Il tempo del petrolio deve scadere
Un incontro con Comune-Info al Csoa La Strada in vista del referendum del 17 aprile
Immaginate due persone di una certa età, davanti al televisore, a guardare i diversi notiziari che si succedono nel corso della giornata.
Immaginate che vivano in una piccola città che affaccia sul mare, su un tratto di mare che, per la precisione, sarà interessato dalle trivellazioni offshore.
Immaginate anche che il 17 aprile si terrà un referendum proprio a proposito delle estrazioni petrolifere e che queste due persone, nel corso di quei vari notiziari, del referendum non sentano mai parlare.
Questa non è fantasia, questo è ciò che in Italia sta accadendo davvero.
È per questo che iniziative come quella di Comune-info, le taverne comunali, diventano preziose occasioni di informazione e confronto.
Scrivono i colleghi di Comune-info che, organizzandola una volta al mese in luoghi diversi di Roma, “ogni taverna è pronta ad essere accolta e trasformata dagli spazi sociali che la ospitano”, offrendo a sua volta “qualche zampillo di pensiero critico e molta convivialità”.
È quello che è accaduto domenica 6 marzo al Csoa La Strada, dove si è discusso il tema del referendum e delle trivellazioni. L’incontro, intitolato in modo significativo “Il tempo del petrolio deve scadere”, ha visto susseguirsi gli interventi di Andrea Boraschi di Greenpeace, Maria Rita D’Orsogna (con un video intervento dalla California, dove è docente universitaria) e Alberto Castagnola, economista e obiettore di crescita.
Un dato su tutti va messo in evidenza: il referendum del 17 aprile è il primo passo simbolico di una lunga battaglia che si preannuncia ancora più lunga in futuro.
È però un appuntamento importante, perché si propone di abrogare una norma che consente alle società petrolifere di estrarre idrocarburi in mare entro 12 miglia dalle coste italiane, il tutto senza limiti di tempo. Ciò significa un prevedibile e drammatico impatto ambientale per le comunità che vivono lungo il tratto di mare interessato.
A tal proposito, basta pensare a quello che accade in Basilicata, dove, ricordano Boraschi e D’Orsogna, si estrae petrolio da oltre vent’anni: il Texas italiano esiste solo per chi ha le mani in pasta nel Centro Oli Eni Val D’Agri di Viggiano, da dove la gente fugge abbandonando case e affetti, perché gli immobili non hanno più alcun valore e se si resta ci si ammala di tumore. Un copione fin troppo familiare ad un Meridione martoriato da terre dei fuochi, rifiuti radioattivi smaltiti illegalmente e acciaierie libere di produrre senza rispettare gli elementari parametri ambientali. E la stessa libertà di inquinare la si vuole lasciare alle compagnie petrolifere.
Il governo delle larghe intese di Renzi giustifica il tutto con l’opportunità occupazionale, parlando di 25 mila posti di lavoro a fronte di un investimento di 15 miliardi di euro. Ma queste cifre sono realistiche?
Andrea Boraschi stima che, a parità di potenziale energetico, in Italia l’affare delle trivellazioni darà lavoro ad un massimo di 1000 persone. Ma c’è di più. Se si confrontano i consumi attuali in Italia e i volumi di petrolio presente con certezza nelle riserve, questo, estratto tutto in una volta, durerebbe un massimo di 7-8 settimane e sarebbe di scarsa qualità.
Il governo italiano, pur di renderlo appetibile per gli acquirenti, vende le concessioni (royalties) al 7% del valore economico del petrolio, quando negli altri paesi queste sono vendute a circa il 50%. Come se non bastasse, la vendita delle concessioni sarebbe l’unico effettivo guadagno che entrerebbe nelle casse dello Stato. Ne vale davvero la pena?
Proprio pochi mesi fa, a Parigi, si è tenuta la conferenza internazionale sul clima. Dal 30 novembre all’11 dicembre 195 paesi hanno discusso un nuovo accordo per ridurre le emissioni, in modo da rallentare il riscaldamento globale. Tutti, anche l’Italia, concordano sul fatto che il rialzo della temperatura globale debba essere contenuto al di sotto dei 2°C. Il problema è che, come ha sottolineato Alberto Castagnola, questi accordi, per entrare in vigore nel 2020, devono essere ratificati, accettati o approvati da almeno 55 paesi e in questo modo si rischia un’altra Kyoto: il protocollo di Kyoto venne definito nel 1997, ma entrò in vigore solo nel 2005. Per raggiungere gli obiettivi degli accordi di Parigi è necessario che questi siano vincolanti da subito, intervenire con la prima revisione nel 2018-2023 potrebbe essere troppo tardi.
Cosa fa invece l’Italia? «Partecipa alla conferenza ma nel frattempo investe tutto sull’estrazione di combustibili fossili» afferma Boraschi «tagliando però gli investimenti sulle energie rinnovabili». Uno dei pochi settori cresciuti durante gli anni della recessione economica e da un anno e mezzo in crisi: un settore che fornisce ben il 40% della produzione energetica ha visto decurtarsi 60.000 posti di lavoro. «È chiaro che l’interesse è tutto delle lobby fossili» prosegue Boraschi «che pur di sopravvivere sono pronte ad opzionare ogni riserva possibile, contando sul fatto che in futuro anche un barile del nostro scadente petrolio potrebbe avere il suo valore economico».
Contro gli interessi di pochi ci sono però quelli di tanti, e contro questi tanti il governo ha deciso di schierarsi: il referendum popolare, proposto da dieci regioni italiane (meno l’Abruzzo, che recentemente si è tirato indietro), non è stato accorpato con le amministrative di giugno. Questo mancato Election day costerà molto, sia in termini economici, dato che farà spendere 300 milioni di euro, sia in termini democratici, perché di fatto viene depauperato uno strumento di democrazia diretta della sua potenziale efficacia e i coordinamenti referendari avranno pochissimo tempo per fare campagna informativa, il 17 aprile è vicino.
Oltretutto, ricorda Maria Rita D’Orsogna, il referendum è stato svuotato di 3 dei 4 quesiti originari e indirlo in un giorno a sé significa mettere a rischio il raggiungimento del quorum, per il quale il 50% più uno degli aventi diritto al voto deve recarsi alle urne e votare sì per fare in modo che la norma interessata venga abrogata.
D’Orsogna ribadisce l’importanza del voto, portando due esempi tra loro contrapposti: cinquant’anni fa alle città di Gela e Taormina viene proposto di divenire poli petroliferi. Taormina rifiuta, puntando tutto sul turismo, e oggi è un fiore all’occhiello del turismo siciliano, Gela invece accetta, e oggi deve fare i conti con l’inquinamento, che ha reso l’acqua non potabile e ha portato a un’impennata di casi di tumore.
Castagnola aggiunge che votare è importante per inviare un forte segnale di volontà di cambiamento ai paesi che il 22 aprile si riuniranno a New York per firmare il trattato prodotto dagli accordi di Parigi.
Se siete interessati alle attività del comitato referendario potete trovare informazioni sul sito.
Per seguire tutte le campagne di Greenpeace e le attività di Comune-info, visitate i rispettivi siti.

