: “il primo può anche limitarsi ad esser un Robin Hood, il secondo sfrutta l’azione violenta in base a un programma. Quando sei organizzato, come i partigiani nel 1960, il risultato si vede.”

Il ragionamento sulla violenza si allarga e si attualizza: “la violenza politica è tuttora presente ed è la cosa più censurata che c’è: Aldrovandi, Renato Biagetti, Dax, le “risse tra balordi o tra punk” e le assurde dichiarazioni dei politici, con la loro tendenza a celare ogni evidente matrice politica di questa violenza diffusa. In genere – conclude Armati – le cose censurate recano un danno maggiore alla nostra società, gli scheletri prima o poi cascano dall’armadio.”

 

Verso le battute conclusive della presentazione, molte sono state le domande rivolte all’autore da un pubblico interessato e numeroso. Tra queste, una sulle differenze tra “Cuori rossi” e “Cuori neri”, il libro di Luca Telese, uscito due anni prima del libro di Armati. “Il libro di Telese risulta essere più venduto di Cuori Rossi ma molto meno amato dai militanti della destra. Cuori neri infatti si concentra in un determinato periodo storico, gli anni di piombo, e su determinati personaggi, trascurandone moltissimi altri che scelsero la lotta armata nella destra eversiva. Cuori rossi, al contrario, abbraccia un periodo molto più ampio, quasi settanta anni di repubblica italiana, e con grande sforzo obiettivo racconta le storie di innumerevoli personaggi, mettendo a nudo anche dati che potrebbero considerarsi scomodi, facilmente adombrabili. Una prospettiva decisamente diversa da quella di Cuori neri.”

Una prospettiva indovinata, che sicuramente rende maggiore giustizia a quei tanti, troppi cuori rossi, che hanno “pagato con la vita il prezzo delle proprie idee.”

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