Rukeli, alla Popolare il romanzo del campione “zingaro”
La storia di Johann Trollmann, pugile tedesco di etnia sinti ucciso in un campo di sterminio, raccontata in un libro, “Alla fine di ogni cosa”, che verrà presentato mercoledì nella palestra di via della Vasca Navale
La vita di Johann Rukeli Trollmann è forse una delle vicende più belle, e per certi versi meno conosciute, vissuta in una delle parentesi peggiori della nostra storia. Una testimonianza del rifiuto al regime nazista che lascia il segno, tanto da sembrare e, appunto, diventare un romanzo, come in “Alla fine di ogni cosa: nascita di un romanzo” (Frassinelli Editore), il libro di Mauro Garofalo, che verrà presentato mercoledì 10 febbraio (ore 19.30) alla Popolare Palestra Indipendente (via della Vasca Navale 6) in collaborazione con la libreria Piuma di Mare di via Ostiense.
Un campione “scomodo”. Forte, sfacciato, uno stile unico per i suoi tempi, la stoffa del campione. Il problema del grande pugile che fu Trollmann, nato nel 1907 a Wilsche, piccolo centro tra le città di Wolfsburg e Hannover, era quello di essere d’etnia sinti, di non essere ariano. Eppure il primo torto alla sua carriera di peso medio massimo Johann Trollmann lo subì molto prima dell’avvento del nazismo, per la precisione nel 1928, quando venne escluso per ragioni inspiegabili dalle olimpiadi di Amsterdam. Cresciuto nel centro di Hannover, Rukeli (cioè “albero”, così soprannominato in romanì per il suo fisico statuario) da sempre viene ricordato come un grande precursore della boxe moderna: una tecnica e una mobilità che per molti anticipò uno dei più grandi boxer di sempre, Mohammed Alì. Passato al professionismo nel 1929, Trollmann scalò rapidamente la via del successo, collezionando vittorie importanti e l’interesse del pubblico, soprattutto femminile. Già nei primi anni ’30, però, la stampa sportiva lo diffamò per la sua boxe “sbruffona”, ritenuta indegna per un pugile tedesco. La realtà era un’altra: lo “zingaro” batteva tutti e nel 1932 era pronto alla conquista del titolo tedesco. L’occasione giunse a Berlino nel giugno di quel fatidico 1933: con Hitler cancelliere da pochi mesi, Rukeli si contese la cintura nazionale con Adolf Witt, battendolo nettamente ai punti. Il verdetto però gli fu assegnato solo per “acclamazione popolare” perché i giudici dichiararono un pareggio inesistente. L’incontro per Trollmann si rivelò un gran successo ma anche l’inizio della fine. Pressioni e minacce lo porteranno a perdere un mese dopo contro Gustav Eder. L’incontro passò alla storia per la grande provocazione di Trollmann all’ideologia nazista: salì sul ring con i capelli tinti di biondo e la pelle imbiancata di farina. Simbolicamente ad andare giù non fu Rukeli ma “l’ariano”, quello che il regime voleva vincente a tutti i costi. Di fatto la sua carriera da professionista si concluse l’anno seguente, a soli ventisette anni. Non scappò in Francia, non lasciò la famiglia e, come migliaia di rom e sinti, subì sulla sua pelle le leggi razziali del 1938, la sterilizzazione, il fronte e la prigionia. Nel campo di Neuengamme lo obbligarono a combattere contro giovani SS alla fine di lunghe giornate di lavoro forzato. E vinceva, vinceva sempre lo “zingaro”. La leggenda di Rukeli si fermò il 9 febbraio del 1943, proprio nel campo di concentramento nei pressi di Amburgo, con un colpo di pistola esploso dall’ennesimo “perdente”.
«Non volevo scrivere la Storia, ma cercare la leggenda». Così Mauro Garofalo, l’autore di “Alla fine di ogni cosa” spiega il suo lavoro nella scheda descrittiva del libro. Il suo romanzo è frutto di un’indagine, di un viaggio tra i luoghi e le situazioni vissute da Trollmann molti decenni prima, scavando nel ricordo della sua gente di Hannover, la città che ancora oggi lo ricorda come un eroe. «Iniziai a dare al romanzo la forma che ha poi assunto nel tempo. Avevo una storia ambientata durante l’ascesa del Nazismo, una vicenda personale che si legava indissolubilmente a quella di un popolo. La fine di una vita come conseguenza delle leggi razziali, il Porajmos (lo sterminio degli zingari) l’ennesimo insulto voluto da Hitler». Il libro si apre con un promettente Trollmann appena ventiduenne che si allena nella palestra della BC Sparta Linden. È già un campione, un po’ anarchico, indisciplinato, ha la passione (nel 1929!) per le moto.
«Per questo non lo hanno mandato alle Olimpiadi?»
«Ma no. È che quella è gente scomoda.»
«Che è sinti.»
«…»
«Uno zingaro!»
Così l’autore ha fotografato lo scambio di battute tra l’allenatore della Sparta Linden e “l’uomo venuto da Berlino”, Ernst Zirzow, il futuro manager di Trollmann. In queste prime pagine la “leggenda Rukeli” in realtà è ancora un ragazzo a cui viene offerta una chance da professionista e che, probabilmente, non immagina quale strada gli riservi il futuro. Sarà proprio quel futuro a fare della sua vita una leggenda, ovviamente non solo della boxe. Per scoprirne di più l’appuntamento è per mercoledì 10, insieme allo stesso Mauro Garofalo, presso la Popolare Palestra Inidipendente, al LOA Acrobax.


