Glocal austerity

Pubblicato il 26 ottobre 2014 | da Linda Mastrandrea

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Dai paradossi dell’ austerity alle nuove idee del buen vivir

Report dell'incontro svoltosi a Roma Tre

Si può affrontare la crisi senza annegare nelle politiche di austerità? Ha senso credere che tagli incondizionati alla spesa pubblica ed aumento dell’imposizione fiscale non siano la soluzione ideale per uscire dalla recessione? Ne hanno parlato il professor Pedro Paèz, capo della nuova “Sovrintendenza di Controllo del Potere di Mercato” in Ecuador , Salvatore Monni, professore di Economia dello sviluppo presso l’Università di Roma Tre, Giuseppe De Marzo, responsabile della campagna Miseria Ladra di Libera nell’ambito dell’iniziativa “Alternative all’austerità: come combattere insieme la crisi economica a livello internazionele” organizzata da Link Roma Tre.

Il Professor Paèz ha offerto per iniziare una panoramica della crisi attuale, una crisi di ingordigia e sovrapproduzione in cui la maggior parte dell’innovazione tecnologia è stata relegata a settori di nicchia altamente specializzati ma, soprattutto, incredibilmente profittevoli per una ridottissima elite (due esempi su tutti: l’industria bellica e l’industria farmaceutica).La sovrabbondanza di beni ha infatti spinto i prezzi verso il basso andando ad erodere le rendite dei monopolisti che hanno quindi ritenuto saggio, per ristabilire le loro quote di profitto, rendere il progresso tecnologico un modo per creare nuovi bisogni e conseguentemente nuovi mercati, come nel caso dell’obsolescenza programmata degli apparecchi ad elevato contenuto tecnologico.
Si configura così uno scenario critico paradossale: da un lato prodotti rivoluzionari come le stampanti 3D non riescono a trovare mercato ( a nessuna delle oligarchie economiche conviene andare in direzione dell’indipendenza tecnologica); dall’altro, pur essendoci nel mondo circa 805 milioni di persone che soffrono la fame, tutta la produzione alimentare in eccesso viene lasciata marcire per poterne fare combustibile utile poi per produrre tutti quegli oggetti  tendenzialmente usa e getta, che ci vengono fatti credere indispensabili.
Un  altro ormai celebre motore dell’attuale crisi è stato poi il mercato finanziario. Il passaggio da politiche keynesiane a politiche neoliberiste ha segnato la rottura dell’evoluzione contemporanea di salario e consumi: sono diminuiti i primi ma cresciuti i secondi, generando così il problema del debito privato. Questo, contestualmente alla natura di sovrapproduzione della crisi, ha portato i proprietari di ingenti capitali a non poter investire i propri introiti in altra produzione e quindi alla speculazione su un mercato finanziario globale e fortemente deregolamentato. E’ proprio l’oligarchia della finanza, secondo l’analisi del Professor Paèz, il principale nemico che l’economia politica deve affrontare. L’impossibilità tuttavia per le autorità statali di aumentare le tasse proprio su questi soggetti, unitamente alle politiche di privatizzazione e ad un fenomeno di corruzione ormai dilagante generano un aumento del deficit fiscale, lezione che potremmo ben apprendere dall’America Latina; a quanto sembra, però, tanto l’austerity imposta dall’Europa quanto quella promossa dal Fondo Monetario Internazionale stanno ignorando l’evidenza storica e teorica del fallimento di tali politiche. In America Latina infatti tra gli anni ’50 e gli anni ’80 , in seguito all’avvento del neoliberismo, la povertà e le disuguaglianze sono cresciute ad un ritmo esponenziale mentre il tasso di crescita del PIL ha bruscamente rallentato; dal punto di vista macroeconomico inoltre si sono verificati un aumento del deficit commerciale e della dipendenza dagli investimenti esteri, che insieme alle politiche di austerità hanno prodotto nei Paesi interessati una pesante vulnerabilità ai cicli esogeni.

Un tentativo di rottura con il ciclo neoliberismo-crisi-austerity è stato quello dell’Ecuador, che il Professor Monni descrive come un percorso difficile ma coraggioso, fatto di battaglie importanti come l’abbattimento del debito, la rinegoziazione dei contratti con le multinazionali sul mercato delle risorse naturali e la costituzionalizzazione della Natura (Costituzione Montecristi,2007) nell’ambito del paradigma del buen vivir.
Questo cambiamento, al di là delle difficoltà applicative, risulta significativo perché si tratta del tentativo di costruire un modello di sviluppo nuovo e non imposto da terzi. Si presta infatti eccessiva attenzione agli aspetti tecnici alla base delle politiche economiche mentre si trascura ciò che è in realtà essenziale per capirne le implicazioni, cioè il ruolo delle idee. Proprio per questo si continuano ad applicare ricette fallite ormai da almeno un ventennio. Occorre oggi quindi, per sfuggire alla crisi e ad uno schema antiquato e non più funzionale, fare l’atto più politico di tutti: formulare nuove idee, che vengano dai giovani affinché si possa delineare un nuovo paradigma che sia risposta effettiva alle esigenze del mondo contemporaneo.
E in Italia, come Paese prima ancora che come parte dell’Unione Europea, si sente sicuramente la necessità di nuove idee che costruiscano un nuovo modello.

Come riportato infatti da Giuseppe De Marzo, nel nostro Paese negli ultimi cinque anni è raddoppiata la povertà relativa, si è triplicata la povertà assoluta, sono aumentati incredibilmente la povertà minorile e il tasso di abbandono scolastico, soprattutto perchè mafia e corruzione traggono facile guadagno dall’indigenza in un’ Italia in cui lo Stato ha abdicato, non riuscendo a garantire sufficienti prestazioni sociali. Si devono pertanto richiedere, ed è questo che fa Libera nella campagna ” Miseria ladra”, sia misure emergenziali che un cambiamento politico anche a livello europeo: abbandonare l’austerità consentirebbe, ad esmpio, allo Stato di sostenere la domanda aggregata sulla base produttiva della riconversione ecologica e di tornare ad investire nel welfare affinchè lo Stato sia di nuovo garanzia di giustizia sociale per la collettività. Soltanto così si potrebbero debellare le mafie e soltanto perseguendo, come è stato fatto nel buen vivir, una giustizia non solo distributiva ma anche ambientale si potranno creare i presupposti per efficaci programmi di sviluppo.
Non si tratta quindi del dover rispettare regole preconfezionate e scadute,ma di inventarne di nuove tagliate sul mondo reale.

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