Progetto diritti in carcere: Roma Tre entra negli istituti penitenziari
Formazione universitaria, affiancamento agli studenti ristretti di Rebibbia N.C., clinica legale a Regina Coeli: sono solo alcune delle attività promosse dall’Università Roma Tre in materia di esecuzione penale oggi confluite in un unico progetto
Se le misure di decarcerizzazione e risocializzazione suscitano spesso il disinteresse della classe politica per l’effetto negativo sull’elettorato attivo, altrettanto non può dirsi in riferimento agli studenti dell’Università Roma Tre: dal 2012 oltre 500 ragazzi hanno partecipato a diverse attività in materia di esecuzione penale oggi confluite nel «Progetto Diritti in Carcere», promosso e coordinato dal Prof. Marco Ruotolo.
Il progetto nasce della consapevolezza che lo studio del diritto penitenziario alla luce dei principi costituzionali non sia una scelta, ma una necessità. Le diverse condanne che negli ultimi anni la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha pronunciato nei confronti dell’Italia in materia di esecuzione penale e garanzia dei diritti (su tutte la Torreggiani in tema di sovraffollamento carcerario e la Cestaro sull’assenza del reato di tortura) testimoniano l’esigenza di un’inversione di tendenza anche nel mondo accademico: le riflessioni su senso e funzione della pena devono trasformarsi da tematiche marginali a prerogative della formazione universitaria sensibilizzando gli studenti, favorendo il reinserimento delle persone private della libertà, formando coloro che concretamente operano nel settore.
Con questi obiettivi l’attività del progetto si snoda su più livelli cercando di conciliare bisogni formativi – anche nel campo dell’alta formazione con un Master di I e II livello aperto a tutte le classi di laurea – e pratica sul campo. Nell’ultimo anno circa 100 studenti del corso “Diritto penitenziario e Costituzione” hanno partecipato allo sportello legale gestito dall’Associazione Antigone presso il carcere di Regina Coeli esaminando, in poco più di 12 mesi, quasi 350 casi. L’offerta universitaria si è poi ulteriormente ampliata con l’attività “European Constitutions and the safeguard of Fundamental Rights of Persons Deprived of Liberty”, tenuta in lingua inglese dal Prof. Mauro Palma, ex Presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) del Consiglio dell’Europa e oggi primo Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale.
La connessione tra università e realtà penitenziaria ha trovato uno dei riscontri più importanti nel supporto fornito dagli studenti alle persone ristrette iscritte a corsi di laurea in giurisprudenza. Da oltre due anni, infatti, un accordo tra il Dipartimento di Giurisprudenza e la Direzione di Rebibbia Nuovo Complesso, permette ad alcuni studenti del IV o V anno di entrare in istituto per affiancare i colleghi detenuti del “gruppo universitario” nello studio di diverse materie. Lo stesso numero di ristretti nelle carceri laziali iscritti a Roma Tre ha registrato un progressivo aumento negli ultimi anni (circa 50 dal 2012); un aumento sicuramente incentivato dall’esonero dal pagamento dei contributi universitari previsto nel Regolamento di Ateneo per gli studenti sottoposti a misure restrittive della libertà personale.
Va infine menzionata l’esperienza dell’Atletico Diritti, la Polisportiva istituita dalle Associazioni Antigone e Progetto Diritti con il patrocinio di Roma Tre. La squadra di terza categoria, composta da migranti, rifugiati, detenuti, ex detenuti e studenti universitari, scende in campo da quasi due anni contro razzismo ed esclusione sociale, in un esperimento che cerca di coniugare formazione, sport e conoscenza.
Il senso del progetto Diritti in Carcere – che va nella direzione di un cambio culturale nel modo di concepire politiche penali ed esecuzione della pena – è allora in parte racchiuso nelle parole di una ex studentessa del corso «Oggi penso che il carcere funga da pattumiera di quella che si definisce “società civile”: rinchiudiamo ciò che non vogliamo vedere – tossicodipendenti, recidivi, migranti, persone dimenticate dai sistemi di welfare – per non affrontare le cause che sono alla base di questi fenomeni. Per un cambio di questa cultura dobbiamo continuare a studiare e lavorare: si deve passare dal “buttiamo” ad “apriamo” la chiave».

