Dispacci giovanni floris

Pubblicato il 5 marzo 2015 | da Ludovica Vincenti

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Giovanni Floris e Duccio Forzano a Roma Tre

Un incontro-intervista in cui si sono trattati diversi temi tra cui la politica, la crisi della televisione, la verità e la censura

Tra i diversi appuntamenti che sta promuovendo “Comunica(T)re”, la rassegna culturale sostenuta dal Corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi di RomaTre, è stato presentato “La Politica in TV tra Talk e Narrazioni”. I protagonisti dell’incontro sono stati Giovanni Floris, giornalista e conduttore televisivo, e Duccio Forzano, regista tv di programmi di successo come “Che tempo che fa”, “Stasera pago io” e “diMartedì”. Ad introdurre l’evento, svoltosi il 26 febbraio in aula 16, sono stati Francesco Ferretti, Coordinatore del Corso di laurea in Scienze della Comunicazione, Anna Bisogno, docente in Storia e linguaggi della radio e della televisione, e Roberto Baldassari, docente di Giornalismo Specialistico. All’inizio dell’incontro la Professoressa Anna Bisogno ha voluto sottolineare l’importanza di questa rassegna per poter offrire un momento di confronto con gli studenti, che rappresentano il centro di questo percorso, visto che è da un anno che organizzano insieme all’Istituzione Accademica questi incontri culturali.
Numerose le domande fatte dagli studenti, curiosi di capire e d’informarsi su questo tipo di tematiche, e dai relatori.

Quanto un giornalista riesce a far emergere la verità assoluta?

Floris: «Quanti punti di vista si possono dare della stessa verità e quanti aspetti differenti esistono. Io posso fare qualsiasi domanda al mio interlocutore ma l’importante è lasciarlo rispondere apertamente e non cercare di dare un messaggio diverso da quello che lui vuole dare. Ovviamente sono sempre legittimato a non essere d’accordo e ad avere un pensiero diverso dalla sua risposta. Sarebbe difficile trovare una corrispondenza politica con i miei interlocutori perché ormai si è talmente frastagliato il panorama politico e il panorama culturale nel nostro paese, in passato probabilmente è stato più semplice. La verità esiste ma non si sa mai se è quella che dici tu, quindi ci si deve sempre porre con un atteggiamento di ricerca e più aperto è un talk e più successo ottiene».
Forzano: «la verità carica il regista di una grande responsabilità, visto che quest’ultimo si occupa di raccontare il talk che sia politico o no. A volte serve avere una provocazione totale di ciò che accade».

Come decidere in casi particolari, nelle situazioni di crisi, come per esempio Rai News che ha deciso di non pubblicare più i video dell’Isis?

Floris: «La crisi è la fortuna del talk show, è il problema che sorge, è l’inaspettato e l’unico elemento per cui una persona segue una trasmissione come la nostra. Io in questi casi cerco di dare la notizia più asciutta possibile omettendo la parte emotiva, cercando di far emergere quella razionale. Parlando di televisione passa quello che il regista decide che debba passare!».
Forzano: «In un talk show la crisi si previene. Per esempio, a San Remo, Crozza decise di fare il suo show imitando Berlusconi, ma si creò il panico nell’Ariston e iniaziarono a gridargli di tutto e lo obbligarono a fermarsi, pur conoscendo Maurizio che non l’ho mai visto arretrare di un passo, lì si fermò. In quel momento di crisi io decisi di non dare voce a queste persone, perché quella persona stava lavorando e proprio per questo gli dovevano portare rispetto».

Oggi DiMArtedì come prova a ristabilire un rapporto, una condivisione tra la politica e il telespettatore?

Floris: «DiMartedì ha due aspetti di novità rispetto al periodo precedente di Ballarò, il primo è tecnico strutturale che incide moltissimo sul modo in cui incide sulla politica, vale a dire abbiamo cinque spazi pubblicitari lunghissimi che fanno si che ogni 20 minuti ci interrompiamo e per tanto, questo porta a creare dei piccoli talk in cui 5 ospiti affrontano e chiudono un problema. Io non sono convinto che il talk show sia in crisi, ormai tutte le trasmissioni sono uguali, questo non è segno di crisi è segno di maturità del prodotto e del pubblico e di normalità dello svolgersi delle situazioni. In Italia 1 su 10 è appassionato di politica quindi in totale il 10% di ascolti».

Può parlarci della censura nelle sue trasmissioni?

Floris: «La nostra trasmissione è molto fluida, minimalista e attenta al particolare per cui anche precedentemente riuscivamo a passare dei periodi di censura, approcciando i temi di cui parlavamo dal punto di vista che la censura non la riusciva a comprendere. La mia esperienza in Rai è di una censura goffa che non riusciva a fermarci se non chiudendoci quattro puntate, che poi furono più di successo nel non esserci, perchè noi giravamo per Università, per Piazze e il tutto andava su Internet sui giornali e riscossero un ottimo risultato».

Ma questi programmi che parlano di politica, si possono considerare più come strumento d’intrattenimento o sono più portati ad indirizzare il cittadino verso un ideologia ben precisa?

Baldassari: «Questi talk show sono guidati dalla pubblicità, tutti i programmi in televisione devono fare dei numeri quelli che non li fanno, soprattutto in Rai, hanno dei problemi nei periodi di garanzia. Con il talk show politico e d’intrattenimento si è sempre legati a una parte di fidelizzazione del pubblico e si cerca sempre di essere meno politicizzati possibile, anche se non sempre avviene. Il rapporto che si instaura con il pubblico è un rapporto catulliano di amore e odio perche adesso vediamo molte trasmissioni che non riescono ad avere la stessa incidenza che avevano due o tre anni fa, a livello di dati Auditel. Oltre al pubblico è cambiato anche il linguaggio e non sempre i format televisivi sono mutati insieme al cambiamento in corso».

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