Sport “a ostacoli”, anche per i privati
Troppe società e impianti sportivi in difficoltà nel nostro Municipio
Praticare lo sport in Italia non è facile. Se è da considerare utopistico cercare strutture pubbliche a costo zero, ormai anche fare affidamento sulle strutture private “sotto casa” si è tramutato in un problema. I nostri quartieri non sono esenti da queste problematiche che variano per natura ma hanno lo stesso identico effetto: allontanano i cittadini dallo sport.
La panoramica non può che aprirsi con il caso più “eclatante”: l’impianto della Polisportiva Città Futura, sito in via dell’Arcadia. Gestito dal 1981, il campo di pozzolana, adiacente all’ex Fiera di Roma, ha visto giocare migliaia di giovani del quartiere per almeno un ventennio. Poi le prime opere di riqualificazione e la felice affermazione delle giovanili di pallacanestro. Costituitasi società sportiva nel 2007, la polisportiva compie il “grande passo” nel 2009: l’avvio dei lavori per la costruzione di una piscina di 34×21 mt, in vista dei mondiali di nuoto di Roma. Ma nel settembre dello stesso anno il cantiere viene posto sotto sequestro e la società travolta ingiustamente nel calderone giudiziario dello scandalo dei mondiali, dal quale ne uscirà assolta in Cassazione solo due anni dopo. Superati gli ostacoli di natura legale, permangono quelli di natura economica e così in via dell’Arcadia i lavori sono ancora fermi.
Problemi di diversa natura sono sorti recentemente dall’altra parte della C. Colombo. Nel mirino, la storica Polisportiva G. Castello, dal 1967 esempio di autogestione e di grande presenza sul territorio, non solo nel Municipio XI. Ma anche la più grande polisportiva autogestita del Lazio non è salva dalle insidie dei nostri giorni e proprio nelle ultime settimane si è vista ingiustificatamente esclusa dal bando indetto dal Comune di Roma riguardo l’assegnazione delle palestre CONI di via Sannio, da 38 anni gestite proprio dal G.Castello. Una decisione che fa discutere e che, di tutta risposta, merita solo il ricorso al TAR.
Ma non sono solo le difficoltà economiche e amministrative a costituire gli ostacoli tra sport e territorio. Vi sono casi in cui è proprio nello stesso “mare”, fatto di pesci grandi e pesci piccoli, che possono sorgere dei contrasti. È il caso, ormai decennale, del campo OMI di Tor Marancia, della grande Wellness Town e della piccola Tormarancio M.C, squadra di prima categoria, molto seguita dagli abitanti del quartiere, esclusa dal campo che storicamente gli appartiene, lo stesso del grande Agostino di Bartolomei (in suo nome è sorto un comitato). “L’anno domini” è il 2002, data in cui all’incirca le due realtà vengono a galla. Dal nulla sorge la Wellness Town, “la città dello sport e del benessere”, un grande impianto tirato su dall’imprenditore Mario Casali, con tanto di piscina, palestre, campo di calcio e quant’altro ma soprattutto con le porte chiuse alla squadra di quartiere, alla quale viene quindi preclusa la possibilità di affittare il campo di via Giangiacomo. Il Tormarancio, ad un passo dal grande salto in Promozione, non potrebbe continuare a giocare nel campo di via Costantino, a San Paolo, in quanto non omologato, caratteristiche invece possedute dall’OMI. Una vicenda che aspetta solo il lieto fine, almeno sembra lecito augurarselo. Questo perché lo sport non dovrebbe mai essere fine a se stesso, esso dovrebbe costruire sempre qualcosa intorno a se, partecipazione, aggregazione sociale, entusiasmo collettivo. Elementi importanti, ma purtroppo “fuori mercato” o che acquisiscono un “punteggio” troppo basso nelle graduatorie.

