Chiudono i centri sociali?
Il commissariamento di Roma rischia di essere un tragico epilogo per molte realtà autogestite della capitale. I movimenti propongono una moratoria giubilare a tutela degli spazi sociali
Le minacce di sgombero che hanno raggiunto molti tra centri sociali e realtà associative romane a fine gennaio rischiano di provocare un terremoto nel tessuto connettivo di quella parte di città che vive di autogestione.
Il meccanismo si è messo in moto con la delibera 140, approvata dalla giunta Marino lo scorso maggio, che avrebbe come obiettivo il riordino del patrimonio immobiliare del comune, mettendo a bando l’assegnazione degli immobili pubblici le cui concessioni sono scadute.
Dopo gli scandali di Mafia Capitale e “affittopoli”, è evidente che il caos creato dai clan partitici delle ultime amministrazioni deve trovare rimedio. Roma ha bisogno che vengano spazzate via le clientele parassitarie e la questione morale è indissolubilmente legata ad una proficua gestione del patrimonio pubblico come bene comune, veramente a disposizione di tutti.
Ma la delibera 140 sembra confondere buoni e cattivi. Se l’obiettivo dichiarato, infatti, è colpire quei soggetti che in questi anni hanno utilizzato il patrimonio comunale per loro interessi economici privando la città di importanti risorse, fino ad ora le operazioni sono state indirizzate solo verso le realtà autogestite che provano a garantire la vivibilità sociale e culturale in molti quartieri.
Sferzata dalla crisi economica e sociale, la città è soggetta a profonde trasformazioni. È storia nota che la gentrificazione, intesa come processo per il quale un quartiere solitamente di estrazione popolare diventa attraente per la classe media, che a poco a poco se ne appropria a discapito dei suoi abitanti originali costretti a trasferirsi in periferia, ha colpito il centro storico e le zone adiacenti da ormai quasi vent’anni.
La fame di “ricapitalizzazione” degli spazi urbani ora lambisce molte altre strutture del patrimonio del Comune, ubicate anche in zone di interesse non turistico. Ex dogane ferroviarie, distretti industriali novecenteschi, caserme abbandonate, mercati comunali, capannoni, ex mercati generali. Grossi investitori hanno acceso un faro su questi edifici perduti nelle molteplici crisi del capitalismo, ora destinati a essere dati in concessione tramite bando o svenduti dal Comune, magari sull’onda del clamore mediatico dell’ennesimo scandalo giudiziario.
Il movimento romano, che dentro questi spazi ha tentato di restituire alla città cultura, socialità e aggregazione, alla delibera 140 sta reagendo con allarme. Perdere gli spazi significa cessare di esistere. Dopo una partecipata assemblea tenutasi ad Esc, alla quale sono intervenuti anche esponenti del Movimento 5 Stelle, si è deciso di lanciare una campagna che chieda una moratoria giubilare per gli spazi sociali. Nessuno sgombero, cancellazione dei debiti e nuovi strumenti legali per la tutela delle realtà autogestite.
È difficile prevedere se il commissario Tronca, nei pochi mesi che lo separano dalla fine del suo mandato, procederà o meno allo sgombero dei luoghi che hanno ricevuto la famosa “letterina”.
Tuttavia, la fase politica cittadina è in un momento cruciale. A meno di futuri colpi di scena, con Marino a Roma sembra finita l’epoca del centrosinistra il quale, checché ne dicano le componenti più refrattarie a partiti e istituzioni, è stato strumento utile alle esigenze “difensive” (tutela degli spazi sociali e occupazioni abitative) di un movimento romano che è stato, nell’ultimo quinquennio, più che mai disgregato.
La campagna per la moratoria giubilare, per essere efficace, dovrà invece contare sull’effettiva unità delle varie strutture in essa impegnate, una costante partecipazione che vada ben oltre il solito gruppo di attivisti e una sponda istituzionale. Tale ultima – ma non meno importante – caratteristica rischia di venire meno se alle prossime elezioni amministrative la contesa finale sarà tra il Pd renziano e il Movimento 5 Stelle, le cui posizioni in merito sono praticamente sconosciute. Mentre per quanto riguarda Sinistra Italiana, non si sa se continuerà ad esistere da qui alla prossima estate.
I centri sociali affrontano, nella nuova fase, una vera e propria lotta per la sopravvivenza, che deve essere occasione per una loro trasformazione. È necessario un ricambio generazionale delle leadership all’interno degli spazi sociali, maggior apertura e radicamento nei territori e la produzione di una linea unitaria costitutiva di un progetto politico di respiro (almeno) cittadino.
La fallimentare campagna elettorale del 2013 con Repubblica Romana, ultima esperienza che ha tentato un coinvolgimento di parti di movimento sulla scena istituzionale cittadina, ha prodotto ulteriori divisioni in un campo che oggi, di fronte ad un rischio di estinzione forzosa, dovrà dimostrare tutta la sua abilità politica per continuare a navigare.

