Cultura Ago Di Bartolomei

Pubblicato il 30 maggio 2016 | da Matteo Picconi

0

Ago, un amore mai finito

La parabola del grande capitano giallorosso Agostino Di Bartolomei, “l’antieroe” del mondo del calcio

 Un colpo al cuore e un’eredità pesante. Per ogni romano resterà per sempre un ricordo indelebile la tristezza che avvolse la Capitale in quel lunedì mattina di ventidue anni fa, quando giunse la tragica notizia della morte di Agostino Di Bartolomei. E forse qualcuno imparò la lezione perché la vita di Ago, il più grande capitano giallorosso di sempre, in questo consiste: una lezione di vita e un’eredità che pesa, tanto sul cuore di quelli che lo avevano amato, quanto su quelli che non lo avevano capito.

manuale calcio Ago“Il Calcio è semplicità”. Con queste parole Di Bartolomei apre il suo “Manuale del calcio”, curato dal figlio Luca e pubblicato dalla Fandango nel 2012. Semplicità. Per Agostino una virtù imprescindibile anche fuori dal rettangolo di gioco. La stessa semplicità, genuinità, attraverso la quale è cresciuto e si è formato in quei lontani anni ’60, tra case popolari e campi di pozzolana. Era il 1958, Roma si trasformava e molte delle vecchie borgate lasciarono il posto al cemento incontrollato dei palazzinari. Il piccolo Ago aveva solo tre anni quando la sua famiglia si trasferì a Tor Marancia, nuovo quartiere sorto sulle ceneri della vecchia Shangai, una baraccopoli spontanea nata sotto il fascismo e ormai scomparsa. Costituita principalmente da lotti popolari e distese di verde sopravvissute all’avanzata edilizia, Tor Marancia, fatta eccezione di un campo di calcio, l’OMI, sito proprio davanti casa Di Bartolomei, non offre grandi luoghi d’aggregazione. Ciò spinse un giovanissimo Agostino ad attraversare, negli anni successivi, la Cristoforo Colombo per recarsi alla parrocchia del S.Filippo Neri, alla Garbatella. Sorta nel 1924 sulla antica via delle Sette Chiese, la “Chiesoletta” divenne per Agostino un punto di riferimento, di crescita personale e, soprattutto, calcistica. Saranno proprio gli interminabili tornei organizzati da Padre Guido, storico parroco della Garbatella, a forgiare il campione degli anni a seguire. Agostino era diverso da tutti gli altri ragazzini di borgata, non solo perché aveva il tiro più forte di tutti. Il piccolo Ago è un bambino molto serio, promettente a scuola, introverso, tanto timido quanto orgoglioso. Un “ragazzo nato vecchio” diranno in molti. Mentre il Lante jr, squadretta di quartiere, si aggiudicava grazie a lui i tornei della Chiesoletta, il piccolo Ago sognava di fare il medico. Sembra quasi di vederlo con il camice bianco e lo sguardo serio e rassicurante, mentre legge la diagnosi ad un paziente. Agostino voleva studiare. Qualità rare per un ragazzino che in età adolescenziale si trovò nel mirino dei talent scout a caccia di nuove promesse. Aveva solo tredici anni quando, di concerto con il padre, Di Bartolomei rinunciò alle proposte degli osservatori di Milan e Lazio, incantati dal giovane regista ormai arruolato nell’OMI, il campo di Tor Marancia. Papà Franco, romanista dai tempi di campo Testaccio, così motivò il secondo rifiuto, quello alla società biancoceleste: «perché era la Lazio e perché era troppo piccolo» (“L’ultima partita” di Bianconi-Salerno, Ed. Limina). Chissà, forse sognava ancora di fare il medico. Pochi mesi dopo però, la semplice vita di Ago giunse ad un bivio troppo difficile da ignorare: Camillo Anastasi, segretario del settore giovanile della Roma, già a conoscenza delle potenzialità del ragazzo, propose a papà Franco un provino per il figlio al campo delle Tre Fontane. Questa volta era diverso, era la Roma. Ma anche in quel frangente padre e figlio valutarono con criterio l’opportunità, in fin dei conti il calcio era solo divertimento. Per poco però: Herrera non si fece sfuggire quel ragazzo talentuoso che nel 1969 entrò a far parte del vivaio giallorosso.

22 aprile 1973. Agostino, fiore all’occhiello del vivaio giallorosso, debuttò in prima squadra a San Siro contro l’Inter di Mazzola. In panchina c’è mister Trebiciani, suo allenatore nella primavera dei miracoli, subentrato ad un Herrera deludente. La prima maglia di Agostino fu la numero 11, a lasciargli il posto un indisponibile Ciccio Cordova, l’allora capitano e fantasista giallorosso. Nessuno allora avrebbe mai immaginato il futuro dualismo, mediatico e personale tra i due. Agostino era una persona semplice, troppo. Dietro quell’atteggiamento da primo della classe si nascondeva un ragazzo timido e serio. Una maturità che strideva con un ambiente come quello del calcio, fatto di ragazzi viziati dagli stipendi troppo alti e da una fama ingannevole. Agostino leggeva, amava informarsi e, quando superò la maturità al liceo Pordenone alla Garbatella, decise di iscriversi all’università. Scelse Scienze Politiche, abbandonò l’idea di studiare Medicina perché ormai la sua vita era quella di un calciatore professionista. Ago andrà avanti con la fama dell’antipatico per molto tempo; lui stesso ammise di non aver coltivato mai grandi amicizie nel mondo del calcio. Eppure ci fu un personaggio capace di costruire con Agostino un rapporto di amicizia e questi giunse nella Capitale nel novembre del ’73: Nils Liedholm.  Ago anni 70Il “Barone” vide subito in Di Bartolomei un capitano e un uomo vero, nonostante le numerose polemiche che ruotavano intorno al ragazzo di Tor Marancia. Infatti il dualismo con Cordova, l’accusa di essere troppo lento e di giocare con troppa superficialità pose un ancora giovane Agostino nel mirino di giornalisti e, soprattutto, tifosi. Seguirono fatti spiacevoli, minacce e un paio di aggressioni. In molti collegarono quei fatti alla scelta di Agostino di girare armato di pistola con il suo immancabile borsello. Quei fatti segnarono i suoi primi anni alla Roma e oscurarono perfino la sua prima grande gioia quando all’Olimpico siglò il suo primo gol in giallorosso contro il Bologna di Bulgarelli. Sarà proprio il Barone, un anno più tardi, ad autorizzare il prestito di Di Bartolomei al Lanerossi Vicenza nell’estate del ’75. Stessi progetti per Bruno Conti, destinazione Genova. E sarà proprio quel Lanerossi ad eliminare la Roma in coppa Italia nel settembre del 1975 con tanto di scintille tra Cordova e Agostino. Un episodio che nove anni dopo si sarebbe ripetuto con altri personaggi e con una portata drammatica che nessuno avrebbe potuto immaginare. Dopo la parentesi vicentina Agostino ritornò nella Capitale, prese in mano la sua Roma ed entrò nel cuore dei tifosi giallorossi. Come tutte le belle favole Di Bartolomei visse gli anni più belli della sua vita, prese in consegna la fascia da capitano da Santarini e vide crescere la sua “Rometta” in una squadra molto competitiva. Conobbe anche Marisa, la donna della sua vita. Con il ritorno del Barone nel 1979 Agostino e la sua città ricominciarono a sognare.

Anni ’80, Di Bartolomei è già una bandiera giallorossa. Le polemiche e le minacce sembrano un lontano ricordo. Nell’estate dell’82 nasceva suo figlio Luca mentre in TV la Nazionale di Bearzot batteva l’Argentina di Maradona. Agostino è sempre Agostino. È stato chiamato il “capitano silenzioso”, “dagli occhi tristi”, dipinto sempre con un’aura malinconica e distaccata. Forse era così o forse no. Ma il sorriso, un sorriso di Agostino Di Bartolomei lo hanno visto in pochi. Come se quell’espressione gli fosse d’impaccio su un volto, il suo, duro come una maschera di cuoio. Ago Di Bartolomei83Eppure a distanza di anni quella breve e caotica intervista di Giampiero Galeazzi al capitano campione d’Italia è forse l’emblema della sua vita: tutti urlano, bevono, Bruno Conti fa le boccacce alla telecamera e lui, romano e romanista, cerca di non scomporsi e di proseguire l’intervista. Poi però qualcosa si intravide, era un sorriso. E dietro quel sorriso non c’era solo la soddisfazione di un professionista, c’era la realizzazione di un sogno che nessuno, in quello spogliatoio, inseguiva più di lui. Era certamente una Roma di campioni quella del 1982/83 ma fu sempre Agostino a prendersela sulle spalle nei momenti di maggiore difficoltà. Come accadde in occasione della trasferta a Pisa, dopo il brutto scivolone in casa con la Juventus: “tranquilli, a Pisa vinciamo e segno io”. Queste le parole del capitano ricordate da Ernesto Alicicco, storico medico sportivo della Roma, nel bellissimo film documentario “11 metri” di Francesco del Grosso. Sfrontato? Presuntuoso? Borioso? No. La sua era una presa di responsabilità, da vero capitano. Sul suo “Manuale del Calcio” non fa altro che ribadire che si vince insieme, mentre da soli non si va da nessuna parte. La sua intelligenza calcistica, infatti, non la dimostrava con la giocata fine a se stessa, ma la metteva al servizio dei compagni. E poi la botta, quel tiro di collo pieno che sembrava spostare le porte e che infiammava il cuore di sessantamila persone. Vincere uno scudetto a Roma non è cosa semplice. E quel tricolore lo vinsero Di Bartolomei e Liedholm, entrambi con il cuore, entrambi con l’intelligenza. Una coppia insolita, Ago e il Barone, che condividevano interessi anche fuori dal campo, come l’arte e la letteratura. Chissà cosa pensarono, il maestro e l’apostolo, un anno dopo, alla vigilia di quella finale di Coppa dei Campioni del 30 maggio 1984? Roma aveva già toccato il cielo con un dito, in palio questa volta c’era l’infinito. Fu proprio quella maledetta attesa a far tremare le gambe dei campionissimi giallorossi ma non di Agostino, l’unico, insieme a Ubaldo Righetti, a non fallire dal dischetto alla lotteria dei rigori. Roma pianse per ore, per giorni, ancora adesso è una ferita che brucia, anche per chi non c’era. Ma la notte maledetta dell’Olimpico segnò per sempre la vita di Di Bartolomei. Non importa se sia stato per un litigio con il “divino” Falcao, per dissidi con la società o per l’imminente arrivo del CT svedese Eriksson sulla panchina giallorossa. Quel che importa è che Agostino, con Liedholm in partenza, si trovò solo, con le spalle al muro. E capisce, Agostino. Capisce che gli anni più belli della sua vita da calciatore sono finiti. Ma lui non è solo un campione, lui è un capitano e sa che all’Olimpico c’è ancora una coppa da alzare, la Coppa Italia. E sarà sempre lui a spronare i suoi compagni a vincere quella finale contro il Verona, per i propri tifosi, per quelli come lui. Agostino quella coppa l’alzerà ma quel sorriso, che solo i colori della sua Roma potevano far scaturire, non lo vide nessuno. E fu un addio, un addio mai dichiarato.

ciao AgoUn capitolo chiuso amaramente. Per uno come Agostino una vita lontana da Roma e dalla Roma non ha molto senso. Quello che lasciò nella sua città in quell’estate del 1984 è racchiuso in quello striscione che i suoi tifosi esposero in Curva Sud proprio in quella finale di Coppa Italia: “Ti hanno tolto la Roma ma non la tua Curva”. C’era qualcosa di magico in quelle parole ma il destino si rivelò funesto, anche nel suo addio la malasorte lasciò il segno qualche mese più tardi. Ago si trovò di fronte a una scelta. All’improvviso era è un giocatore come tanti, un campione come tanti. Poteva scegliersi una vita comune e galleggiare sugli allori che il mondo del calcio gli offriva. Ma lui, un uomo che non lascia mai nulla al caso, per cui ogni cosa deve avere un senso, non è come tutti gli altri. Alzò il telefono, chiamò il Barone e andò a risollevare le sorti di un Milan decaduto da diversi anni. Furono i mesi della rivalsa, come calciatore e come uomo. Ma tutto precipitò un’altra volta il 14 ottobre 1984. A San Siro si giocava Milan-Roma. La maglia numero 10 giallorossa, quella che era stata di Agostino, la indossava un giovanissimo Giuseppe Giannini. Agostino è freddo, l’emozione non lo tradì neanche un po’ e, anzi, segnò il gol del vantaggio rossonero. Ed esultò, fu un’esultanza di rabbia. L’emozione in realtà lo aveva tradito ma in pochi capiscono: sembrò uno sfregio, i tifosi non l’accettarono. Nel girone di ritorno fu ancora peggio, dalle parole si passò alle mani. Non mancheranno giudizi negativi da parte dei suoi ex compagni, come se non ci fosse stato un passato tra loro. Chissà che non fosse proprio così? Alla fine a rimetterci fu proprio lui, Agostino. Incontrerà la sua Roma altre volte ma quei 180 minuti peseranno molto sul suo futuro. Dopo tre anni in rossonero saluta tutti e ringrazia. Alle porte c’è un altro “rivoluzionario” del calcio, Arrigo Sacchi, e Agostino, (come tre anni prima a Roma) prima ancora di sentirselo dire, fa le valige. Orgoglio e dignità, nel calcio certe cose le comprendono in pochi. Di Bartolomei prima trascorse l’ultimo anno in serie A, a Cesena, dove porterà anche la fascia di capitano, per poi approdare nella Salernitana, nella terra di sua moglie Marisa, nativa di Castellabate, dove ha intenzione di concludere la sua carriera. È la serie C1. Il campione scende negli inferi di sua volontà, per far felice sua moglie e una città che sogna la B e, forse, anche per ricominciare da capo. Si, da capo. Agostino ha dei progetti, ha già cominciato a scrivere un libro, un manuale del calcio, appunto. E vuole insegnarlo. Prima però decise di indossare la maglia granata della Salernitana e di regalare un sogno, un altro più piccolo sogno, ai tifosi del Cilento. Ci riuscirà due anni dopo a suon di gol nonostante qualcuno abbia provato a metterlo in panchina anche lì, in serie C1. Il 3 giugno 1990 a Salerno, il giro di campo per festeggiare la promozione in B è tutto per lui. Agostino Di Bartolomei lascia il calcio, vuole tornare a buoni livelli come allenatore o dirigente sportivo. Ma in realtà fu un addio, anche quella volta.

L’ultimo capitolo della vita di Di Bartolomei è una storia che, drammaticamente, fa giustizia, che mette a tacere tutto e tutti. A far da cornice agli ultimi anni di Agostino la bellezza del Sud, del Cilento, il mare di San Marco a Castellabate. Una bellezza effimera e ingannevole che nasconde tutte le insidie e i problemi che caratterizzano questa terra. Un po’ come il calcio. E proprio come in quest’ultimo, per realizzare un progetto, non basta l’intelligenza, la serietà o le buone intenzioni, no. Devi conoscere, farti apprezzare e saperti vendere anche un po’. Agostino, al contrario di molti, voleva partire dal basso, creando un centro sportivo e sociale in un territorio in cui l’educazione allo sport era, e forse lo è tuttora, del tutto assente. Frenato dalla burocrazia e dai politici locali, questo sogno verrà portato avanti e realizzato da sua moglie Marisa negli anni successivi la sua scomparsa. Ago, da calciatore, fu spesso additato come l’uomo dalle amicizie importanti, per la sua vicinanza alle alte sfere ecclesiastiche e politiche. Basti ricordare la visita, da lui organizzata, di papa Woytila al Milan di Berlusconi. Immagini che stridono con l’ultimo Agostino, ignorato da tutto e tutti, improvvisamente considerato scomodo e non adatto ad un mondo che era sempre stato il suo. Già questo aspetto fa giustizia di una persona che non fu mai opportunista, anzi. Troppo orgoglio, troppa dignità, nel calcio sono cattive consigliere. E così, mentre molti ex calciatori, macchiati da vecchie accuse di calcioscommesse e di doping sfrenato, diventavano allenatori o dirigenti, Agostino continuò ad essere ignorato, escluso. Non chiese aiuto, non andò ad elemosinare un posto che gli spettava di diritto, mentre tanti colleghi, molti suoi ex compagni di squadra, entrarono a pieno titolo nelle file della nuova Roma ereditata dalla famiglia Sensi. Ago scriveva lettere, dispensava consigli e non chiedeva niente. E nessuno capì. Come tanti anni prima, tra i banchi di scuola o nelle giovanili, non fu compreso e fu lasciato solo. Ago-Di-Bartolomei-2Certo quello che poi accadde può sembrare troppo, forse però c’è tutto Agostino in quel gesto. Sempre nella biografia di Bianconi e Salerno si leggono le dichiarazioni di alcuni ex compagni: “un gesto folle” “gesto disperato” “un gesto troppo stupido per una persona così intelligente”. Forse è più giusto chiamarlo un “gesto d’amore”. Forse sarebbe stato più facile non amare, ammettere quindi che la vita è una strunzata detta con le parole del regista Sorrentino nel film “l’Uomo in Più”. Per Ago però, uomo vero, serio, semplice, questo non è stato possibile.

 

 

 

Tags: , , , , ,




Back to Top ↑